MARLENE

di Alessia Tagliabue

Sono nato nel 1948, in un piccolo paesino sperduto nella Baviera, e sono stato battezzato Maximilian Meier, ma per tutti fui sempre Max.

Nel 1949 venne al mondo la piccola Marlene, mia sorella, una minuscola bambolina dai capelli ricci e neri. Non ricordo nulla di allora, ero troppo piccolo e so solo quello che dicono le vecchie foto. Dicono che le istantanee mentono, ma non è vero. All’epoca Marlene era dolce e non parlava. Non sarebbe successo mai più.

Mia sorella crebbe con me e i miei amici. Aveva i capelli tagliati cortissimi, la pelle cotta dal sole e le labbra rotte da botte e pugni volati fra di noi. Si arrampicava sulle rocce e faceva il bagno nello stagno in mutande come tutti gli altri. Sputava più lontano di tutti ed era la più brava a raccontare barzellette.

Aveva un anno in meno di me e di tutti gli altri, ma venne sempre considerata una nostra pari.

Avevamo undici mesi di differenza e tutti dicevano che sembravamo gemelli. Eravamo entrambi bravi a scuola ma Marlene era molto più intelligente di me, studiava con passione e aveva una lingue tagliente e saccente. Quando mio padre le vietò la scuola al compiere dei dieci anni perché femmina lei frequentò le lezioni per tre mesi di nascosto, prima che lui se ne accorgesse. Fu l’unica volta che venne picchiata, e continuò comunque a farsi dare lezioni da me, o a leggere libri di nascosto.

Se qualcuno dei miei amici la prendeva in giro lei ribatteva che lo studio sarebbe stato ripagato.

Nostro padre era un sarto ed ex combattente della Seconda Guerra Mondiale, mentre mia madre era una donna ferma, decisa e conservatrice. Soffriva per la figlia che andava con i ragazzi allo stagno, ma finché fu una bambina soffocò la cosa.

Quando compii quindici anni, e Marlene quattordici, i nostri genitori decisero di tentare fortuna a Berlino. Io piansi al pensiero di dover lasciare tutto, ma Marlene fece un fagotto delle sue cose e non salutò nessuno. Se ne andò senza rimpianti, pronta per il suo futuro.

Arrivati a Berlino Marlene iniziò a farsi crescere i capelli e a indossare le gonne, mia madre trovò lavoro presso una nobile berlinese, mio padre aprì un negozio di sartoria e io mi iscrissi al Ginnasio.

Marlene frequentava lezioni di latino a casa, che pagava con un lavoretto presso la sartoria di mio padre, senza che i nostro genitori lo sapessero. Mio padre iniziò a guadagnare e ben presto assunse due dipendenti. Ora potevamo permetterci abiti migliori. I soldi che davano a me finivano in un barattolo di vetro sopra il mio letto, quelli di Marlene invece finivano spesi in libri.

Quando avevo sedici anni, e Marlene quindici, il nostro gioco preferito era la metropolitana.

Non esisteva un campionario di umanità in scatola migliore. Io mi sedevo su uno dei seggiolini centrali e lei si sdraiava sul seggiolino accanto al mio e appoggiava la testa sulle mie ginocchia.

Amavamo ipotizzare le vite della gente che ci passava accanto.

La donna dal cappello di pelo, l’uomo d’affari che fremeva perché le porte si aprissero in fretta e potesse correre alle sue carte e il bambino con il lecca lecca alla fragola che piangeva diventavano attori dell’enorme film della vita che si poteva vedere gratuitamente ma al quale pochi prestavano attenzione.

Immaginavamo per loro una vita che sicuramente non avevano ma che ci piaceva.

Lei preferiva le donne, le ragazze, le bambine. Le descriveva meglio. Io descrivevo chiunque, ma solo se mi colpiva. All’epoca credevo che solo se una persona all’impatto sembrava interessante poi lo era davvero.

Marlene invece no. Era una donna obiettiva, Marlene, lo è sempre stata. Io ero un sognatore di campagna, lei in breve tempo divenne una spietata donna di città.

A sedici anni iniziò a crescere. Nessuno l’avrebbe mai più invitata in una cricca di maschi senza badare alla sua femminilità.

Quando passavamo in bicicletta vicino al Muro, lei seduta sulla canna rossa della mia bici e io sul sellino, aggrottava le sopracciglia.

– Come staranno di là?

Io tacevo. Non mi importava, come avrebbe potuto? Era il 1965 e vivevamo nella Berlino Ovest che gli americani avevano strappato dalla sua metà. Noi stavamo bene, loro forse no. Non mi interessava assolutamente che cosa succedesse di là, come vivessero o chi fossero quei miei concittadini fantasma.

Non potevo andarci e non dovevo pensarci. Eppure Marlene, ovviamente, moriva dalla voglia di scoprire

quella strana città al rovescio. Me la immaginavo arrivare a “Berlino dell’altra parte” e urlare a tutti le sue idee, i suoi sogni, la sua voglia di libertà. Poteva far crollare il Muro con le sue parole.

Scoprii che aveva iniziato a fumare, ma quando glielo rinfacciai lei alzò gli occhi al cielo.

– Siamo a Berlino Max. Non siamo più in Baviera dove le donne stanno rinchiuse in casa a sfornare figli. Qua le donne sono indipendenti e fanno ciò che vogliono.

