Isola d’Elba: una gita scolastica all’insegna della natura

La nostra gita all’Isola d’Elba

 di Giorgio Bortolini 2D

 

Nei giorni 26, 27 e 28 aprile noi classi 2D, 2A, 3D e 3E siamo andati in gita scolastica all’isola d’Elba, in provincia di Livorno.

La mattina del 26 ci siamo svegliati tutti di buon’ora e ci siamo recati al pullman in partenza alla 6.40 dietro al nostro istituto. Durante il viaggio ci siamo fermati a pranzare in Autogrill e, alle 13 circa, nonostante qualche piccola difficoltà, siamo arrivati all’imbarco di Piombino. Abbiamo preso il traghetto e, dopo una quarantina di minuti di navigazione un po’ turbolenta a causa del mare mosso, siamo sbarcati a Portoferraio. Prima con un autobus e poi a piedi siamo andati al municipio di questa città, dove abbiamo incontrato le nostre guide. Dopo aver studiato insieme un po’ di geografia dell’isola ci siamo portati in cammino sul promontorio dell’Enfola. Qui ci siamo imbattuti nella vegetazione tipica della macchia mediterranea, della quale abbiamo potuto ammirare i colori dei suoi fiori (come quelli del cisto maschio) e i profumi delle piante aromatiche (ad esempi il mirto e il rosmarino). In seguito siamo entrati in due bunker della guerra.

Alla fine della giornata ci siamo recati in due hotel diversi (uno per le seconde e l’altro per le terze) per la cena. I nostri alberghi erano tra le località della Biodola e di Scaglieri. La serata si è conclusa nella famosa spiaggia della Biodola (conosciuta per la sabbia quasi bianca e il mare cristallino), dove abbiamo cantato tutti assieme in cerchio. Alla fine siamo andati a dormire molto stanchi, ma al contempo felici.

Il secondo giorno ci siamo recati a Capoliveri, dove abbiamo noleggiato delle mountain bike e abbiamo raggiunto la località di Calamita. Dopo questa escursione ci siamo rifocillati nella piazza centrale di Capoliveri. Verso le 14.30 siamo partiti in pullmino alla volta della miniera del Ginevro, la più famosa dell’isola. Qui abbiamo potuto avere un piccolo assaggio di quelle che erano le condizioni dei minatori che hanno lavorato qui. Mi è rimasto impresso il fatto che, nonostante qui si movimentassero tutti i giorni enormi quantità di magnetite, sia morta solo una persona, oltretutto per un errore suo di distrazione. La nostra guida si è dimostrata molto simpatica e siamo riusciti persino a insegnarle alcune parole nel nostro dialetto! Dopo cena abbiamo fatto un’uscita a Campo nell’Elba. È stata l’unica volta che abbiamo “beccato” l’acqua.

L’ultimo giorno è stato il più soleggiato dei tre. Abbiamo fatto un’uscita partendo dal nostro hotel alla Biodola, passando per Forno e viticcio e abbiamo finalmente potuto ammirare il mare per la prima volta sotto un cielo completamente azzurro. Siamo anche riusciti a scorgere in lontananza la Corsica! In seguito siamo tornati a Portoferraio per vedere le mura e il forte sopra la città. Infine abbiamo mangiato alla spiaggia di Portoferraio e, poi, ci siamo imbarcati sul traghetto alla volta di Piombino, dove, ripreso l’autobus, siamo ripartiti alla volta di casa. Dopo qualche piccolo inconveniente all’altezza di La Spezia e la cena in un Autogrill vicino Parma siamo arrivati verso mezzanotte a casa. È vero, eravamo stanchi morti, ma anche felici per la splendida gita. Colgo l’occasione per ringraziare i professori che ci hanno accompagnati.

La cronaca della Disfida di matematica 2017

 

Il 3 Marzo 2017, presso la palestra di Folzano a Brescia, si è svolta la 13^ edizione della Disfida Matematica a squadre. La squadra del Liceo Moretti, composta dal capitano Luca Sosta (5A), da Federico Parma (4A), Ginevra Casati (4B), Simone Benetti (4D), Riccardo Ghidini (4D), Raffaele Bonsi (3A) e Alessandro Pelosi (3A), è riuscita a qualificarsi per la fase nazionale che si svolgerà a Cesenatico dal 4 al 7 Maggio. La gara della nostra squadra, a dire il vero poco avvincente nella prima parte, ha avuto un crescendo di adrenalina nella fase finale, quando, abilmente guidata dal suo capitano, la squadra ha consegnato le soluzioni corrette di ben cinque problemi in pochi minuti, riuscendo così a raggiungere l’ottava posizione della classifica e a guadagnarsi la qualificazione. Ma la sfida si è svolta anche sugli spalti, dove le rispettive tifoserie si davano battaglia per incitare i propri compagni e per commentare il bizzarro travestimento da Tartaglia del professor Marzocchi. Da sottolineare la cospicua presenza dei supporters del Moretti che nell’ultima mezz’ora si sono esaltati sostenendo la squadra per la cavalcata finale.

