Isola d’Elba: una gita scolastica all’insegna della natura

La nostra gita all’Isola d’Elba

 di Giorgio Bortolini 2D

 

Nei giorni 26, 27 e 28 aprile noi classi 2D, 2A, 3D e 3E siamo andati in gita scolastica all’isola d’Elba, in provincia di Livorno.

La mattina del 26 ci siamo svegliati tutti di buon’ora e ci siamo recati al pullman in partenza alla 6.40 dietro al nostro istituto. Durante il viaggio ci siamo fermati a pranzare in Autogrill e, alle 13 circa, nonostante qualche piccola difficoltà, siamo arrivati all’imbarco di Piombino. Abbiamo preso il traghetto e, dopo una quarantina di minuti di navigazione un po’ turbolenta a causa del mare mosso, siamo sbarcati a Portoferraio. Prima con un autobus e poi a piedi siamo andati al municipio di questa città, dove abbiamo incontrato le nostre guide. Dopo aver studiato insieme un po’ di geografia dell’isola ci siamo portati in cammino sul promontorio dell’Enfola. Qui ci siamo imbattuti nella vegetazione tipica della macchia mediterranea, della quale abbiamo potuto ammirare i colori dei suoi fiori (come quelli del cisto maschio) e i profumi delle piante aromatiche (ad esempi il mirto e il rosmarino). In seguito siamo entrati in due bunker della guerra.

Alla fine della giornata ci siamo recati in due hotel diversi (uno per le seconde e l’altro per le terze) per la cena. I nostri alberghi erano tra le località della Biodola e di Scaglieri. La serata si è conclusa nella famosa spiaggia della Biodola (conosciuta per la sabbia quasi bianca e il mare cristallino), dove abbiamo cantato tutti assieme in cerchio. Alla fine siamo andati a dormire molto stanchi, ma al contempo felici.

Il secondo giorno ci siamo recati a Capoliveri, dove abbiamo noleggiato delle mountain bike e abbiamo raggiunto la località di Calamita. Dopo questa escursione ci siamo rifocillati nella piazza centrale di Capoliveri. Verso le 14.30 siamo partiti in pullmino alla volta della miniera del Ginevro, la più famosa dell’isola. Qui abbiamo potuto avere un piccolo assaggio di quelle che erano le condizioni dei minatori che hanno lavorato qui. Mi è rimasto impresso il fatto che, nonostante qui si movimentassero tutti i giorni enormi quantità di magnetite, sia morta solo una persona, oltretutto per un errore suo di distrazione. La nostra guida si è dimostrata molto simpatica e siamo riusciti persino a insegnarle alcune parole nel nostro dialetto! Dopo cena abbiamo fatto un’uscita a Campo nell’Elba. È stata l’unica volta che abbiamo “beccato” l’acqua.

L’ultimo giorno è stato il più soleggiato dei tre. Abbiamo fatto un’uscita partendo dal nostro hotel alla Biodola, passando per Forno e viticcio e abbiamo finalmente potuto ammirare il mare per la prima volta sotto un cielo completamente azzurro. Siamo anche riusciti a scorgere in lontananza la Corsica! In seguito siamo tornati a Portoferraio per vedere le mura e il forte sopra la città. Infine abbiamo mangiato alla spiaggia di Portoferraio e, poi, ci siamo imbarcati sul traghetto alla volta di Piombino, dove, ripreso l’autobus, siamo ripartiti alla volta di casa. Dopo qualche piccolo inconveniente all’altezza di La Spezia e la cena in un Autogrill vicino Parma siamo arrivati verso mezzanotte a casa. È vero, eravamo stanchi morti, ma anche felici per la splendida gita. Colgo l’occasione per ringraziare i professori che ci hanno accompagnati.

POESIA E PIU’ MANI!!!!!!!!