In fondo era vero, le donne di Berlino parevano un’altra specie rispetto alle chiuse donnone con le quali avevo condiviso l’infanzia.

Marlene si iscrisse ad un corso di greco e andava in biblioteca ogni giorno. Ormai i nostri genitori sapevano che continuava la sua istruzione e che fumava come un turco.

Capii che mia sorella sarebbe diventata irrimediabilmente diversa da me, ma era pur sempre la ragazzina che pareva la mia gemella quando eravamo piccoli e continuavo a parteggiare per lei, per quanto mi fosse possibile.

Io finii il Ginnasio e mi iscrissi a Legge. Lei contestò la mia scelta con fare acceso e polemico, dicendo che gli avvocati erano ottusi e facevano gli interessi dei potenti e che sarei diventato schiavo del governo. Non la ascoltai e la lasciai sfogare.

Io divenni alto e magro e lei smise di crescere. A diciassette anni si tagliò i capelli corti e se li arricciò.

Mio padre si ammalò e iniziò a diventare intrattabile. Quando poi Marlene si alzò durante la cena e annunciò che voleva iscriversi all’università di giornalismo esplose. Scagliò lontano il piatto e sembrò che volesse davvero picchiarla questa volta. Mia madre si lanciò contro di lui per trattenerlo. Marlene, da bravo animale di scena qual era diventata, sorrise al suo pubblico e si ritirò in camera.

Continuai a dare esami e a studiare, sperando che Marlene cambiasse idea per il bene della nostra famiglia e sapendo allo stesso tempo che non sarebbe successo. Ormai era una macchina da guerra, sapeva quello che voleva e l’avrebbe raggiunto.

Mio padre peggiorò lentamente, diventando insopportabile. Urlava, mangiava poco e vomitava ogni cosa. Mia madre iniziò a dimagrire e a piangere sempre più spesso. Marlene non aiutava mai in casa, non cucinava nulla e non le importava più niente, tranne me, talvolta.

A volte le chiedevo se voleva fare un giro e lei saliva sulla mia bicicletta, come facevamo sempre prima. Giravamo per Berlino e lei mi raccontava dei suoi esami, dei suoi corsi. Diceva che voleva diventare una giornalista famosa e fare luce su tutta la verità. Un giorno mi fissò a lungo.

– Come facevamo in metro io e te, ricordi?

Io risi.

– Sei sempre stata una donna con le idee chiare, lo sai? Fin da quando eravamo piccoli giù in Baviera.

Marlene fece spallucce.

– Abbiamo una vita sola Max. Se non siamo sicuri di quello che vogliamo è come non vivere neanche quella.

Me la ricorderò per sempre in quel momento. Indossava una gonna beige a ruota e una giacchetta dello stesso colore.  Gli occhi erano limpidi, decisi, fermi. Occhi da donna.

– Io farò luce su tutto. Su tutto.

Frenai.

– Quello che c’è dall’altra parte del Muro non ci dovrebbe interessare.

Lei serrò le labbra.

– Diventerai un bravo avvocato. Chiuso e ottuso. La testa piena di carte, di regole e di polvere.

Scese dalla bicicletta e si allontanò a piedi, scomparendo nella folla.

Quattro giorni dopo mio padre morì. Il funerale fu penoso, c’eravamo solo io, mia madre e qualche vicino di casa. Marlene entrò a metà funzione e si mise in fondo alla chiesa a braccia conserte.

Non tornò a casa per tre sere dopo quel giorno e quando lo fece non si degnò di parlare con nessuno e si chiuse in camera sua come se non fosse successo nulla.

Divenne sempre più chiusa. Entrava in casa solo per dormire. Mangiava fuori, studiava fuori e viveva fuori. A volte andavo all’università per cercare di parlarle, ma era sempre in compagnia di ragazze in pantaloni e capelli corti e ragazzi in camicia sbottonata.

Quando la incrociavo per caso in città aveva sempre un libro sottobraccio, una sigaretta nell’altra mano e un paio di pantaloni addosso. I suoi amici quando mi incontravano non mi salutavano, ma può essere che Marlene non avesse detto loro chi ero. Me lo sarei aspettato.

Intanto io da qualche mese uscivo con una ragazza, Suzy.

Era bionda, con gli occhi azzurri, dolce e rideva spesso. Non aveva particolari aspirazioni, voleva

solo sposarsi e avere figli e nel mentre lavorava qualche ora in un caffè. A Marlene non sarebbe

piaciuta mai e forse era per questo che all’inizio uscii con lei. Ma del resto Marlene mi aveva tradito e

rinnegato. Ora toccava a me farlo.

Una sera Marlene entrò in camera mia e si sedette a gambe incrociate sul letto. Indossava un paio di pantaloni color crema e una camicetta attillata e puzzava di fumo. Ormai aveva ventuno anni e io ventidue.

– Io vado dall’altra parte.

La fissai come se fosse pazza.

– Ma cosa dici? Noi siamo liberi. Perché vai dai rossi?

– Non lo puoi sapere se noi siamo liberi. E i rossi magari sono meglio di noi!

La presi per le braccia e la feci alzare.

– La gente muore a passare da quella parte del Muro. Lo sai quanti ci hanno lasciato la pelle. Perché vuoi farlo? Cosa vuoi dimostrare? Cosa?

– Non sta a te decidere. So come andare di là. Voglio la verità Max.

Le diedi uno schiaffo secco.