Auguriamo alla squadra una buona trasferta a Cesenatico, durante la quale ricordiamo che Luca parteciperà anche alla gara individuale, essendosi qualificato come sesto nella fase provinciale delle Olimpiadi della Matematica.

Da ultimo rivolgiamo un invito a tutti gli studenti del Liceo perché seguano le vicende dei nostri “eroi” e come noi si lascino convincere ad andare a fare il tifo alla Disfida Matematica il prossimo anno, non vi annoierete!

Alcuni supporters di 5A

Disfida di Matematica 2017

di Ginevra Casati

Anche quest’anno la squadra di matematici del nostro liceo si è qualificata alla Finale Nazionale Gara a Squadre di Matematica, che avrà luogo a Cesenatico dal  maggio 2017. Alla fine del l’avvincente Disfida di Brescia del 3 marzo, dopo una gara che ha messo a dura prova i nervi di chi dagli spalti sosteneva animosamente il Liceo Moretti , la squadra è riuscita a classificarsi all’ottavo posto, entrando nella rosa delle 11  qualificatesi per Cesenatico soltanto a gara praticamente ultimata, dando così prova di grande concentrazione, tenacia e agonismo.

Tutto ciò a  coronamento di un percorso di preparazione altrettanto avvincente che, come ogni anno scolastico, inizia ad ottobre  e   viene portato avanti non solo dai 7 componenti della prima squadra, ma anche da tutti quegli studenti del Liceo Moretti  che amano cimentarsi in sfide matematiche di alto livello. Gli incontri periodici di preparazione sono per noi studenti amanti della combinatoria, della geometria, dell’algebra e della teoria dei numeri  imperdibile  occasione per apprendere i  trucchi della matematica e per appassionarci al problem solving, ma anche per condividere l’esperienza di sentirci parte di una squadra, e di imparare a lavorare in sintonia tra di noi, valorizzando le nostre specifiche potenzialità e sostenendoci reciprocamente nelle nostre manchevolezze.

Invitiamo quindi ad entrare a far parte della nostra squadra, capitanata da Luca Sosta e sostenuta e guidata dalla prof.ssa Laura Maccari,  tutti coloro che volessero provare a vivere con noi un’esperienza così bella e stimolante.

MARLENE

di Alessia Tagliabue

Sono nato nel 1948, in un piccolo paesino sperduto nella Baviera, e sono stato battezzato Maximilian Meier, ma per tutti fui sempre Max.

Nel 1949 venne al mondo la piccola Marlene, mia sorella, una minuscola bambolina dai capelli ricci e neri. Non ricordo nulla di allora, ero troppo piccolo e so solo quello che dicono le vecchie foto. Dicono che le istantanee mentono, ma non è vero. All’epoca Marlene era dolce e non parlava. Non sarebbe successo mai più.

Mia sorella crebbe con me e i miei amici. Aveva i capelli tagliati cortissimi, la pelle cotta dal sole e le labbra rotte da botte e pugni volati fra di noi. Si arrampicava sulle rocce e faceva il bagno nello stagno in mutande come tutti gli altri. Sputava più lontano di tutti ed era la più brava a raccontare barzellette.

Aveva un anno in meno di me e di tutti gli altri, ma venne sempre considerata una nostra pari.

Avevamo undici mesi di differenza e tutti dicevano che sembravamo gemelli. Eravamo entrambi bravi a scuola ma Marlene era molto più intelligente di me, studiava con passione e aveva una lingue tagliente e saccente. Quando mio padre le vietò la scuola al compiere dei dieci anni perché femmina lei frequentò le lezioni per tre mesi di nascosto, prima che lui se ne accorgesse. Fu l’unica volta che venne picchiata, e continuò comunque a farsi dare lezioni da me, o a leggere libri di nascosto.

Se qualcuno dei miei amici la prendeva in giro lei ribatteva che lo studio sarebbe stato ripagato.

Nostro padre era un sarto ed ex combattente della Seconda Guerra Mondiale, mentre mia madre era una donna ferma, decisa e conservatrice. Soffriva per la figlia che andava con i ragazzi allo stagno, ma finché fu una bambina soffocò la cosa.

Quando compii quindici anni, e Marlene quattordici, i nostri genitori decisero di tentare fortuna a Berlino. Io piansi al pensiero di dover lasciare tutto, ma Marlene fece un fagotto delle sue cose e non salutò nessuno. Se ne andò senza rimpianti, pronta per il suo futuro.