I ragazzi della 2^F, indirizzo scienze umane, hanno provato a scrivere delle poesie a più mani!!!
Come si fa?
Si parte da una frase comune a tutti e ognuno, in un paio di minuti, scrive un’altra frase, una parola, un aggettivo, un verbo o qualsiasi cosi gli passi per la testa; poi copre la frase alla quale si è ispirato e lascia visibile solo quella scritta da lui in modo tale che il compagno successivo legga solo il pezzo prima del suo.
Alla fine si apre tutto il foglio e si legge tutta la poesia e il risultato…beh STRAORDINARIO!

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Sdraiati su un prato fiorito
    Che ci avvolge, l’aria dolce che ci sfiora
    Facendo muovere tutti i fiori che ci circondano
    E sento il cuore che batte piano
    Il respiro lento e profondo
    Che si sente fino al vicolo in fondo
    E la mia voce che ritorna
    Come un’onda
    Che ti travolge sbattendoti qua e là.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Nel cielo colmo di colori
    E un vento leggero batte su di me,
    mi accarezza dolcemente il viso che è solcato dalle lacrime,
    lacrime di gioia sono quelle sul mio viso
    contornato da un sorriso da psicopatico color bianco
    come una rosa e mille margherite
    che formano un cuore
    molto grande e di colore magnifico, dorato
    un dorato stupendo, degno di colei a cui lo regalai.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Così semplici ma magnifiche
    Così lucenti e brillanti, come diamanti.
    Era incredibile, un ambiente irraggiungibile
    Immaginavo già a dove mi avrebbe portato quella scala,
    e gli occhi si riempirono di meraviglia.
    Mi avrebbe portato in u posto pieno di gioia e felicità
    Dove non esistono preoccupazioni e pentimenti
    Quelle preoccupazioni che sono vissute ogni giorno
    Ma che bisogna affrontare se si vuole vivere
    E nella vita bisogna rischiare perché se non rischi non vivi.

 

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Con le lacrime agli occhi
    Che cadevano sulla nostra pelle
    Faceva molto freddo, credevo fosse inverno
    Un inverno molto rigido, tanto da gelare ogni cosa
    E addirittura le emozioni che si spensero poco a poco
    Come delle luci di natale private della corrente
    Luci spente, senza colore, ricoperte solamente da uno spesso strato di polvere
    Metteva tutto molta tristezza
    Mi sentivo triste io e non c’era rimedio
    Mi sentivo distrutta e allora mi addormentai.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Le stelle dorate nel cielo notturno e cupo
    Che sembravano lampeggiare con tutta quella luce
    Come un faro
    che mi faceva vedere la strada
    E mi mostrava limpidamente il cammino
    E la strada era lì davanti ai miei occhi e io dovevo solo seguirla
    Ma pensavo che non avrei potuto finirla
    La osservai a lungo e cercavo di capire perché fosse capitata a me
    Non riuscivo proprio a spiegarmi il motivo.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Con i miei fratelli
    Senza pensieri e paure
    Mi guardavo in torno e sorridevo
    Pensavo “è una notte stupenda”
    E nel frattempo immaginavo…
    E pensavo a come sarebbe stato mettermi un vestito pieno di luci rosa
    Come un albero di natale fuori a un cortile di una casa accogliente
    Che consola e trasmette quell’atmosfera natalizia unica.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle..
    Sotto questa immensa collina illuminata dalla luce della luna
    Una luna grande e bianca con dei tratti scuri
    Ci illuminava di un immenso chiarore
    Mentre stavamo fermi,in silenzio a fissarla
    Ci guardammo negli occhi
    Senza distogliere lo sguardo
    E senza fare un passo, ne un respiro…
    Il silenzio regnava e mi sentivo tranquillo così come
    Quando stavo sull’altalena al mare.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Sotto uno splendido cielo
    Ad immaginare cosa sarebbe successo dopo
    Noi due soli con le mani che si sfioravano
    Guardavamo quel bellissimo cielo
    dove volavano colombe bianche,che panorama allegro!
    Un panorama tanto allegro da farmi ricordare i vecchi tempi
    Come quando andavo a giocare
    Con le mie amiche di scuola
    Le migliore mai esistite.

CAMPIONE DEL MONDO

di Alessia Tagliabue

 

Il Maracaña tace.