– Sei una bambina. Una bambina viziata che gioca a fare l’adulta.

Non mi chiese di andare con lei e non so cosa le avrei risposto se l’avesse fatto.

Uscì dalla stanza e se ne andò.

Era il 26 aprile 1970.

Non la vidi mai più.

 

Mia madre morì tre anni dopo la fuga di Marlene.

Io mi laureai e sposai Suzy.

Mi diede tre figli, Alex, Timo e Daniel.

Divenni un avvocato di successo.

 

Diciannove anni dopo, il  9 novembre 1989, mio figlio entrò in cucina urlando che il Muro cadeva. Mia moglie mi guardò. Gli altri miei due figli si alzarono dal divano e corsero fuori. Io e Suzy li seguimmo.

Fuori la gente correva, urlava e piangeva, si baciava, si abbracciava e rideva felice. Io lasciai la mano di mia moglie. Ogni donna dai capelli corti mi faceva battere il cuore un po’ più forte. Ogni sigaretta che si accendeva mi faceva girare.

Marlene Kristine Meier non c’era.

Mia moglie mi ritrovò e mi strinse la mano.

 

Non so se Marlene passò dall’altra parte del muro.

Il suo nome non compare nei registri della gente uccisa nel tentativo di andare all’est e neanche quello dei suoi amici, ma potrebbero aver avuto un documento falso.

Quando fu possibile andai nell’altra Berlino a cercarla. Per quanto scavassi nei rottami e implorassi persone a ricordarsi almeno un suo particolare non trovai mai niente.

Era semplicemente sparita nel nulla.

 

Potrebbe anche essere ancora viva, consumata dalle sigarette e dalla voglia di vivere, seduta ad una vecchia scrivania della Berlino che stava dall’altra parte dello specchio. Magari non ha fatto la giornalista o si è fatta crescere i capelli, oppure è ancora la stessa, solo con i capelli bianchi. Potrebbe essere diventata un’astronauta o aver sposato un pezzo grosso dei comunisti.

Ma spesso queste versioni fanno più male di immaginarla morta nel tentativo di andare dall’altra parte. Vorrebbe dire che non mi ha mai voluto cercare. Vorrebbe dire che mi ha tradito. Che ha tradito noi e quello che eravamo. Ma anche io l’avevo tradita, no?

No, perché se due esseri si tradiscono a vicenda la verità è che entrambi si amavano troppo per continuare ad andare avanti. Tradire qualcuno vuol dire temere di fargli troppo male se si continua così talvolta.

Fu così, con noi. Eravamo troppo diversi, tutto qui.

Non trovai mai più nessuno come lei.

Nessuno, come Marlene Kristine Meier.

Nessuno, come mia sorella.

Nel mare ci sono i coccodrilli

Le classi del biennio ITIS quest’anno sono state invitate a leggere il libro di Fabio Geda “Nel mare ci sono i coccodrilli”. Alcuni nostri compagni hanno proposto alcune riflessioni sul libro sotto forma di “recensione”, “intervista immaginaria” e “racconto che prosegue la storia letta”. Se vi va di saperne di più vi consiglio di leggerlo … Buona lettura!

NICOLA CAROSSINI

RECENSIONE

“Nel mare ci sono i coccodrilli ” è un romanzo di carattere sociale scritto nel 2010 da Fabio Geda. Nato il primo marzo 1972 a Torino, dove attualmente vive, Geda è laureato in Scienze della Comunicazione e lavora in un centro di recupero per minori. Scrive per “Linus” e “La Stampa” e collabora con la scuola Holden e con il Circolo di Lettori di Torino.

Tratto dalla storia vera di Enaiatollah Akbari, il racconto è ambientato negli anni ’90 in diversi paesi: dall’Afganistan al Pakistan, dall’Iran all’Italia, passando per Turchia e Grecia.

La vicenda narra la storia di Enaiatollah, un comune ragazzino afghano che, come i suoi coetanei, è costretto al dover affrontrare un serio problema che affligge come un flagello i paesi arabi: la guerra santa. La madre di Ena, per garantire al figlio la sopravvivenza, lo accompagna in Pakistan con un lungo viaggio, durato tre giorni. Una volta raggiunta la meta prefissata e dopo avergli comunicato un paio di raccomandazioni, la madre lo abbandona per poi fare ritorno a casa.

Enaiatollah, a soli dieci anni, si ritrova così solo in mezzo ad una strada, senza cibo e senza un tetto. Da subito cerca un lavoro per potersi guadagnare da vivere e, dopo essere stato assunto per un paio di mansioni, la sua vita prosegue monotona.

Finchè un giorno…incontra un gruppo di ragazzini intenzionati a partire verso l’Iran e si unisce a loro. Qui lavorano come muratori in un cantiere e vengono pagati bene. In questa occasione Ena conosce Sufi, con il quale instaura una bella amicizia. Ma le loro strade sono costrette a dividersi: mentre Sufi decide di rimanere in Iran, Enaiatollah parte per la Turchia con un gruppo di coetanei. Dopo aver attraversato a piedi le montagne, i ragazzi si accorgono che il paese non offre loro molte opportunità di lavoro. Così, pochi giorni dopo, “imbracciano” gommone e remi e prendono il largo in mare, direzione Grecia.

Durante il tragitto, accade un episodio sconvolgente, da cui ha origine il titolo del libro: un ragazzino cade in acqua e, non potendolo salvare, e non vedendolo riemergere, il resto del gruppo suppone che la vittima sia stata divorata dai coccodrilli presenti nel mare.

