Isola d’Elba: una gita scolastica all’insegna della natura

La nostra gita all’Isola d’Elba

 di Giorgio Bortolini 2D

 

Nei giorni 26, 27 e 28 aprile noi classi 2D, 2A, 3D e 3E siamo andati in gita scolastica all’isola d’Elba, in provincia di Livorno.

La mattina del 26 ci siamo svegliati tutti di buon’ora e ci siamo recati al pullman in partenza alla 6.40 dietro al nostro istituto. Durante il viaggio ci siamo fermati a pranzare in Autogrill e, alle 13 circa, nonostante qualche piccola difficoltà, siamo arrivati all’imbarco di Piombino. Abbiamo preso il traghetto e, dopo una quarantina di minuti di navigazione un po’ turbolenta a causa del mare mosso, siamo sbarcati a Portoferraio. Prima con un autobus e poi a piedi siamo andati al municipio di questa città, dove abbiamo incontrato le nostre guide. Dopo aver studiato insieme un po’ di geografia dell’isola ci siamo portati in cammino sul promontorio dell’Enfola. Qui ci siamo imbattuti nella vegetazione tipica della macchia mediterranea, della quale abbiamo potuto ammirare i colori dei suoi fiori (come quelli del cisto maschio) e i profumi delle piante aromatiche (ad esempi il mirto e il rosmarino). In seguito siamo entrati in due bunker della guerra.

Alla fine della giornata ci siamo recati in due hotel diversi (uno per le seconde e l’altro per le terze) per la cena. I nostri alberghi erano tra le località della Biodola e di Scaglieri. La serata si è conclusa nella famosa spiaggia della Biodola (conosciuta per la sabbia quasi bianca e il mare cristallino), dove abbiamo cantato tutti assieme in cerchio. Alla fine siamo andati a dormire molto stanchi, ma al contempo felici.

Il secondo giorno ci siamo recati a Capoliveri, dove abbiamo noleggiato delle mountain bike e abbiamo raggiunto la località di Calamita. Dopo questa escursione ci siamo rifocillati nella piazza centrale di Capoliveri. Verso le 14.30 siamo partiti in pullmino alla volta della miniera del Ginevro, la più famosa dell’isola. Qui abbiamo potuto avere un piccolo assaggio di quelle che erano le condizioni dei minatori che hanno lavorato qui. Mi è rimasto impresso il fatto che, nonostante qui si movimentassero tutti i giorni enormi quantità di magnetite, sia morta solo una persona, oltretutto per un errore suo di distrazione. La nostra guida si è dimostrata molto simpatica e siamo riusciti persino a insegnarle alcune parole nel nostro dialetto! Dopo cena abbiamo fatto un’uscita a Campo nell’Elba. È stata l’unica volta che abbiamo “beccato” l’acqua.

L’ultimo giorno è stato il più soleggiato dei tre. Abbiamo fatto un’uscita partendo dal nostro hotel alla Biodola, passando per Forno e viticcio e abbiamo finalmente potuto ammirare il mare per la prima volta sotto un cielo completamente azzurro. Siamo anche riusciti a scorgere in lontananza la Corsica! In seguito siamo tornati a Portoferraio per vedere le mura e il forte sopra la città. Infine abbiamo mangiato alla spiaggia di Portoferraio e, poi, ci siamo imbarcati sul traghetto alla volta di Piombino, dove, ripreso l’autobus, siamo ripartiti alla volta di casa. Dopo qualche piccolo inconveniente all’altezza di La Spezia e la cena in un Autogrill vicino Parma siamo arrivati verso mezzanotte a casa. È vero, eravamo stanchi morti, ma anche felici per la splendida gita. Colgo l’occasione per ringraziare i professori che ci hanno accompagnati.

POESIA E PIU’ MANI!!!!!!!!