Arrivati a Berlino Marlene iniziò a farsi crescere i capelli e a indossare le gonne, mia madre trovò lavoro presso una nobile berlinese, mio padre aprì un negozio di sartoria e io mi iscrissi al Ginnasio.

Marlene frequentava lezioni di latino a casa, che pagava con un lavoretto presso la sartoria di mio padre, senza che i nostro genitori lo sapessero. Mio padre iniziò a guadagnare e ben presto assunse due dipendenti. Ora potevamo permetterci abiti migliori. I soldi che davano a me finivano in un barattolo di vetro sopra il mio letto, quelli di Marlene invece finivano spesi in libri.

Quando avevo sedici anni, e Marlene quindici, il nostro gioco preferito era la metropolitana.

Non esisteva un campionario di umanità in scatola migliore. Io mi sedevo su uno dei seggiolini centrali e lei si sdraiava sul seggiolino accanto al mio e appoggiava la testa sulle mie ginocchia.

Amavamo ipotizzare le vite della gente che ci passava accanto.

La donna dal cappello di pelo, l’uomo d’affari che fremeva perché le porte si aprissero in fretta e potesse correre alle sue carte e il bambino con il lecca lecca alla fragola che piangeva diventavano attori dell’enorme film della vita che si poteva vedere gratuitamente ma al quale pochi prestavano attenzione.

Immaginavamo per loro una vita che sicuramente non avevano ma che ci piaceva.

Lei preferiva le donne, le ragazze, le bambine. Le descriveva meglio. Io descrivevo chiunque, ma solo se mi colpiva. All’epoca credevo che solo se una persona all’impatto sembrava interessante poi lo era davvero.

Marlene invece no. Era una donna obiettiva, Marlene, lo è sempre stata. Io ero un sognatore di campagna, lei in breve tempo divenne una spietata donna di città.

A sedici anni iniziò a crescere. Nessuno l’avrebbe mai più invitata in una cricca di maschi senza badare alla sua femminilità.

Quando passavamo in bicicletta vicino al Muro, lei seduta sulla canna rossa della mia bici e io sul sellino, aggrottava le sopracciglia.

– Come staranno di là?

Io tacevo. Non mi importava, come avrebbe potuto? Era il 1965 e vivevamo nella Berlino Ovest che gli americani avevano strappato dalla sua metà. Noi stavamo bene, loro forse no. Non mi interessava assolutamente che cosa succedesse di là, come vivessero o chi fossero quei miei concittadini fantasma.

Non potevo andarci e non dovevo pensarci. Eppure Marlene, ovviamente, moriva dalla voglia di scoprire

quella strana città al rovescio. Me la immaginavo arrivare a “Berlino dell’altra parte” e urlare a tutti le sue idee, i suoi sogni, la sua voglia di libertà. Poteva far crollare il Muro con le sue parole.

Scoprii che aveva iniziato a fumare, ma quando glielo rinfacciai lei alzò gli occhi al cielo.

– Siamo a Berlino Max. Non siamo più in Baviera dove le donne stanno rinchiuse in casa a sfornare figli. Qua le donne sono indipendenti e fanno ciò che vogliono.

In fondo era vero, le donne di Berlino parevano un’altra specie rispetto alle chiuse donnone con le quali avevo condiviso l’infanzia.

Marlene si iscrisse ad un corso di greco e andava in biblioteca ogni giorno. Ormai i nostri genitori sapevano che continuava la sua istruzione e che fumava come un turco.

Capii che mia sorella sarebbe diventata irrimediabilmente diversa da me, ma era pur sempre la ragazzina che pareva la mia gemella quando eravamo piccoli e continuavo a parteggiare per lei, per quanto mi fosse possibile.

Io finii il Ginnasio e mi iscrissi a Legge. Lei contestò la mia scelta con fare acceso e polemico, dicendo che gli avvocati erano ottusi e facevano gli interessi dei potenti e che sarei diventato schiavo del governo. Non la ascoltai e la lasciai sfogare.

Io divenni alto e magro e lei smise di crescere. A diciassette anni si tagliò i capelli corti e se li arricciò.

Mio padre si ammalò e iniziò a diventare intrattabile. Quando poi Marlene si alzò durante la cena e annunciò che voleva iscriversi all’università di giornalismo esplose. Scagliò lontano il piatto e sembrò che volesse davvero picchiarla questa volta. Mia madre si lanciò contro di lui per trattenerlo. Marlene, da bravo animale di scena qual era diventata, sorrise al suo pubblico e si ritirò in camera.

Continuai a dare esami e a studiare, sperando che Marlene cambiasse idea per il bene della nostra famiglia e sapendo allo stesso tempo che non sarebbe successo. Ormai era una macchina da guerra, sapeva quello che voleva e l’avrebbe raggiunto.