Il campo verde è accarezzato dalle scarpe da calcio gialle della punta verde oro.

I tedeschi corrono, cercano di fermarlo, ma è impossibile.

Un difensore entra in scivolata ma lui è sempre un passo avanti gli avversari.

Entra nell’area avversaria.

Il Maracaña si alza.

Il Brasile si ferma.

Televisori accesi, bocche spalancate.

Mancano pochi minuti e la finale della Coppa del Mondo è agli sgoccioli, ferma sull’1 a 1. E’ dura se si arriva ai supplementari con i tedeschi. Il Brasile è stanco.

La giovane punta è in area ormai.

Dribbla un avversario, ne scavalca un altro.

Il Maracaña è immobile.

Ora è solo davanti al portiere.

Tira.

Milioni di occhi seguono la palla che vola verso la porta.

Il tedesco si tuffa dalla parte giusta.

Le dita cercano di artigliare la palla, ma niente può fermarla.

– Goooooooool do Brazillllllll!!!!!

Il Maracaña esplode senza ritegno.

L’arbitro fischia la fine.

I tedeschi piangono.

Il Brasile esulta con le bandiere addosso, con il Brasile addosso.

A Saõ Paolo la gente corre per le strade, a Rio il Cristo si illumina di verde e oro.

Il ragazzo viene sollevato e portato in trionfo, la maglia gialla attaccata al petto, il 10 marchiato a fuoco sulla schiena.

Vittoria, vittoria, vitto…

 

– Josè?

Il ragazzino dai capelli neri si ferma in mezzo alla strada in ginocchio.

Apre gli occhi.

Una bambina dai denti bianchissimi lo guarda.

– Josè è pronta la cena.

Il viso impolverato di Josè Santos Cabrera si ferma a metà esultanza.

– Non ho fame Rosalba. Fila dentro.

Stava vincendo i Mondiali.

Chi è che ha fame quando ha vinto i Mondiali?

– Ma la mamma ha detto di entrare.

Ma la mamma non stava vincendo i Mondiali.

Josè si rialza, con le ginocchia scorticate e il viso lungo.

Un Mondiale non è cosa da poco.

Se ti perdi un’occasione poi è dura rivincere.

 

Josè era nato esattamente un anno prima che il Brasile vincesse il Mondiale in Corea.

L’aveva sempre ritenuto un buon segno.

Come nascere sotto una buona stella.

Solo che di buona stella Josè aveva ricevuto solo quella.

Era nato in una della città più belle del mondo, fra la Samba, il carnevale e il Maracaña.

Rio è un universo.

Ma devi nascerci dalla parte giusta.

Josè era nato nella parte caotica e colorata, nella parte povera e orgogliosa, nella parte dei palloni sgonfi e dei piedi nudi sulle scale strette, nella parte dei pugni e delle risse, nella parte delle baracche e delle partite guardate in venti seduti sul tappeto su uno schermo di trenta centimetri per venti, nella parte dei nasi rotti e delle gang, nella parte della droga.

Le Favelas.

Lì non hai scampo.

O scappi o entri nella droga o ti mangiano vivo.

Josè ne era sempre rimasto fuori.

Lui e i suoi due migliori amici, Pedro e Carlito.

Li chiamavano “quelli di Pitagora”, perché quando erano in campo facevano di quei triangoli che nessun teorema poteva spiegare.

In realtà il soprannome gliel’aveva dato il loro vecchio allenatore, Robinho.

Fosse stato per loro tre di certo Pitagora non sarebbe entrato in campo. Sarebbe rimasto in panchina.

Manco sapevano chi era Pitagora.

Robinho gli aveva spiegato il suo teorema seduti per terra, disegnando nella polvere.

Ma solo Pedro aveva capito un po’.

Carlito e Josè si erano guardati straniti.

– Eh?

– Insomma, per farla breve, secondo sto’ Pitagora la somma del quadrato dei due lati più piccoli è uguale al quadrato del lato grande. E’ come dire che voi tre insieme vi sommate l’uno all’altro.