I ragazzi della 2^F, indirizzo scienze umane, hanno provato a scrivere delle poesie a più mani!!!
Come si fa?
Si parte da una frase comune a tutti e ognuno, in un paio di minuti, scrive un’altra frase, una parola, un aggettivo, un verbo o qualsiasi cosi gli passi per la testa; poi copre la frase alla quale si è ispirato e lascia visibile solo quella scritta da lui in modo tale che il compagno successivo legga solo il pezzo prima del suo.
Alla fine si apre tutto il foglio e si legge tutta la poesia e il risultato…beh STRAORDINARIO!

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Sdraiati su un prato fiorito
    Che ci avvolge, l’aria dolce che ci sfiora
    Facendo muovere tutti i fiori che ci circondano
    E sento il cuore che batte piano
    Il respiro lento e profondo
    Che si sente fino al vicolo in fondo
    E la mia voce che ritorna
    Come un’onda
    Che ti travolge sbattendoti qua e là.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Nel cielo colmo di colori
    E un vento leggero batte su di me,
    mi accarezza dolcemente il viso che è solcato dalle lacrime,
    lacrime di gioia sono quelle sul mio viso
    contornato da un sorriso da psicopatico color bianco
    come una rosa e mille margherite
    che formano un cuore
    molto grande e di colore magnifico, dorato
    un dorato stupendo, degno di colei a cui lo regalai.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Così semplici ma magnifiche
    Così lucenti e brillanti, come diamanti.
    Era incredibile, un ambiente irraggiungibile
    Immaginavo già a dove mi avrebbe portato quella scala,
    e gli occhi si riempirono di meraviglia.
    Mi avrebbe portato in u posto pieno di gioia e felicità
    Dove non esistono preoccupazioni e pentimenti
    Quelle preoccupazioni che sono vissute ogni giorno
    Ma che bisogna affrontare se si vuole vivere
    E nella vita bisogna rischiare perché se non rischi non vivi.

 

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Con le lacrime agli occhi
    Che cadevano sulla nostra pelle
    Faceva molto freddo, credevo fosse inverno
    Un inverno molto rigido, tanto da gelare ogni cosa
    E addirittura le emozioni che si spensero poco a poco
    Come delle luci di natale private della corrente
    Luci spente, senza colore, ricoperte solamente da uno spesso strato di polvere
    Metteva tutto molta tristezza
    Mi sentivo triste io e non c’era rimedio
    Mi sentivo distrutta e allora mi addormentai.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Le stelle dorate nel cielo notturno e cupo
    Che sembravano lampeggiare con tutta quella luce
    Come un faro
    che mi faceva vedere la strada
    E mi mostrava limpidamente il cammino
    E la strada era lì davanti ai miei occhi e io dovevo solo seguirla
    Ma pensavo che non avrei potuto finirla
    La osservai a lungo e cercavo di capire perché fosse capitata a me
    Non riuscivo proprio a spiegarmi il motivo.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Con i miei fratelli
    Senza pensieri e paure
    Mi guardavo in torno e sorridevo
    Pensavo “è una notte stupenda”
    E nel frattempo immaginavo…
    E pensavo a come sarebbe stato mettermi un vestito pieno di luci rosa
    Come un albero di natale fuori a un cortile di una casa accogliente
    Che consola e trasmette quell’atmosfera natalizia unica.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle..
    Sotto questa immensa collina illuminata dalla luce della luna
    Una luna grande e bianca con dei tratti scuri
    Ci illuminava di un immenso chiarore
    Mentre stavamo fermi,in silenzio a fissarla
    Ci guardammo negli occhi
    Senza distogliere lo sguardo
    E senza fare un passo, ne un respiro…
    Il silenzio regnava e mi sentivo tranquillo così come
    Quando stavo sull’altalena al mare.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Sotto uno splendido cielo
    Ad immaginare cosa sarebbe successo dopo
    Noi due soli con le mani che si sfioravano
    Guardavamo quel bellissimo cielo
    dove volavano colombe bianche,che panorama allegro!
    Un panorama tanto allegro da farmi ricordare i vecchi tempi
    Come quando andavo a giocare
    Con le mie amiche di scuola
    Le migliore mai esistite.