Mio padre peggiorò lentamente, diventando insopportabile. Urlava, mangiava poco e vomitava ogni cosa. Mia madre iniziò a dimagrire e a piangere sempre più spesso. Marlene non aiutava mai in casa, non cucinava nulla e non le importava più niente, tranne me, talvolta.

A volte le chiedevo se voleva fare un giro e lei saliva sulla mia bicicletta, come facevamo sempre prima. Giravamo per Berlino e lei mi raccontava dei suoi esami, dei suoi corsi. Diceva che voleva diventare una giornalista famosa e fare luce su tutta la verità. Un giorno mi fissò a lungo.

– Come facevamo in metro io e te, ricordi?

Io risi.

– Sei sempre stata una donna con le idee chiare, lo sai? Fin da quando eravamo piccoli giù in Baviera.

Marlene fece spallucce.

– Abbiamo una vita sola Max. Se non siamo sicuri di quello che vogliamo è come non vivere neanche quella.

Me la ricorderò per sempre in quel momento. Indossava una gonna beige a ruota e una giacchetta dello stesso colore.  Gli occhi erano limpidi, decisi, fermi. Occhi da donna.

– Io farò luce su tutto. Su tutto.

Frenai.

– Quello che c’è dall’altra parte del Muro non ci dovrebbe interessare.

Lei serrò le labbra.

– Diventerai un bravo avvocato. Chiuso e ottuso. La testa piena di carte, di regole e di polvere.

Scese dalla bicicletta e si allontanò a piedi, scomparendo nella folla.

Quattro giorni dopo mio padre morì. Il funerale fu penoso, c’eravamo solo io, mia madre e qualche vicino di casa. Marlene entrò a metà funzione e si mise in fondo alla chiesa a braccia conserte.

Non tornò a casa per tre sere dopo quel giorno e quando lo fece non si degnò di parlare con nessuno e si chiuse in camera sua come se non fosse successo nulla.

Divenne sempre più chiusa. Entrava in casa solo per dormire. Mangiava fuori, studiava fuori e viveva fuori. A volte andavo all’università per cercare di parlarle, ma era sempre in compagnia di ragazze in pantaloni e capelli corti e ragazzi in camicia sbottonata.

Quando la incrociavo per caso in città aveva sempre un libro sottobraccio, una sigaretta nell’altra mano e un paio di pantaloni addosso. I suoi amici quando mi incontravano non mi salutavano, ma può essere che Marlene non avesse detto loro chi ero. Me lo sarei aspettato.

Intanto io da qualche mese uscivo con una ragazza, Suzy.

Era bionda, con gli occhi azzurri, dolce e rideva spesso. Non aveva particolari aspirazioni, voleva

solo sposarsi e avere figli e nel mentre lavorava qualche ora in un caffè. A Marlene non sarebbe

piaciuta mai e forse era per questo che all’inizio uscii con lei. Ma del resto Marlene mi aveva tradito e

rinnegato. Ora toccava a me farlo.

Una sera Marlene entrò in camera mia e si sedette a gambe incrociate sul letto. Indossava un paio di pantaloni color crema e una camicetta attillata e puzzava di fumo. Ormai aveva ventuno anni e io ventidue.

– Io vado dall’altra parte.

La fissai come se fosse pazza.

– Ma cosa dici? Noi siamo liberi. Perché vai dai rossi?

– Non lo puoi sapere se noi siamo liberi. E i rossi magari sono meglio di noi!

La presi per le braccia e la feci alzare.

– La gente muore a passare da quella parte del Muro. Lo sai quanti ci hanno lasciato la pelle. Perché vuoi farlo? Cosa vuoi dimostrare? Cosa?

– Non sta a te decidere. So come andare di là. Voglio la verità Max.

Le diedi uno schiaffo secco.

– Sei una bambina. Una bambina viziata che gioca a fare l’adulta.

Non mi chiese di andare con lei e non so cosa le avrei risposto se l’avesse fatto.

Uscì dalla stanza e se ne andò.

Era il 26 aprile 1970.

Non la vidi mai più.

 

Mia madre morì tre anni dopo la fuga di Marlene.

Io mi laureai e sposai Suzy.

Mi diede tre figli, Alex, Timo e Daniel.

Divenni un avvocato di successo.

 

Diciannove anni dopo, il  9 novembre 1989, mio figlio entrò in cucina urlando che il Muro cadeva. Mia moglie mi guardò. Gli altri miei due figli si alzarono dal divano e corsero fuori. Io e Suzy li seguimmo.

Fuori la gente correva, urlava e piangeva, si baciava, si abbracciava e rideva felice. Io lasciai la mano di mia moglie. Ogni donna dai capelli corti mi faceva battere il cuore un po’ più forte. Ogni sigaretta che si accendeva mi faceva girare.

Marlene Kristine Meier non c’era.

Mia moglie mi ritrovò e mi strinse la mano.