Pedro aveva allargato le mani.

– E’ come dire che voi due nani messi uno sull’altro siete alti come me.

Josè aveva incrociato le braccia.

– O che voi due messi assieme siete bravi come me a giocare a calcio.

Robinho aveva scosso il capo sconsolato.

– Ci rinuncio.

Ma Pitagora era rimasto titolare in campo.

Fino ad un anno prima.

Carlito stava tornando a casa e si era trovato in una rissa fra due componenti delle gang più potenti della favela. A Rio quasi tutti compravano droga da loro. Era una cosa che si sapeva.

I due erano ubriachi fradici e avevano in mano due mitra.

Carlito stava scendendo le scalette per arrivare a casa sua, palleggiando con la sua vecchia palla sgonfia.

Faceva un dannato rumore quella palla se palleggiavi, Josè lo sapeva.

Magari non l’avrebbero sentito se non avesse palleggiato.

Ma non fu così.

Diciassette colpi d’arma da fuoco nello stomaco.

Non esistevano figure geometriche con solo due lati.

Pitagora finì in tribuna.

La madre di Pedro lo prese e lo trascinò a Saõ Paolo, dove trovò lavoro come domestica in una famiglia piena di soldi con la piscina fuori.

Una volta Pedro trovò miracolosamente i soldi per mandargli una lettera.

Dentro c’era scritta solo una frase in matita.

L’abbiamo sempre detto che a Saõ Paolo non sanno giocare a calcio.

Carioca fino alla fine.

I soldi per rispondergli invece Josè non li trovò.

Sennò gli avrebbe anche risposto.

Che ci vuoi fare? A Saõ Paolo non c’è mica Pitagora!

Ma Pitagora era morto insieme a Carlito.

Josè giocava a calcio da solo adesso.

Tutti dicevano che era una punta straordinaria.

Ma da solo, senza i tuoi due lati, a che serve essere una punta?

Pedro era difensore.

Carlito centrocampista.

Una punta solitaria senza difesa e centrocampo non fa nulla.

Poi, una sera, aveva trovato la madre in lacrime seduta al tavolo.

– Ti piacerebbe andare a Saõ Paolo? O a Brasilia?

Josè aveva scosso la testa e la madre era andata a dormire.

Perché non gli aveva chiesto il motivo della domanda?

Perché il destino è crudele, come subire un gol in zona Cesarini.

 

Qualche giorno dopo Josè stava palleggiando fuori da casa sua.

– Ehi ometto!

Josè si era girato e si era trovato davanti Diego.

Diego era uno dei ragazzi che ti agganciavano per entrare nel mondo della droga, era una cosa risaputa.

Le madri non potevano dire ai figli “non rispondere a Diego quando ti parla”, ma era una regola inscritta nella natura. Non ti devono dire di non toccare il fuoco sennò ti bruci.

Lo sai che ti bruci.

Lo sai.

Diego sorrise.

– Bel palleggio.

Josè fece spallucce.

– Grazie.

– Che fai dopo la scuola?

Che domanda innocente.

– Gioco a calcio.

– E?

– Gioco a calcio.

– Poca roba per un ometto. Quanti anni hai?

– Quattordici.

– A quattordici anni sai che facevo io?

Josè deglutì.

Non voleva neppure saperlo.

Diego era un ammasso di muscoli, abbronzatura, un orecchino argentato ad un orecchio, un tatuaggio a forma di cobra sul braccio e un cappellino nero di traverso sui capelli castani.

Un misto fra un bulldozer e un fotomodello.

Tutte le ragazze dicevano che Diego era un gran bel ragazzo.

– Peccato che…

Peccato che fosse anche uno degli esseri più spregevoli di Rio de Janeiro.

Josè continuò a palleggiare.

– Non ti annoi così?

Josè fece spallucce, stringendosi addosso la maglietta gialla di Neymar.

– Gioco a calcio.

La risposta giusta ad ogni problema della vita.

Gioco a calcio.

Ma da quel giorno giocare a calcio non  fu più l’unica attività del suo pomeriggio.