La cronaca della Disfida di matematica 2017

 

Il 3 Marzo 2017, presso la palestra di Folzano a Brescia, si è svolta la 13^ edizione della Disfida Matematica a squadre. La squadra del Liceo Moretti, composta dal capitano Luca Sosta (5A), da Federico Parma (4A), Ginevra Casati (4B), Simone Benetti (4D), Riccardo Ghidini (4D), Raffaele Bonsi (3A) e Alessandro Pelosi (3A), è riuscita a qualificarsi per la fase nazionale che si svolgerà a Cesenatico dal 4 al 7 Maggio. La gara della nostra squadra, a dire il vero poco avvincente nella prima parte, ha avuto un crescendo di adrenalina nella fase finale, quando, abilmente guidata dal suo capitano, la squadra ha consegnato le soluzioni corrette di ben cinque problemi in pochi minuti, riuscendo così a raggiungere l’ottava posizione della classifica e a guadagnarsi la qualificazione. Ma la sfida si è svolta anche sugli spalti, dove le rispettive tifoserie si davano battaglia per incitare i propri compagni e per commentare il bizzarro travestimento da Tartaglia del professor Marzocchi. Da sottolineare la cospicua presenza dei supporters del Moretti che nell’ultima mezz’ora si sono esaltati sostenendo la squadra per la cavalcata finale.

Auguriamo alla squadra una buona trasferta a Cesenatico, durante la quale ricordiamo che Luca parteciperà anche alla gara individuale, essendosi qualificato come sesto nella fase provinciale delle Olimpiadi della Matematica.

Da ultimo rivolgiamo un invito a tutti gli studenti del Liceo perché seguano le vicende dei nostri “eroi” e come noi si lascino convincere ad andare a fare il tifo alla Disfida Matematica il prossimo anno, non vi annoierete!

Alcuni supporters di 5A

Disfida di Matematica 2017

di Ginevra Casati

Anche quest’anno la squadra di matematici del nostro liceo si è qualificata alla Finale Nazionale Gara a Squadre di Matematica, che avrà luogo a Cesenatico dal  maggio 2017. Alla fine del l’avvincente Disfida di Brescia del 3 marzo, dopo una gara che ha messo a dura prova i nervi di chi dagli spalti sosteneva animosamente il Liceo Moretti , la squadra è riuscita a classificarsi all’ottavo posto, entrando nella rosa delle 11  qualificatesi per Cesenatico soltanto a gara praticamente ultimata, dando così prova di grande concentrazione, tenacia e agonismo.

Tutto ciò a  coronamento di un percorso di preparazione altrettanto avvincente che, come ogni anno scolastico, inizia ad ottobre  e   viene portato avanti non solo dai 7 componenti della prima squadra, ma anche da tutti quegli studenti del Liceo Moretti  che amano cimentarsi in sfide matematiche di alto livello. Gli incontri periodici di preparazione sono per noi studenti amanti della combinatoria, della geometria, dell’algebra e della teoria dei numeri  imperdibile  occasione per apprendere i  trucchi della matematica e per appassionarci al problem solving, ma anche per condividere l’esperienza di sentirci parte di una squadra, e di imparare a lavorare in sintonia tra di noi, valorizzando le nostre specifiche potenzialità e sostenendoci reciprocamente nelle nostre manchevolezze.

Invitiamo quindi ad entrare a far parte della nostra squadra, capitanata da Luca Sosta e sostenuta e guidata dalla prof.ssa Laura Maccari,  tutti coloro che volessero provare a vivere con noi un’esperienza così bella e stimolante.

LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE

LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE

di Maria Chiara Signorini

Diretto da Mel Gibson, questo film di guerra e di fede riesce a commuovere e ad emozionare grazie alla sua incredibile storia, una storia vera, che gli attori di questo cast stellare hanno cercato di interpretare in tutta la sua crudezza e drammaticità.
Desmond Doss (Andrew Garfield) si arruola ventitreenne nell’esercito degli USA assieme a tanti altri giovani che volevano servire il Paese contro la minaccia del Giappone della Seconda Guerra Mondiale. Ciò che lo differenzia dagli altri è però la sua incredibile fede e forza di volontà: “Mentre gli altri staranno spazzando via delle vite, io le starò salvando! E’ così che servirò il mio paese”. Rifiutandosi di toccare qualsiasi tipo di arma e rischiando la Corte Marziale pur di non rinnegare le sue certezze, viene mandato come medico soccorritore ad Okinawa, sul fronte del Pacifico. Qui parte la dura serie di immagini legate alle uccisioni e ai demoni della guerra che lascerà poi spazio all’azione e alla ripresa della narrazione. Desmond si rifiuta di fuggire per mettersi in salvo e decide di rimanere in quel luogo di fumo e di morte per salvare tutte le vite possibili, anche a costo di sacrificare la sua.
Il film pare così diviso in due parti. La prima include l’infanzia del protagonista, trascorsa tra la violenza delle mura domestiche all’ombra di un padre, veterano di guerra, che si rifugiava nell’alcool e accanto alla madre che crebbe in lui la sensibilità alla fede. La seconda, dopo un addestramento alla “Full Metal Jacket”, è dedicata completamente allo scontro sul campo di battaglia che richiama in tutta la sua durezza la sequenza iniziale di “Salvate il Soldato Ryan” di Spielberg.

CAST:
 Andrew Garfield (The Amazing Spiderman, Silence)
 Teresa Palmer (Point Break, Lights Out, L’apprendista stregone)
 Vince Vaughn (Gli stagisti, Due single a nozze, Into the Wild)
 Sam Worthington (Avatar, Scontro tra Titani, 40 carati)
 Luke Bracey (Point Break)
 Hugo Weaving (Capitan America, Il signore degli anelli, V per Vendetta, Cloud Atlas, Matrix)

RICONOSCIMENTI:
• 2017 – Premio Oscar
Candidatura per il Miglior film
Candidatura per la Miglior regia a Mel Gibson
Candidatura per il Miglior attore protagonista a Andrew Garfield
Candidatura per il Miglior montaggio a John Gilbert
Candidatura per il Miglior sonoro
Candidatura per il Miglior montaggio sonoro
• 2017 – Premio Golden Globe
Candidatura per il Miglior film drammatico
Candidatura per il Miglior regista a Mel Gibson
Candidatura per il Miglior attore in un film drammatico a Andrew Garfield

Maria Chiara Signorini

Ottimi risultati del Moretti alle OLIMPIADI delle NEUROSCIENZE

neuroscienze

OLIMPIADI delle NEUROSCIENZE

Il 17 febbraio 2017 alcuni studenti del Liceo si sono misurati nella fase locale delle Olimpiadi delle Neuroscienze,proposte per la prima volta anche al Liceo.

Le Olimpiadi delle Neuroscienze rappresentano la selezione italiana della International Brain Bee (IBB), una competizione internazionale che mette alla prova studenti delle scuole medie superiori, di età compresa fra i 13 e i 19 anni, sul grado di conoscenza nel campo delle neuroscienze. Dal Nord al Sud del paese, ragazze e ragazzi si sfidano a colpi di neurone, per stabilire chi ne sappia di più su argomenti quali: il cervello,l’intelligenza, la memoria, le emozioni, lo stress, l’invecchiamento, il sonno e le malattie del sistema nervoso.

Lo scopo principale dell’iniziativa è quello di stimolare l’interesse per la biologia in generalee per le neuroscienze in particolare, accrescendo la consapevolezza dei giovani nei confronti della parte più “nobile” del nostro corpo ed inoltre attrarre giovani talenti alla ricerca nei settori delle Neuroscienze sperimentali e cliniche, che rappresentano la grande sfida del nostro millennio.

Promotore dell’evento nazionale è la Società Italiana di Neuroscienze (SINS), la più importante società scientifica nazionale a carattere interdisciplinare per lo studio del Sistema Nervoso e delle sue malattie.