 

Non so se Marlene passò dall’altra parte del muro.

Il suo nome non compare nei registri della gente uccisa nel tentativo di andare all’est e neanche quello dei suoi amici, ma potrebbero aver avuto un documento falso.

Quando fu possibile andai nell’altra Berlino a cercarla. Per quanto scavassi nei rottami e implorassi persone a ricordarsi almeno un suo particolare non trovai mai niente.

Era semplicemente sparita nel nulla.

 

Potrebbe anche essere ancora viva, consumata dalle sigarette e dalla voglia di vivere, seduta ad una vecchia scrivania della Berlino che stava dall’altra parte dello specchio. Magari non ha fatto la giornalista o si è fatta crescere i capelli, oppure è ancora la stessa, solo con i capelli bianchi. Potrebbe essere diventata un’astronauta o aver sposato un pezzo grosso dei comunisti.

Ma spesso queste versioni fanno più male di immaginarla morta nel tentativo di andare dall’altra parte. Vorrebbe dire che non mi ha mai voluto cercare. Vorrebbe dire che mi ha tradito. Che ha tradito noi e quello che eravamo. Ma anche io l’avevo tradita, no?

No, perché se due esseri si tradiscono a vicenda la verità è che entrambi si amavano troppo per continuare ad andare avanti. Tradire qualcuno vuol dire temere di fargli troppo male se si continua così talvolta.

Fu così, con noi. Eravamo troppo diversi, tutto qui.

Non trovai mai più nessuno come lei.

Nessuno, come Marlene Kristine Meier.

Nessuno, come mia sorella.

LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE

LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE

di Maria Chiara Signorini

Diretto da Mel Gibson, questo film di guerra e di fede riesce a commuovere e ad emozionare grazie alla sua incredibile storia, una storia vera, che gli attori di questo cast stellare hanno cercato di interpretare in tutta la sua crudezza e drammaticità.
Desmond Doss (Andrew Garfield) si arruola ventitreenne nell’esercito degli USA assieme a tanti altri giovani che volevano servire il Paese contro la minaccia del Giappone della Seconda Guerra Mondiale. Ciò che lo differenzia dagli altri è però la sua incredibile fede e forza di volontà: “Mentre gli altri staranno spazzando via delle vite, io le starò salvando! E’ così che servirò il mio paese”. Rifiutandosi di toccare qualsiasi tipo di arma e rischiando la Corte Marziale pur di non rinnegare le sue certezze, viene mandato come medico soccorritore ad Okinawa, sul fronte del Pacifico. Qui parte la dura serie di immagini legate alle uccisioni e ai demoni della guerra che lascerà poi spazio all’azione e alla ripresa della narrazione. Desmond si rifiuta di fuggire per mettersi in salvo e decide di rimanere in quel luogo di fumo e di morte per salvare tutte le vite possibili, anche a costo di sacrificare la sua.
Il film pare così diviso in due parti. La prima include l’infanzia del protagonista, trascorsa tra la violenza delle mura domestiche all’ombra di un padre, veterano di guerra, che si rifugiava nell’alcool e accanto alla madre che crebbe in lui la sensibilità alla fede. La seconda, dopo un addestramento alla “Full Metal Jacket”, è dedicata completamente allo scontro sul campo di battaglia che richiama in tutta la sua durezza la sequenza iniziale di “Salvate il Soldato Ryan” di Spielberg.

CAST:
 Andrew Garfield (The Amazing Spiderman, Silence)
 Teresa Palmer (Point Break, Lights Out, L’apprendista stregone)
 Vince Vaughn (Gli stagisti, Due single a nozze, Into the Wild)
 Sam Worthington (Avatar, Scontro tra Titani, 40 carati)
 Luke Bracey (Point Break)
 Hugo Weaving (Capitan America, Il signore degli anelli, V per Vendetta, Cloud Atlas, Matrix)

RICONOSCIMENTI:
• 2017 – Premio Oscar
Candidatura per il Miglior film
Candidatura per la Miglior regia a Mel Gibson
Candidatura per il Miglior attore protagonista a Andrew Garfield
Candidatura per il Miglior montaggio a John Gilbert
Candidatura per il Miglior sonoro
Candidatura per il Miglior montaggio sonoro
• 2017 – Premio Golden Globe
Candidatura per il Miglior film drammatico
Candidatura per il Miglior regista a Mel Gibson
Candidatura per il Miglior attore in un film drammatico a Andrew Garfield

Maria Chiara Signorini

Ottimi risultati del Moretti alle OLIMPIADI delle NEUROSCIENZE

neuroscienze

OLIMPIADI delle NEUROSCIENZE

Il 17 febbraio 2017 alcuni studenti del Liceo si sono misurati nella fase locale delle Olimpiadi delle Neuroscienze,proposte per la prima volta anche al Liceo.