 

Le strade di Rio erano troppo grandi quando scappavi.

Josè iniziava lo scatto dalla scuola e finiva a casa.

Lo faceva per allenarsi.

Anche i calciatori fanno così.

Loro però rincorrono la palla, non sono rincorsi.

Giocare a calcio divenne un modo per scacciare l’ansia.

Diego gli aveva detto che poteva essergli utile in qualche modo.

– Ti farò sapere.

Josè aveva sentito il terrore come una pallonata nei denti.

Una volta, mentre giocava con Pedro e Carlito, Pedro gliel’aveva tirata davvero una pallonata nei denti.

Josè aveva fatto un volo contro il muro dietro di lui.

Sangue rosso fra i denti bianchi.

– Cavolo Pedro!

– Scusa, scusa, scusa, scusa…

– E smettila di dirgli scusa! Fa più male nello stomaco.

Già Carlito.

Se ne sarebbe accorto bene neanche due mesi dopo.

Fa male nello stomaco.

Male da morire.

Fra un palleggio e l’altro, mentre scappava per le strade della città più travolgente del mondo, Josè pensava.

Pensava che fosse per questo che i calciatori in Brasile erano forti.

Iniziano per necessità.

Corrono per scappare dalla droga e palleggiano per scacciare l’ansia.

Poi vanno in campo e sono i migliori.

Ma gli inizi non li augurano mica a nessuno.

Forse ai tedeschi, pensava Josè.

Forse ai tedeschi.

 

 

Mamma se ne accorse.

Ovviamente.

Rosalba, sua sorella, quella alta un metro e una cicca sputata, con i capelli ricci neri e gli occhi furbetti, se ne era accorta ancora prima.

Ma non diceva nulla.

Osservava i palleggi frenetici del fratello, così poco tecnici e così disperati, e non capiva perché crescendo si diventasse così strani.

Ma la mamma lo sapeva, perché si diventasse così strani.

Una sera, quando papà era già tornato a casa dal lavoro e stava guardando il Fluminense giocare, sua madre gli stoppò la palla in uno dei suoi innumerevoli palleggi frenetici.

– Stop.

– Che vuoi?

– Non rispondere così a tua madre.

– Ma papà, mi stoppa la palla.

– Perché sei snervante.

– E’ così tutto il giorno, caro.

I suoi genitori lo fissarono.

Josè cercò di nascondersi nelle pieghe gialle della sua maglietta di Neymar.

– Mi alleno.

– E poi corre sempre.

Rosalba, muori.

– Corre?

– Da scuola a casa. Come un pazzo.

– Mi alleno. Tra un po’ ci sono le selezioni mamma.

Sua madre si sedette.

– Perché corri?

Brutto inizio di partita.

Iniziamo a concentrarci sulla difesa.

– Penso che sia giusto per un aspiratore calciatore come me tenersi in forma.

– Aspiratore?

– Aspira… nte. Aspirante.

Okay. Bella parata Julio Cesar.

– E perché palleggi sempre come un nevrotico?

– Non sono un nevrotico!

– Sì invece.

– Mamma, papà, poi ieri passava Diego e lui si è nascosto.

Ri-muori Rosalba.

Ahia.

I tedeschi attaccano ancora.

– Diego?

– Rosalba a letto.

Fu la sera più lunga della sua vita.

Arrivarono ai supplementari.

Poi ai rigori.

Josè non capì se avesse vinto o se avesse perso.

Diciamo che fu una bella partita.

 

Non c’è un modo di scappare.

Ma i suoi ci provarono.

Lavoravano.

Senza sosta.

Volevano i soldi per un biglietto per Saõ Paolo.

– Sei contento?

Un carioca non è mai contento di finire a Saõ Paolo.

Ma c’era Pedro.

E comunque è sempre Brasile.

Non pochi campioni di calcio sono di Saõ Paolo.

– Sì mamma. Sono contento.

Ma era chiaro che non potevano mandarlo dalla madre di Pedro senza neppure un soldo.

Così lavoravano sempre di più.

Ma in Brasile le promesse non si dimenticano.