Le Olimpiadi delle Neuroscienze 2017 constano di:
– una fase locale (17 febbraio 2017): si svolge nelle scuole, durante la quale si selezionano i 5 migliori allievi di ogni singola scuola;
– una fase regionale (18 marzo 2017): si svolge a Brescia e seleziona i tre migliori studenti delle singole regioni italiane;
– una fase nazionale (5-6 maggio 2017), si svolgerà a Catania e selezionerà il vincitore che riceverà una borsa di studio per rappresentare l’Italia alla competizione internazionale.

 

Si sono classificati per la fase regionale Casati Ginevra (4^B), Gilberti Beatrice (3^A) Poli Matteo, Signorini Mariachiara e Zanelli Sara (4^A). Un complimento anche agli altri partecipanti che con impegno e serietà hanno affrontato la competizione neuroscienze.

prof.ssa Sandra Zanardelli

 

 

Devastante. Sensuale. Forte. Bella. Agghiacciante. Dolce. Commovente.

Risultati immagini per immagini violenza sulle donne

di Nadiya Najim

Devastante. Sensuale. Forte. Bella. Agghiacciante. Dolce. Commovente.
Sono tanti gli aggettivi che potrei usare, ma questi sono quelli che meglio descrivono la
mia esperienza di attrice nel “Gelido prato”, laboratorio teatrale sulla violenza sulle donne
(seguito poi dall’esito che abbiamo replicato una decina di volte). Vivere questo progetto
dall’interno è stato unico e indimenticabile, che ha lasciato un segno indelebile sulla mia
formazione di giovane donna e attrice. Il nostro scopo era far aprire gli occhi a persone in
grado di cambiare la nostra realtà, quella realtà che nasconde violenza fisica, sessuale e
psicologica dietro a un sorriso rassicurante, occhi pieni di lacrime, fondotinta e cerotti. E
quelle persone sono proprio i giovani. Non era necessario che capissero tutti: se anche un
solo giovane avesse recepito il messaggio che volevamo trasmettere, ci saremmo sentiti
soddisfatti, ma il risultato è stato di gran lunga meglio del previsto e noi non possiamo che
gioirne. Avevamo l’arduo compito di raccontare storie di morte e violenza senza risultare
vittime bisognose di aiuto e compassione; dovevamo parlare di ferite letali con leggerezza,
dolcezza ed ironia, senza pressione, senza forzare. Dopotutto, è un argomento fragile, che
ha bisogno di essere trattato con la dovuta delicatezza. E tra parole, poesie, danze, gesti,
carezze, racconti, dati e petali di rose abbiamo raccontato di Marie, uccisa dal suo amante
per gelosia; siamo state Teresa, che con la faccia viola di pugni raccontava sorridente di
essere caduta dalle scale della cantinetta; eravamo Ivana, che attraverso la fredda
confessione del suo fidanzato Giovanni ha espresso il suo disappunto per essere stata
soffocata da un tovagliolo rosso a causa di una risposta non gradita; e in noi c’era quella
giovane commessa di intimo strozzata con delle mutandine di pura seta perché le piaceva
un po’ di violenza a letto, le piaceva sentirsi un po’ schiava e un po’ geisha, ma il compagno
non è riuscito a fermarsi; abbiamo parlato con la voce di Hamina, sgozzata dal padre
perché voleva cambiare una storia già scritta e sposare un uomo diverso da quello a cui era
destinata. Ma chi eravamo? Eravamo donne. Eravamo Vittoria, Elena, Alessia, Barbara,
Nadia, Adriana, Rossana. Ognuna con le proprio passioni, con la propria vita e con i propri
sogni, ma ci siamo prese il carico di denunciare una scomoda verità per un futuro meno
inquietante. Per un mondo dove le donne possono vestirsi come piace a loro, senza esser
poi incolpate di aver provocato il loro stupratore. Dove tutti possono dire la loro, senza
aver paura di una risposta troppo violenta. Dove ognuno può essere se stesso senza essere
giudicato. Un posto dove donne e uomini possono vivere sereni con i loro interessi, le loro
passioni, i loro sogni e le loro ambizioni. Senza paura che l’amore della tua vita si riveli un
mostro brutale e violento. E sarebbe più semplice se si potesse trovare il coraggio di
denunciare una situazione di violenza senza avere il terrore di essere uccisi.
E se ognuno di noi si impegnasse a prendersi carico di questa cruda verità, forse questo
non sarebbe più un mero sogno di poche persone fiduciose e speranzose, ma una realtà.