Le Olimpiadi delle Neuroscienze rappresentano la selezione italiana della International Brain Bee (IBB), una competizione internazionale che mette alla prova studenti delle scuole medie superiori, di età compresa fra i 13 e i 19 anni, sul grado di conoscenza nel campo delle neuroscienze. Dal Nord al Sud del paese, ragazze e ragazzi si sfidano a colpi di neurone, per stabilire chi ne sappia di più su argomenti quali: il cervello,l’intelligenza, la memoria, le emozioni, lo stress, l’invecchiamento, il sonno e le malattie del sistema nervoso.

Lo scopo principale dell’iniziativa è quello di stimolare l’interesse per la biologia in generalee per le neuroscienze in particolare, accrescendo la consapevolezza dei giovani nei confronti della parte più “nobile” del nostro corpo ed inoltre attrarre giovani talenti alla ricerca nei settori delle Neuroscienze sperimentali e cliniche, che rappresentano la grande sfida del nostro millennio.

Promotore dell’evento nazionale è la Società Italiana di Neuroscienze (SINS), la più importante società scientifica nazionale a carattere interdisciplinare per lo studio del Sistema Nervoso e delle sue malattie.

Le Olimpiadi delle Neuroscienze 2017 constano di:
– una fase locale (17 febbraio 2017): si svolge nelle scuole, durante la quale si selezionano i 5 migliori allievi di ogni singola scuola;
– una fase regionale (18 marzo 2017): si svolge a Brescia e seleziona i tre migliori studenti delle singole regioni italiane;
– una fase nazionale (5-6 maggio 2017), si svolgerà a Catania e selezionerà il vincitore che riceverà una borsa di studio per rappresentare l’Italia alla competizione internazionale.

 

Si sono classificati per la fase regionale Casati Ginevra (4^B), Gilberti Beatrice (3^A) Poli Matteo, Signorini Mariachiara e Zanelli Sara (4^A). Un complimento anche agli altri partecipanti che con impegno e serietà hanno affrontato la competizione neuroscienze.

prof.ssa Sandra Zanardelli

 

 

Devastante. Sensuale. Forte. Bella. Agghiacciante. Dolce. Commovente.

Risultati immagini per immagini violenza sulle donne

di Nadiya Najim

Devastante. Sensuale. Forte. Bella. Agghiacciante. Dolce. Commovente.
Sono tanti gli aggettivi che potrei usare, ma questi sono quelli che meglio descrivono la
mia esperienza di attrice nel “Gelido prato”, laboratorio teatrale sulla violenza sulle donne
(seguito poi dall’esito che abbiamo replicato una decina di volte). Vivere questo progetto
dall’interno è stato unico e indimenticabile, che ha lasciato un segno indelebile sulla mia
formazione di giovane donna e attrice. Il nostro scopo era far aprire gli occhi a persone in
grado di cambiare la nostra realtà, quella realtà che nasconde violenza fisica, sessuale e
psicologica dietro a un sorriso rassicurante, occhi pieni di lacrime, fondotinta e cerotti. E
quelle persone sono proprio i giovani. Non era necessario che capissero tutti: se anche un
solo giovane avesse recepito il messaggio che volevamo trasmettere, ci saremmo sentiti
soddisfatti, ma il risultato è stato di gran lunga meglio del previsto e noi non possiamo che
gioirne. Avevamo l’arduo compito di raccontare storie di morte e violenza senza risultare
vittime bisognose di aiuto e compassione; dovevamo parlare di ferite letali con leggerezza,
dolcezza ed ironia, senza pressione, senza forzare. Dopotutto, è un argomento fragile, che
ha bisogno di essere trattato con la dovuta delicatezza. E tra parole, poesie, danze, gesti,
carezze, racconti, dati e petali di rose abbiamo raccontato di Marie, uccisa dal suo amante
per gelosia; siamo state Teresa, che con la faccia viola di pugni raccontava sorridente di
essere caduta dalle scale della cantinetta; eravamo Ivana, che attraverso la fredda
confessione del suo fidanzato Giovanni ha espresso il suo disappunto per essere stata
soffocata da un tovagliolo rosso a causa di una risposta non gradita; e in noi c’era quella
giovane commessa di intimo strozzata con delle mutandine di pura seta perché le piaceva
un po’ di violenza a letto, le piaceva sentirsi un po’ schiava e un po’ geisha, ma il compagno
non è riuscito a fermarsi; abbiamo parlato con la voce di Hamina, sgozzata dal padre
perché voleva cambiare una storia già scritta e sposare un uomo diverso da quello a cui era
destinata. Ma chi eravamo? Eravamo donne. Eravamo Vittoria, Elena, Alessia, Barbara,
Nadia, Adriana, Rossana. Ognuna con le proprio passioni, con la propria vita e con i propri
sogni, ma ci siamo prese il carico di denunciare una scomoda verità per un futuro meno
inquietante. Per un mondo dove le donne possono vestirsi come piace a loro, senza esser
poi incolpate di aver provocato il loro stupratore. Dove tutti possono dire la loro, senza
aver paura di una risposta troppo violenta. Dove ognuno può essere se stesso senza essere
giudicato. Un posto dove donne e uomini possono vivere sereni con i loro interessi, le loro
passioni, i loro sogni e le loro ambizioni. Senza paura che l’amore della tua vita si riveli un
mostro brutale e violento. E sarebbe più semplice se si potesse trovare il coraggio di
denunciare una situazione di violenza senza avere il terrore di essere uccisi.
E se ognuno di noi si impegnasse a prendersi carico di questa cruda verità, forse questo
non sarebbe più un mero sogno di poche persone fiduciose e speranzose, ma una realtà.