Diego tornò un pomeriggio, mentre Josè dribblava innumerevoli avversari.

Italiani, quel giorno.

Sognava una goleada.

Sentiva già calzettoni e scarpette sulla pelle, la carezza del campo verde, il suo respiro in accelerazione…

– Ometto.

Buio.

Buio pesto.

Josè annaspò.

Gli italiani segnarono.

E poi ancora.

E ancora.

E ancora.

Quando l’orgoglio brasiliano finì sotto le scarpe con i tacchetti che desiderava da una vita, Josè fissò Diego.

– Ti interessa qualche lavoretto? Sarai stufo di giocare a calcio, no?

– Non tanto. Stasera poi gioca il Brasile.

Lampo di denti bianchi su pelle caramello.

Come fai a sorridere davanti a Diego?

Josè lo fece.

Il Brasile intero lo fece.

– Vuoi dire che non t’interessa?

– No. Ma sai, oggi ho ancora tanti compiti. E la mamma poi si incavola con me, sai come sono le mamme!

Diego assottigliò gli occhi.

– Mi prendi in giro ometto?

– No Diego.

Sì Diego.

Ma me la faccio sotto allo stesso.

– Torno domani. Stessa ora. Stesso posto.

Condanna a morte.

Maracanazo folle.

Quando sua mamma lo venne a sapere gli accarezzò i capelli.

– Ti piace Parigi?

Sembrava troppo tanto a quella “Ti piace Saõ Paolo?”.

Ecco un’altra condanna a morte.

Eccone un’altra.

 

Quella sera Josè non poté vedere la partita.

E per una volta non ne fu abbattuto.

Suo padre lo portò all’aeroporto in bicicletta.

– Ma tu non vieni?

– Non posso. Sii forte.

Sii forte. Facile quando poi giri la bicicletta, vai a casa e guardi giocare il Brasile.

Facile.

– Il tuo aereo è quello.

Josè annuì.

Salutò papà come aveva salutato mamma e Rosalba.

Non capiva niente di quello che stava per succedere.

– Andrà tutto bene.

– Se vince il Brasile mamma, saprai che sarà davvero andato tutto bene.

Partita facile, contro il Costa Rica.

Mamma annuì.

Quando scavalcò la recinzione si voltò verso il papà che sollevò i pollici alzati.

Aveva un passaporto falso nella tasca e un pallone da calcio nella sacca, insieme ad un panino e alla foto della Seleҫao.

Fissò i loro volti sorridenti.

E’ bella Parigi?

Pensò che annuissero.

Sì, è bella Parigi.

Entrò nella pancia dell’aereo e si nascose dentro il vano delle ruote.

Alla partenza le ruote si sarebbero richiuse e lui sarebbe arrivato nella capitale francese.

Facile.

Quando l’aereo decollò suo padre era ancora lì, che lo fissava attraverso la recinzione.

Aveva ancora i pollici alzati.

Come se si fosse congelato.

Un’ altra condanna a morte.

 

Esattamente due ore dopo una nazione intera piangeva per la sconfitta della propria nazionale.

Il Brasile.

E mentre l’urlo della nazione si consumava ne salì un altro.

Quello di una madre.

Una madre che voleva solo un futuro migliore per il proprio figlio.

Solo un futuro migliore.

 

Nessuno, nella famiglia di Josè, sapeva a che altezza arrivano gli aerei.

Circa 11.000 metri.

A quell’altezza si raggiungono temperature attorno ai 50 o 60 gradi sottozero.

Quando a Parigi trovarono un ragazzo color caramello con le labbra blu, una foto della Seleҫao sul petto e un panino congelato accanto un pallone rotolò fuori e finì sui piedi di un giovane responsabile di volo.

Au revoir petit joueur de football.

Addio piccolo calciatore.

Quel giorno il Brasile non perse una partita.

Perse un piccolo grande uomo.

Uno di quelli che nascono una volta ogni tanto.

Come tutti i grandi campioni del resto.

Come tutti i grandi campioni.

Alessia Tagliabue