di Nadiya Najim

27 gennaio. Un ricordo di liberazione, un ricordo di dolore.

 

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27 gennaio 1945, nel campo di concentramento di Auschwitz si respira libertà e speranza, ma gli occhi dei pochi sopravvissuti sono vuoti, un vuoto ricolmo di rabbia, dolore, rancore, sofferenza.

Sembrava un giorno come tanti, quel 27 gennaio 1945, l’ennesimo giorno di lavoro, di fatica, di morte, l’ennesimo tentativo di arrivare alla sera, l’ennesimo tentativo di non ascoltare l’assordante voce della coscienza che ti chiede urlando e piangendo se vale davvero la pena scegliere ogni giorno la sopravvivenza invece di una morte liberatoria. È l’unico pensiero della giornata; il resto è vuoto.
Del resto, un numero non dovrebbe pensare, dovrebbe solo lavorare, il lavoro rende liberi, Arbeit Macht Frei. Il massimo che potrebbe fare un numero è morire: di sete, di fame, di stanchezza, di dolore, di malattia, nelle camere a gas, fucilato, squartato. Ma non può permettersi di essere umano, un numero. Un numero non ci somiglia neanche, a un essere umano.

Poi una macchia scura all’orizzonte scombussola l’ordinario. Si avvicina sempre più. Un confuso silenzio. Da un’anima stanca e debole prorompe un urlo rauco: “Sono venuti a liberarci, siamo liberi, siamo liberi!”. Eccola, la speranza, una stilla di speranza in quella fiammata di morte.
Nel campo eravamo rimasti solo noi, i deboli, i malati. Gli altri se li sono portati via i nazisti. Probabilmente sono morti.
Le porte di Auschwitz si aprono, l’orrore si riversa nel mondo.
Come farete, ora, a guardarci negli occhi? Come pretendete di capire?
Siamo morti. Siamo morti perché eravamo ebrei. Eravamo innocenti, dottori, insegnanti, bambini, mogli, mariti, bibliotecari, umani, ma ebrei: la nostra unica colpa, la riposta sbagliata a una domanda ingiusta, ma dov’è, in fondo, la giustizia? Dov’è il bene? Cos’è il male?
Siamo sopravvissuti. Siamo sopravvissuti all’inferno. Come pensate che torneremo, ora, alla nostra vita di sempre? Non esiste più la nostra vita di sempre.
Arbeit Macht Frei.
Sono un numero. Sono solo. Non ho più nessuno. Sono tutti morti.
Sono tutti morti.

Dov’era il mondo, mentre milioni di ebrei venivano sterminati dalla follia? Dov’eravate, quando ci torturavano, quando ci squartavano, quando avremmo voluto solo vivere, quando avremmo voluto solo sentirci umani?
Un orrore commesso da un uomo, da una nazione, dall’umanità.
Un orrore che non può essere dimenticato, chi dimentica è complice. Un orrore che non possiamo permetterci di ripetere. “Vi comando queste parole, scolpitele nel vostro cuore”. Una richiesta, un dovere, un ordine impossibile da ignorare.