di Nadiya Najim

27 gennaio. Un ricordo di liberazione, un ricordo di dolore.

 

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27 gennaio 1945, nel campo di concentramento di Auschwitz si respira libertà e speranza, ma gli occhi dei pochi sopravvissuti sono vuoti, un vuoto ricolmo di rabbia, dolore, rancore, sofferenza.

Sembrava un giorno come tanti, quel 27 gennaio 1945, l’ennesimo giorno di lavoro, di fatica, di morte, l’ennesimo tentativo di arrivare alla sera, l’ennesimo tentativo di non ascoltare l’assordante voce della coscienza che ti chiede urlando e piangendo se vale davvero la pena scegliere ogni giorno la sopravvivenza invece di una morte liberatoria. È l’unico pensiero della giornata; il resto è vuoto.
Del resto, un numero non dovrebbe pensare, dovrebbe solo lavorare, il lavoro rende liberi, Arbeit Macht Frei. Il massimo che potrebbe fare un numero è morire: di sete, di fame, di stanchezza, di dolore, di malattia, nelle camere a gas, fucilato, squartato. Ma non può permettersi di essere umano, un numero. Un numero non ci somiglia neanche, a un essere umano.

Poi una macchia scura all’orizzonte scombussola l’ordinario. Si avvicina sempre più. Un confuso silenzio. Da un’anima stanca e debole prorompe un urlo rauco: “Sono venuti a liberarci, siamo liberi, siamo liberi!”. Eccola, la speranza, una stilla di speranza in quella fiammata di morte.
Nel campo eravamo rimasti solo noi, i deboli, i malati. Gli altri se li sono portati via i nazisti. Probabilmente sono morti.
Le porte di Auschwitz si aprono, l’orrore si riversa nel mondo.
Come farete, ora, a guardarci negli occhi? Come pretendete di capire?
Siamo morti. Siamo morti perché eravamo ebrei. Eravamo innocenti, dottori, insegnanti, bambini, mogli, mariti, bibliotecari, umani, ma ebrei: la nostra unica colpa, la riposta sbagliata a una domanda ingiusta, ma dov’è, in fondo, la giustizia? Dov’è il bene? Cos’è il male?
Siamo sopravvissuti. Siamo sopravvissuti all’inferno. Come pensate che torneremo, ora, alla nostra vita di sempre? Non esiste più la nostra vita di sempre.
Arbeit Macht Frei.
Sono un numero. Sono solo. Non ho più nessuno. Sono tutti morti.
Sono tutti morti.

Dov’era il mondo, mentre milioni di ebrei venivano sterminati dalla follia? Dov’eravate, quando ci torturavano, quando ci squartavano, quando avremmo voluto solo vivere, quando avremmo voluto solo sentirci umani?
Un orrore commesso da un uomo, da una nazione, dall’umanità.
Un orrore che non può essere dimenticato, chi dimentica è complice. Un orrore che non possiamo permetterci di ripetere. “Vi comando queste parole, scolpitele nel vostro cuore”. Una richiesta, un dovere, un ordine impossibile da ignorare.

Almeno una volta all’anno, un giorno all’anno. Il 27 gennaio si ricorda. Il 27 gennaio si insegna. Un avvertimento al futuro. Parlate, informatevi, raccontate, leggete, descrivete, osservate, provate a mettervi nei loro panni e vivete con cuore puro e mente aperta. Vivete.
Nadiya Najim