Ritornando al viaggio, Enaiatollah giunge ad Atene, dove scopre da un amico che non può restare senza il permesso di soggiorno. Si imbarca così questa volta clandestinamente, verso l’Italia: arriva a Venezia, ma poi raggiunge Roma. Riceve una telefonata da Torino: è l’amico Pajama che lo invita a raggiungerlo ed esprime la sua disponibilità a trovargli una sistemazione. Una volta raggiunto il capoluogo piemontese, Ena viene accolto a braccia aperte da Danila e Marco, che, dopo averlo ospitato nella loro famiglia, lo aiutano a ottenere il permesso di soggiorno.

Le tematiche trattate nel racconto sono la guerra, l’immigrazione e la vita difficoltosa di ragazzini come Enaia.  I principali valori in gioco trattati sono l’accoglienza (offerta da Danila e Marco), l’amicizia (di Sufi), l’allontanamento da casa e lo spirito di sopravvivenza del protagonista.

Personalmente ho trovato decisamente interessante il racconto di Enaiatollah e ne consiglierei la lettura a chiunque riesca a comprendere i contenuti, perchè storie come la sua, menzionate da giornali e notiziari, non riescono a suscitare le emozioni regalate dal libro. La lettura di questo romanzo mi ha fatto comprendere la fatica e la sofferenza di coloro che decidono di fuggire dai propri paesi di origine nella speranza di trovare un futuro migliore.

Insomma ho trovato coinvolgente questa storia, raccontata dagli occhi di un ragazzo con la stessa semplicità con cui è stata narrata dall’autore e mi auguro di tenere presente il ricordo di questa lettura e dell’insegnamento che mi ha dato.

Carossini Nicola, 2^C ITIS

 

 


 

PELLEGRINI KEVIN

INTERVISTA (IMMAGINARIA) A FABIO GEDA

  • Posso darti del tu, Fabio?
  • Certo che puoi,
  • Da dove ti è venuta l’idea di scrivere un racconto basato su una storia vera così impressionante e quasi impossibile per la nostra realtà?
  • Volevo raccontare di quanto sia difficile vivere in quei paesi, in quei tempi e in quelle condizioni. Non è facile, e ho avuto la certezza di questo con la vita di Enaiat.
  • Ho letto anch’io quel libro, due volte, e mi è piaciuto molto, anche perchè, come dicevi prima, racconta la vita dei bambini dove c’è l’estremismo islamico, che è una cosa terribile: anche in questi anni, proprio in questi giorni, l’ISIS giustizia ingiustamente molte persone innocenti.
  • Sì, Kevin, sta accadendo anche adesso, in Afghanistan. Ma Enaiat, nell’intervista che ho fatto per scrivere il libro, ha voluto precisare che Afghanistan e Talebani non sono la stessa cosa. I Talebani sono i cosiddetti terroristi o estremisti, ovviamente tra i Talebani ci sono anche alcuni afghani. Mentre gli abitanti dell’Afghanistan non sono terroristi.
  • Giusto, Fabio, è molto importante chiarire questa cosa, perchè non tutti la pensano così.
    Poi cosa ti ha detto Enaiat del suo viaggio?
  • Mi ha detto che, a volte, sentiva che non ce l’avrebbe fatta, ma subito tornava in sè. Si faceva forza e coraggio e, infatti, adesso è in Italia, a Torino, e ci ha raccontato la sua storia attraverso il mio libro.
  • Senti, Fabio… Enaiat ha avuto paura di ritornare in Afghanistan a causa dei Talebani?
  • Sì, tantissima e sempre, soprattutto quando viaggiava in pullman, perchè c’erano i posti di blocco. Anche mentre attrversava il Mar Egeo con il gommone ha avuto paura.
  • E, quando è arrivato in Italia, immagino sia stato felicissimo di essere “salvo”.
  • Sì, anche perchè ha incontrato una signora che lo ha aiutato molto e gli ha indicato il treno per arrivare a Roma, da dove è partito per Torino, sempre in t
  • E qui incontra una famiglia, che successivamente lo adotta, grazie al suo amico Payam, giusto?
  • Sì, giustissimo, e da quel momento comincia una “nuova vita”, non dimenticando però la sua casa, la sua mamma, i suoi viaggi e i paesi in cui è stato (Afghanistan, Pakistan, Iran, Turchia, Grecia).
  • Grazie, Fabio, per il tempo che hai dedicato alla mia intervista.
  • È stato un piacere,

Pellegrini Kevin, 1^C ITIS


ALBERTO CARLENZOLI

RACCONTO

Pensai di partire, non mi importava dove, come e quando, volevo soltanto rivedere mia madre, la donna che mi ha messo al mondo, colei che mi ha dato il più grande dono, la vita.

Il pensiero che fosse ancora viva mi distruggeva, non sapevo nulla di lei, eppure era ancora viva e non potevo stare con le mani giunte a pensare. Dopo otto anni, l’avevo risentita, stavo piangendo; gioia, rabbia, angoscia, amore, non so neanch’io cosa stessi provando. Giorno e notte non facevo altro che pensare a lei, volevo stringerla forte e non lasciarla mai più, ma non sapevo se e come partire in un altro viaggio.