Almeno una volta all’anno, un giorno all’anno. Il 27 gennaio si ricorda. Il 27 gennaio si insegna. Un avvertimento al futuro. Parlate, informatevi, raccontate, leggete, descrivete, osservate, provate a mettervi nei loro panni e vivete con cuore puro e mente aperta. Vivete.
Nadiya Najim

Gelido prato

donne

di Nadiya Najim

In data 8 ottobre 2016 si è tenuto uno spettacolo teatrale per gli studenti dell’Istituto
Beretta sulla violenza sulle donne, “Gelido prato”, finanziato dalla Civitas e messo in scena
dall’associazione culturale Treatro – terrediconfine. Lo spettacolo era l’esito di un
laboratorio della durata di quindici incontri, aperto a donne e uomini di maggiore età.
Basato sul libro Ferite a morte di Serena Dandini, lo spettacolo ha toccato tutte le
sfumature del tema “violenza sulle donne”, dalla violenza psicologica a quella fisica; un
ammonimento rivolto soprattutto ai giovani, gli adulti di domani, un’esortazione – o
meglio, la richiesta di aprire gli occhi su quella che è una realtà sempre attuale, una realtà
che non sempre si ha il coraggio di rivelare, nonostante aleggi tra di noi come un
fantasma letale, tra le mura di casa nostra e negli occhi vuoti di donne troppo spaventate
per fidarsi della nostra società.
Uno spettacolo crudo e diretto, che rivela dati e avvenimenti reali con un sottile filo
ironico necessario a far aprire gli occhi dallo sbigottimento e far correre brividi di
inquietudine, ma con la leggerezza.
Lo spettacolo si apre con una sfilata di donne, tutte diverse fra loro tra età e aspetto
fisico, intente a mostrare il loro lato migliore con sensualità e un po’ di civetteria, sotto gli
occhi scrutatori di due uomini che le valutano come merce in vendita. Una scena che
descrive con tocco ironico come vengono viste le donne nella società odierna, giudicate
superficialmente in base al loro aspetto fisico e alle loro capacità.
“Siamo donne. È il nostro destino. Non possiamo farci niente.” è il messaggio che emerge
nelle scene successive. Senza lasciar il tempo allo spettatore di riprendere fiato vengono
raccontati episodi di vergogna, dedizione, morte e amore da donne che non si capacitano
della brutalità e della violenza degli uomini che hanno amato con passione e da cui sono
state uccise. Padri, mariti, amanti, vicini di casa, tutti colpevoli di omicidio e omertà. Una
rapida successione di parole e gesti che scombussolano e catturano lo sguardo dello
spettatore, che diventa complice e partecipe.
Le donne non se lo aspettano. Forse se lo vanno a cercare, per come si vestono, per gli
uomini che si trovano, perché non si ribellano. Non se lo aspettano, avviene tutto così
all’improvviso, in un battito di ciglia, e l’uomo dolce e premuroso che le ha protette
diventa l’incubo da cui fuggire. “Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorte!”.
Decisioni sbagliate di uomini non del tutto consci delle loro azioni. Uomini che non sono
né “buoni” né “cattivi”. Giusto, sbagliato, bene e male, sono solo preconcetti che illudono,
ma non giustificano le nostre scelte, che spettano solamente a noi. Lacrime di rimorso
versate sui corpi freddi di donne che hanno amato con dolcezza e fragilità, fredde
confessioni di omicidio di uomini che con impassibilità hanno distrutto sogni e speranze.
Le donne non se lo aspettano. Loro perdonano, si illudono, sperano. Sono disposte a
sacrificare tutto per il loro uomo: la famiglia, gli amici, il lavoro, le passioni. Loro donano se
stesse, chiedendo in cambio di essere amate. Tentano di mascherare la violenza, non si
aspettano la morte. “Le donne sono forti, meno che con gli uomini.”
Ed è la loro dolce fragilità a raccontare le loro storie agghiaccianti, il loro amore e i loro
sogni. E le loro parole arrivano a chi è disposto ad ascoltare con l’animo sensibile e il
cuore aperto. “Fa che queste mie lacrime, questo pianto ti onori, questo vaso di latte,
questa cesta di fiori, e il tuo corpo non sia, vivo o morto, che rose”.