Gelido prato

donne

di Nadiya Najim

In data 8 ottobre 2016 si è tenuto uno spettacolo teatrale per gli studenti dell’Istituto
Beretta sulla violenza sulle donne, “Gelido prato”, finanziato dalla Civitas e messo in scena
dall’associazione culturale Treatro – terrediconfine. Lo spettacolo era l’esito di un
laboratorio della durata di quindici incontri, aperto a donne e uomini di maggiore età.
Basato sul libro Ferite a morte di Serena Dandini, lo spettacolo ha toccato tutte le
sfumature del tema “violenza sulle donne”, dalla violenza psicologica a quella fisica; un
ammonimento rivolto soprattutto ai giovani, gli adulti di domani, un’esortazione – o
meglio, la richiesta di aprire gli occhi su quella che è una realtà sempre attuale, una realtà
che non sempre si ha il coraggio di rivelare, nonostante aleggi tra di noi come un
fantasma letale, tra le mura di casa nostra e negli occhi vuoti di donne troppo spaventate
per fidarsi della nostra società.
Uno spettacolo crudo e diretto, che rivela dati e avvenimenti reali con un sottile filo
ironico necessario a far aprire gli occhi dallo sbigottimento e far correre brividi di
inquietudine, ma con la leggerezza.
Lo spettacolo si apre con una sfilata di donne, tutte diverse fra loro tra età e aspetto
fisico, intente a mostrare il loro lato migliore con sensualità e un po’ di civetteria, sotto gli
occhi scrutatori di due uomini che le valutano come merce in vendita. Una scena che
descrive con tocco ironico come vengono viste le donne nella società odierna, giudicate
superficialmente in base al loro aspetto fisico e alle loro capacità.
“Siamo donne. È il nostro destino. Non possiamo farci niente.” è il messaggio che emerge
nelle scene successive. Senza lasciar il tempo allo spettatore di riprendere fiato vengono
raccontati episodi di vergogna, dedizione, morte e amore da donne che non si capacitano
della brutalità e della violenza degli uomini che hanno amato con passione e da cui sono
state uccise. Padri, mariti, amanti, vicini di casa, tutti colpevoli di omicidio e omertà. Una
rapida successione di parole e gesti che scombussolano e catturano lo sguardo dello
spettatore, che diventa complice e partecipe.
Le donne non se lo aspettano. Forse se lo vanno a cercare, per come si vestono, per gli
uomini che si trovano, perché non si ribellano. Non se lo aspettano, avviene tutto così
all’improvviso, in un battito di ciglia, e l’uomo dolce e premuroso che le ha protette
diventa l’incubo da cui fuggire. “Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorte!”.
Decisioni sbagliate di uomini non del tutto consci delle loro azioni. Uomini che non sono
né “buoni” né “cattivi”. Giusto, sbagliato, bene e male, sono solo preconcetti che illudono,
ma non giustificano le nostre scelte, che spettano solamente a noi. Lacrime di rimorso
versate sui corpi freddi di donne che hanno amato con dolcezza e fragilità, fredde
confessioni di omicidio di uomini che con impassibilità hanno distrutto sogni e speranze.
Le donne non se lo aspettano. Loro perdonano, si illudono, sperano. Sono disposte a
sacrificare tutto per il loro uomo: la famiglia, gli amici, il lavoro, le passioni. Loro donano se
stesse, chiedendo in cambio di essere amate. Tentano di mascherare la violenza, non si
aspettano la morte. “Le donne sono forti, meno che con gli uomini.”
Ed è la loro dolce fragilità a raccontare le loro storie agghiaccianti, il loro amore e i loro
sogni. E le loro parole arrivano a chi è disposto ad ascoltare con l’animo sensibile e il
cuore aperto. “Fa che queste mie lacrime, questo pianto ti onori, questo vaso di latte,
questa cesta di fiori, e il tuo corpo non sia, vivo o morto, che rose”.

di Nadiya Najim

Women never stop

In occasione del 25 Novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la 4^D  dell’ITIS Beretta  è stata impegnata all’interno dell’Istituto in una campagna di  sensibilizzazione su questo tema.

La classe ha scelto di coinvolgere  alcuni studenti  dell’ITIS  proponendo   una lezione  per mettere in luce quanto questo  tema sia  attuale e purtroppo ancora molto diffuso. Infatti ancora oggi in Italia troppe   sono le vittime del femminicidio e della  violenza domestica.

Durante la lezione, gestita interamente  dagli studenti di quarta,  è stato mostrato  un video  molto delicato di  una ragazza che denunciava la violenza subita da parte del padre. Si è poi passati ad una presentazione sulle “spose  bambine” ,  vittime di violenze da parte del marito o del padre, sottolineando che  i paesi più colpiti sono i paesi poco sviluppati dove le bambine non hanno accesso all’istruzione . Si è poi parlato della violenza in Italia fornendo dei  dati statistici. Tre testimonianze, molto commoventi, di donne che hanno subito violenze e che hanno avuto il coraggio e la forza di denunciare i loro aggressori hanno concluso la lezione.

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Bravi i ragazzi della 4D per come hanno gestito la lezione e brave anche le  classi che hanno partecipato dimostrando tutto il loro interesse!

Claudia