Pensare a lei, certe volte, mi riempiva di rabbia. Perchè mi aveva abbandonato? Forse non mi voleva bene? O forse, sì, forse… Per una settimana rimasi a riflettere e questa cosa mi stava distruggendo, non parlavo, non mangiavo, rimanevo disteso a pensare a lei, ad arrabbiarmi, a piangere, a sperare, pensando a lei.

Questa scelta mi avrebbe cambiato la vita. Decisi di non cercarla, se mi aveva abbandonato ci doveva essere un motivo, e mi bastava sapere solamente che era viva, sapere che un giorno l’avrei sentita ancora.

Forse avrei rimpianto in eterno questa mia scelta, ma sentivo che era la cosa giusta da fare. Anche lei sapeva che ero vivo e scommetto che, un giorno, se avesse voluto vedermi, sarebbe venuta a cercarmi.

Capii che mia madre era molto simile ad un animale: il coccodrillo. Anche “lui” fa apparentemente male ai suoi piccoli prendendoli in bocca, ma in realtà è solo una maniera per proteggerli.

 

Carlenzoli Alberto 2^B ITIS


 

BALDO NICCOLO’

RACCONTO

«E mi dica… cosa fece dopo aver ricevuto quella chiamata?».

Beh, non sapevo neanch’io cosa fare, così decisi di aspettare. Nel frattempo terminai gli studi e passai l’esame con ottimi risultati. Nonostante il mio successo e tutto l’affetto datomi da Danila e Marco, non potevo gioire a pieno, poiché sapevo che mia mamma era là fuori, da qualche parte, ed io mi ero ripromesso che l’avrei ritrovata. Ovviamente mi dispiaceva lasciare “mamma” e “papà”, perché mi ci ero affezionato e non è mai bello dare un addio, ma sapevo che era giusto così.

«Mamma, papà, ho qualcosa da dire. Vorrei ringraziarvi per tutto ciò che avete fatto per me, per avermi dato una casa, per avermi sempre sostenuto, ma là c’è la mia mamma e…».

Non dovetti neanche finire la frase, che loro dissero: «Sì, lo sappiamo. Ed è per questo motivo che vorremmo aiutarti a cercarla».

A quel punto non sapevo, non sapevo cosa dire, mi bloccai, con lo sguardo fisso su di loro e, all’improvviso, iniziai a piangere. Non sapevo il motivo, ma lo feci e loro risposero con un caloroso abbraccio. Quella era la prima volta che mi sentivo in una famiglia vera. Un fiume di emozioni scorreva in me e tutto ciò stava accadendo in quei pochi secondi in cui un abbraccio colmava il vuoto che avevo dentro, il vuoto lasciato da una famiglia mai esistita. Il giorno dopo, partimmo per l’Afghanistan dove speravo che avremmo trovato mia madre. Dopo due giorni di viaggio, arrivammo alla meta. Là, però, non sapevo da dove cominciare la ricerca. Non avevo ricordi di nessuno. Ricordavo solo la situazione che invadeva quel paese, e non era cambiata. Si sentivano spari ed esplosioni provenire da tutte le parti, ma, ancor di più, si sentivano la paura e la tristezza nell’aria.

Non si poteva andare avanti così, qualcuno doveva fermare tutto ciò. Poteva sembrare folle, ma decisi di essere io quel qualcuno, io avrei posto fine alla guerra. Da solo, però, non ci sarei mai riuscito. Fu così che mi venne l’idea di una campagna a favore della pace: la W.I.P. (World in Peace). Con l’aiuto di Danila e Marco, iniziai un altro viaggio, la marcia della pace. Dovevamo combattere, ma per combattere serve un esercito…e non c’è esercito più forte della famiglia. Viaggiammo in tutta Europa e, più andavamo avanti, più eravamo. Ancora non posso crederci: siamo partiti in tre per arrivare a mezzo milione, e tutti volevamo la pace. Cinquecentomila persone che camminavano per le strade di tutta l’Europa, fino all’Afghanistan. Ci mettemmo al centro della guerra che, dopo qualche mese, finalmente cessò. Proprio così: la guerra cessò.

Dopo un anno, venni contattato.

« È lei, Enaiatollah?».  «Sì, perché ?». «Complimenti, lei è stato candidato al Premio Nobel per la Pace». Ero incredulo, io, uno su sette miliardi, avevo appena realizzato il mio sogno. Ero alla cerimonia, quando dissero il mio nome. Scoppiai in lacrime e salii sul palco. Dominava il silenzio, quando si aprì una porta ed entrò una vecchia signora. Ci fissammo e, non appena si mise a piangere, capii che era lì, mia madre era lì.

Baldo Niccolò 1^C ITIS


I temi sono stati trascritti  da Claudio Scamarcio e Mohammed louizi 1^C ITIS

Fisica Balorda

Il giorno 15-12-2014 presso l’istituto tecnico Carlo Beretta , l’ex professore di Fisica Renato Savani ha presentato il suo nuovo libro intitolato “Fisica Balorda”. “L’idea di scrivere questo libro è nata correggendo le verifiche di fisica” raccontava  Renato Savani .ogni volta che il Professore Renato leggeva una risposta assurda se l’ha appuntava su un apposito quaderno, questo quaderno è stato ritrovato solo 4 anni fa. In questo libro sono raccolte le risposte piu’ assurde degli studenti in merito a delle domande. Il libro è costituito da circa una centinaia di pagine, la struttura del libro è cosi costituita:

-DOMANDA

-RISPOSTA GIUSTA

-RISPOSTA SBAGLIATA

Il costo del libro  è di 15 euro ma è possibile acquistarlo attraverso la scuola a soli 10 euro.Renato savani

Alberto Angela a Sarezzo

Grande successo  di pubblico ieri sera alla scuola superiore “Primo levi” dove il grande scrittore e divulgatore scientifico Alberto Angela ha presentato il suo nuovo libro intitolato ” I tre giorni di Pompei” .In presenza di Roberto Armenia suo grande collaboratore , inoltre erano presenti  il sindaco di Sarezzo Diego Toscani e l’assessore alla cultura Valentina Pedrali. Alberto Angela ha raccontato come andarono veramente le cose a Pompei certificandole con prove , ha esposto in un modo semplice ma sofisticato i principali contenuti del libro.Angela  ha provato a ricostruire persone, mestieri, edifici, stili di vita e soprattutto cosa ha causato il disastro che Angela definisce “la più grande tragedia dell’antichità” Il libro  racconta in 496 pagine nomi e cognomi di chi, è sicuro da fonte storiche, fosse lì al momento dell’eruzione.. Durante l’incontro era possibile acquistare il libro il ricavato verra’ impiegato per il restauro di un affresco presente nel sito di Pompei .

                                                                                     tre giorni di pompei

Uno sguardo “oltre la siepe”

Forse è supponente, forse pretenzioso o per alcuni inutile ma, almeno una volta nella vita, vale la pena di chiedersi: Giacomo Leopardi è davvero colui che un triste stereotipo raffigura?

Sarebbe ora di provare ad osservare con più attenzione cosa si nasconde dietro al pessimista per antonomasia.

Leopardi è riuscito a vivere come Uomo, e ha avuto il coraggio di esserlo fino in fondo.

Perché i dubbi che si è posto, l’infinita ricerca del piacere inarrivabile e il desiderio di comprendere le “ragioni” della Natura, sono questioni presenti nel profondo di tutti gli uomini dal momento della nascita.

Ma il punto è che la maggior parte delle persone preferisce non scomodare l’argomento,  preferisce tenerlo nascosto per paura che questo possa destabilizzare il loro equilibrio temporaneo, il quale viene insistentemente confuso con l’unica felicità possibile.

Leopardi invece è andato oltre. Egli ha avuto il coraggio di porsi queste domande, ben sapendo – da ateo – che non avrebbe mai ottenuto una risposta. E nel contempo ne ha accettato le conseguenze; perché, tirando le somme, ha avuto una vita dolorosa, sofferta ed infelice, aggravata dalla sua condizione fisica e sociale.

Ma nonostante tutto ha affrontato la situazione con uno spirito da non sottovalutare, è arrivato a capire che il desiderio dell’uomo ha – ed avrà sempre – un’apertura più ampia di qualsiasi oggetto reale. Da qui scaturisce una condizione di infelicità, ma Leopardi non si è arreso ad essa: ha creato un mondo parallelo con l’immaginazione, un mondo in cui poter dare vita al piacere tanto agognato. E non c’è condizione più lontana dal pessimismo che questa.

Sarebbe straordinario poter eliminare la parola “depressione” (che viaggia di pari passo con il nome Giacomo Leopardi) dalla mente di coloro che si fermano allo stereotipo diffuso o ad una prima impressione.

Perché un uomo pessimista non sarebbe mai potuto arrivare a dire che in questo mondo, dove tutto sembra avere lo scopo di far dimenticare se stessi, è necessario e  indispensabile conservare il desiderio.

Quindi non importa se la risposta risiede in un infinito troppo lontano anche solo per essere compreso, o se questo infinito non condividerà mai la nostra sofferenza; l’unica cosa davvero fondamentale è non abbandonare la speranza, è l’essere ancora in grado di perdersi nell’immaginazione e nel fantastico, senza precludere la possibilità di stupirsi.

Leopardi, da uomo consapevole che il sovrannaturale non avrebbe mai fatto capolino a Recanati per dare una risposta, ha deciso comunque di affrontare queste domande esistenziali che l’umanità sembra non far altro che schivare.

Inoltre, egli ha avuto la genialità di trasformare tali dubbi in poesia, la quale ha attraversato i secoli ed ha ancora la straordinaria capacità di mirare e colpire il punto giusto, necessario a smuovere quel poco che basta per rendersi conto che forse, fuori dalla nostra sfera apparentemente felice, esiste qualcosa di più. Qualcosa che è necessario affrontare e, soprattutto, per cui vale la pena lottare.

 

È questo il messaggio chiave: bisogna vivere all’altezza del nostro desiderio.

 

Giulia Citron

 

LACRIME – Di Stefano Marchesi

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Kirchner – Nudo disteso davanti allo specchio.