di Nadiya Najim

rotaie

Sommersi e i salvati

rotaie

di Giorgio Gabrieli

Ne i Sommersi e i salvati Levi decide d’approfondire con più accuratezza alcuni temi inerenti al campo di concentramento non particolarmente evidenziati in Se questo è un uomo: la memoria e la famosa legge “Homo Homini Lupus”.
Levi fa notare ancora una volta le atrocità del campo di sterminio sottolineando che, se nessun ebreo fosse sopravvissuto o avesse lasciato uno scritto, ecco perché bruciavano i loro cadaveri, nessuno avrebbe potuto riferirci in merito all’onda di morte e atrocità che investì l’est europeo , e non solo, in quegli anni. Tutto ciò mi riporta alla mente un antico e spesso dimenticato, o ritenuto sciocco, enigma. “Se una quercia cade nel bosco ma non vi è nessuno a sentirla, fa rumore?”. Ed è lo stesso quesito che Levi si sarà sicuramente posto un milione di volte. Se nessuno di noi sopravvivrà , la razza umana riuscirà a capire o a credere la verità dietro alla nostra scomparsa? “La storia è scritta dai vincitori”, “solo chi domina vive il resto diventa polvere”, “ricordiamo sempre il nome dei carnefici mai delle vittime”: queste sono tutte frasi che ho sentito dire nella mia vita e che continuano a balenarmi in testa. A quel punto, in quello stato, ti senti inutile. Un’esistenza effimera, priva di significato, futile. Un semplice +1 al contatore delle nascite dell’umanità. La tua vita non è stato nient’altro che un innumerevole serie di calcoli che alla fine si annullano fra di loro per arrivare allo zero. Con zero non parlo di morte, parlo di non esistenza. Se nessuno si ricorderà di noi che senso ha definire qualcuno morto? Alcuni morti vengono ricordati e in quel caso la loro vita non è uno zero. Un uomo comune potrebbe pensarla così, ma non Levi. Egli decide di lasciare una traccia, un indizio, una pista all’uomo. Da bravo “reporter” non solo ci descrive la potenza, la furia e la devastazione dello tsunami, ma ci dice anche come è possibile evitarlo in futuro: ricordando e non facendo gli stessi sbagli commessi in passato. L’importante è ricordare e fare memoria.
Il secondo concetto molto affascinante che dà il nome al libro, è la legge regolatrice del comportamento umano ( secondo Hobbes): “Homo Homini Lupus” (ogni uomo è lupo per un altro uomo). L’uomo ha una particolare tendenza autodistruttiva, (inteso a livello di specie) enormemente accentuato rispetto a qualsiasi altro essere vivente. Per sopravvivere o soddisfare i propri bisogni l’uomo non si fa scrupoli. Lo si può vedere nel comportamento dei tedeschi sterminatori, ma anche nei detenuti stessi. Per sopravvivere nel capo si rubava anche agli altri prigionieri, spesso più deboli. Sempre vigili e attenti, con un occhio si sorvegliava il proprio tozzo di pane, con un altro si guardava in giro se fosse possibile sgraffignarne un altro a qualcuno distratto. La morte di un “compagno” non viene vista come un lutto, bensì coma un’occasione , una chance in più di sopravvivenza. Bisogna sommergere qualcuno per salvarsi e rimanere a galla. La morte di qualcuno dà la vita ad altri, sembra il principio della termodinamica o dell’alchimia di qualche vecchio libro fantasy; purtroppo quella era la loro realtà. Ci si augura che non diventi, anzi ritorni, la nostra. Dante scriveva che non vi è dolore più grande che ricordarsi dei giorni felici nella miseria. Io mi chiedo invece come si sente qualcuno a rievocare i giorni tristi nella gioia. L’unica risposta che ho è che bisogna ricordare. Perché dopotutto un oggetto, una persona, una frase non viene dimenticata perché cessa d’esistere, ma cessa d’esistere perché viene dimenticata
Giorgio Gabrieli