La ragazza aprì l’uscio della sua abitazione. Essa si trovava in uno stabile dismesso nel centro della città, al quale erano giunte già molte proposte di demolizione. Tuttavia la giovane s’era sempre fermamente opposta e probabilmente esse venivano ritirate solo per la compassione carica d’ipocrisia che si prova nel lasciare una giovane disabile abbandonata a se stessa. Essa provava un senso di vergogna nel mostrare il luogo nel quale viveva; da quando giungemmo al di fuori del proprio palazzo essa si fece muta, e non parlò finché non entrammo nel suo appartamento, probabilmente l’unico rifugio lontano dai commenti altrui. Ma lei sapeva, sapeva che chiunque individuava il palazzo nel quale risiedeva come “la casa della cieca” sottolineasse il fatto che lei non era altro che un tumore in quel corpo perfetto che era la città. Mi chiese di condurla sul divano in salotto, anche se avessi potuto preparare il thè per entrambi. L’arredamento della casa era semplice ma di buon gusto, i toni del bianco, del rosa e dell’azzurro la facevano da padroni e davano una sensazione di sicurezza in chiunque si soffermasse ad osservare le pareti sulle quali si potevano notare molti quadri raffiguranti le campagne che circondano la città, luoghi a lei sconosciuti e proibiti. Quando il thè fu pronto le porsi la tazza e mi sedetti dinanzi a lei; nessuno dei due osò parlare. La fissavo negli occhi spenti e privi di vita, che rimanevano fissi sul vuoto, come se essi mi passassero oltre, vedendo cose che a me non verranno rivelate. Guardando la sua pallida pelle color avorio brillare al sole come argento, mi resi conto che ancora non conoscevo il suo nome. Quella notte la trascorsi sullo stesso divano sopra il quale ella s’era seduta qualche ora prima; cercavo a stenti quella flebile traccia del suo profumo che era rimasta appisolata su di esso, esattamente come se fossi un cane randagio che tenta in vano di ritrovare il proprio padrone. Dalla sua camera da letto provenivano i singhiozzi di un pianto che forse non era mai cessato, ma continuava a consumarla nella sua solitudine e nel suo silenzio.
Non volli rimanere indifferente rispetto a quanto accaduto quella notte, desideravo vedere quella donna felice, almeno per una volta. Mi destai assai presto per poterle preparare la colazione con quello che trovai nelle credenze della cucina; sentivo il profumo del caffè pervadere le stanze della casa e risvegliarmi dal torpore del sonno. Mi incamminai verso la sua camera da letto con il vassoio in mano, bussai alla porta e la chiamai, ma vedendo che dall’interno della camera da letto non mi giungeva alcuna risposta, decisi di non entrarvi ugualmente: il letto era disfatto ed ella non c’era. La cercai in ogni stanza della casa ma invano, così mi vestii ed uscì a cercarla. Nella mia mente continuava a rifarsi vivo l’uomo che mi aveva trascinato nei fondali lacustri e allo stesso modo colui che ci aveva seguiti tra le vie della città; non potevo smettere di credere che fosse stato uno di loro a rapirla e al contempo una parte di me si razionalizzava sul fatto che queste ipotesi non potevano essere veritiere. Questi pensieri continuarono ad assillarmi mentre scendevo la tromba delle scale, finché non aprii il portone d’ingresso e la vidi seduta su di una sedia nel giardino che si trovava di fronte al palazzo.
Cercai di apparire il più rilassato possibile quando mi ci avvicinai e le diedi il buongiorno.
“Buongiorno, vi ho preparato la colazione, non riuscendo a trovarvi mi sono preoccupato e sono corso a cercarla”.
“Non si sarebbe dovuto preoccupare, per me è sempre notte, dormo soltanto per sentirmi umana”.
Quella affermazione mi scosse nell’animo, dimenticai tutti i modi formali e la abbracciai. Ella ebbe un sussulto e sentivo che le lacrime le bagnavano le pallide gote. Le presi il viso tra le mani e le dissi:
“Coraggio, ora vieni a far colazione”.
Annuì. Le strinsi la mano e la condussi in cucina, dove non toccai cibo, poiché rimasi incantato dalla sua figura.

PER MANO – di Stefano Marchesi

Dipinto di una scena d'una strada di Berlino. -Hernest Ludwig Kirchner

Dipinto di una scena d’una strada di Berlino.
-Hernest Ludwig Kirchner

I miei occhi dovettero abituarsi alla pallida luce solare che filtrava dalla coltre di nubi che ricopriva il cielo con il suo candore. Per i viali ciottolati di una città ottocentesca, una moltitudine di persone si si salutavano con cortesia ogni qual volta si incontrasse un estraneo. Io m’aggiravo con riguardo, in quella massa di individui dall’aspetto e dai modi ricercati. Ogni qualvolta taluno entrava nel mio campo visivo si inchinava, gli uomini togliendosi il cappello a cilindro, mentre le donne sorreggendo la gonna del vestito. Se per caso mi voltavo per osservare quegli individui allontanarsi, notavo che alle loro spalle avevano gli abiti completamente distrutti, come se fossero stati mangiati da delle tarme, e la loro schiena era totalmente marcia, cadaverica. Se per caso taluno s’accorgesse degli sguardi che gli lanciavo alle spalle egli si stizziva, ed con ira mi rivolgeva la parola, dimenticandosi dei propri modi raffinati.

Fra quella moltitudine di persone vidi una giovane seduta su di una panchina sotto ad un albero. I suoi abiti erano candidi, senza decorazioni con materiali preziosi o sete pregiate, teneva i capelli biondi raccolti, e chiunque le passava accanto le rivolgeva commenti sprezzanti come “costei sarà sicuramente la serva di un qualche signore”. Ella pareva non curarsi degli sguardi e dei commenti, i suoi occhi rimanevano fissi osservando il vuoto, immobili. Io mi ci avvicinai e vidi che ella non si accorgeva della mia presenza, colsi questa occasione per osservarle le spalle, ed esse erano “sane”. Mi ci sedetti accanto, e la salutai. Ella si voltò verso di me, ma pareva che io per lei fossi solo un’ombra, un fantasma. Mi rivolse la parola, ma con l’insicurezza di chi non comprende con chi o con cosa stia parlando, “io non la conosco”. Quel saluto, così freddo pareva che fosse stato formulato appositamente per congedarmi, ma io, con voce gentile la rassicurai
“mi scusi, non era mia intenzione arrecarle disturbo, se per caso la infastidisco posso anche andarmene”.
“È per caso uno di quegli individui che mi si avvicinano solo per prendersi gioco del mio essere?”
“No, non lo sono, sinceramente, non comprendo neppure dove mi trovi, spero che lei mi possa aiutare”.
“Tutto ciò che conosco di questo luogo è che è ove sono nata, ma non posso dirvi altro, poiché la mia cecità mi ha impedito di conoscerlo. Di questo luogo comprendo solo ciò che sento e tocco, e ciò che avverto mi pare già fin troppo corrotto”.
Questa donna, dall’ aspetto semplice ma dalla mente arguta mi turbò profondamente nell’ animo, e una parte di me sapeva che non l’avrei potuta lasciare andare. Ad un certo punto capii che non avevo alcun posto ove andare, così le chiesi: “Io non avrei nessun posto dove andare, lei può indicarmi un luogo?”.
La donna mi rivolse un sorriso cordiale e mi disse: “Se a lei va bene può soggiornare qualche giorno da me”.
Accettai e ci incamminammo verso la sua abitazione, conducendola per mano. Mi sorpresi di come ella conoscesse perfettamente ogni vicolo di quella città, pareva che la sua cecità non fosse un limite per la sua conoscenza. E lì, lungo quei viali sentii una presenza oscura, come un’ombra e alle mie spalle, un uomo vestito di nero, mi osservava.

IL RISVEGLIO – Stefano Marchesi

Immagine di Antonio II

Mi incamminavo sul lungolago, l’eco dei miei passi si disperdeva tra la fitta nebbia che oscurava la città.  L’atmosfera rendeva difficile ogni passo, come se fossi costretto a trascinarmi un pesante fardello. Alle mie spalle, bambini cenciosi si divertivano torturando la salma di un cane con dei bastoni, lanciando al vento sonore risate che possedevano nel loro profondo un tocco cupo e demoniaco. Il lago con le sue acque plumbee pareva quasi un enorme contenitore ricolmo di sangue scuro e denso, che emanava un acre odore di morte. Un uomo dagli occhi vitrei, privo di qualsiasi emozione, rimaneva seduto sugli scogli, ad osservare il placido movimento delle acque. Il suo sguardo era vuoto, il suo corpo ondeggiava con un ritmo lento e regolare, quasi ipnotico; le sue labbra si contorsero come se fossero vittima di enormi sofferenze, e si inarcarono formando ciò che più simile ad un sorriso ero riuscito finora ad osservare. I suoi occhi, lentamente, si ribaltarono sparendo del tutto, e il suo corpo cadde esanime tra i flutti, affondando e scomparendo alla mia vista. Salii sugli scogli, chinandomi sulla superficie delle acque per constatare che quanto fosse accaduto non proveniva dalla mia immaginazione. Vidi il mio riflesso sul lago, il mio volto era invecchiato di almeno trent’anni, avevo i capelli bianchi e una fitta ragnatela di rughe mi ricopriva il volto. Vidi riemergere dalle acque delle mani, che mi afferrarono con inaudita violenza, sentivo quelle unghie conficcarsi nella mia carne, mentre esse mi trascinavano nel profondo. Quello stesso uomo, dal volto afflitto, mi trascinava nelle profondità lacustri. L’oscurità mi avvolgeva come in un velo, non temevo più la morte, avevo una sensazione di pace ed ero consapevole del mio destino. Egli mi si avvicinò all’orecchio, e con voce cupa e rauca sussurrò: “non ancora”. In quello stesso istante un bagliore accecante mi trascinò verso l’ alto, mentre quell’uomo veniva inghiottito nell’oscurità e sul suo viso si dipingeva un ghigno che mi fece raggelare il sangue. Quando mi risvegliai sentii il cuore sfondarmi il petto, e gocce di sudore gelide come il ferro mi scorrevano lungo il viso. Mi trovai disteso bocconi su di un pavimento in legno putrefatto che emanava un forte odore di terra bagnata; l’ intonaco delle pareti della stanza era stato totalmente divorato dalla muffa, esattamente come fanno gli insetti ai cadaveri. In quel luogo spiccava, lucente, la sagoma di un armadio color perla, totalmente intatto. Non dovetti pensarci due volte, mi diressi immediatamente verso di esso interrogandomi sulla presenza di un armadio così ben conservato. Mi ci fermai dinanzi, accarezzando gli intarsi in oro e contemplandone la bellezza delle finiture; strinsi delicatamente la maniglia a aprì l’anta. All’interno vi era un solo abito, sontuoso ed elegante, nero e con ricami in argento ed oro. Forse mi sarei dovuto porre più domande, ma l’impeto dovuto a quel brusco risveglio e all’essere catapultato in un luogo a me sconosciuto guidarono le mie scelte, mi misi l’abito e percorsi la lunga scalinata del palazzo, marcia anch’essa. Aprii la porta d’ingresso ed uscii.