L’uomo e il mare

On the Rocks   Eugene Garin (1922 - 1994)

On the Rocks Eugene Garin (1922 – 1994)

Il testo originale di Baudelaire (in francese)

Homme libre, toujours tu chériras la mer!
La mer est ton miroir; tu contemples ton âme
Dans le déroulement infini de sa lame,
Et ton esprit n’est pas un gouffre moins amer.

Tu te plains à plonger au sein de ton image;
Tu l’embrasses des yeux et des bras, et ton cour
Se distrait quelques fois de sa propre rumeur
Au bruit de cette plainte indomptable et sauvage.

Vous êtes tous les deux ténébreux et discrets:
Homme, nul n’a sondé le fond de tes abîmes;
O mer, nul ne connaît tes richesses intimes,
Tant vous êtes jaloux de garder vos secrets!

Et cependant voilà des siècles innombrables
Que vous vous combattez sans pitié ni remord,
Tellement vous aimez le carnage et la mort,
O lutteurs éternels, o frères implacables!

Traduzione

Sempre il mare, uomo libero, amerai!
perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell’infinito svolgersi dell’onda
l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito
non meno amaro. Godi nel tuffarti
in seno alla tua immagine; l’abbracci
con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal tuo suono al suon di questo
selvaggio ed indomabile lamento.
Discreti e tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno ha mai sondato il fondo
dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue più intime ricchezze,
tanto gelosi siete d’ogni vostro
segreto. Ma da secoli infiniti
senza rimorso né pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, o implacabili fratelli!

(Trad. it. a cura di luigi De Nardis in Charles Baudelaire, I fiori del male, Feltrinelli, Milano, 1996)

Riflessione a cura di Elisa Cioli ed Emanuele Zavanella

Baudelaire accosta uomo e mare come due elementi simili ma contrastanti tra loro, in una lotta incessante. Ciò che rende l’uomo affine al mare è anche qualcosa che li rende nemici. Nella loro bellezza nascondono qualcosa di maligno, un legame stretto con la morte per ottenere l’egemonia, per arrivare sempre più in alto. Il mare è, allo stesso tempo, anche la salvezza per l’uomo, che si allontana dal gracchiante suono della vita, distratto dal fruscio implacabile delle onde. E allo stesso modo, entrambi custudiscono nella propria intimità ogni segreto indicibile, nascondono la loro natura e le loro ricchezze.

Il senso dell’arte

(O uno dei sensi possibili, se qualcosa è dotato di senso)

A scuola si studia storia dell’arte con il semplice scopo di guardare un’opera e saper descrivere i colori, le simmetrie e le tecniche usate. Per anni ci si sente ripetere che non bisogna dire se un quadro è bello o brutto, ma solo descriverlo in modo oggettivo. Ma l’arte è davvero questo? Certo, conoscere le tecniche alla base di un quadro consente di comprenderlo meglio, ma se ci si limita solo ad esse non si riesce ad avere una visione di insieme, un quadro generale che permetta di cogliere il senso di quello che abbiamo davanti.

L’arte è qualcosa di più di una semplice descrizione che tenta di essere oggettiva. Essa ha due valenze: una euristica ed una estetica. La prima è la potenzialità di formulare teorie sull’uomo e sul mondo, la seconda è la capacità di suscitare emozioni, che fin dall’arte classica, erano legate solo alla bellezza, mentre poi con le avanguardie del primo Novecento diventano connesse anche al suo opposto. Per poter sperimentare la valenza estetica è necessaria quella che Schopenhauer chiama genialità, cioè l’attitudine a mantenersi nell’intuizione pura, perdendovisi. Bisogna, quindi, estraniarsi completamente dalla propria personalità, abbandonare la particolarità della propria esistenza per essere limpido occhio del mondo e giungere in una dimensione oltre quella che si vive ogni giorno, segnata dal dolore e dal conflitto.

Ciò non è semplice né per chi crea l’opera d’arte né per chi ne è spettatore. È necessario individuare quelle che Leopardi chiama immagini poetiche, in grado di cercare l’oggetto nel suo fluttuare dal non essere ancora e al non essere più. Esse permettono di cogliere l’ente sia come datità sia come forma mentale, e quindi nella sua essenza. In questo modo, si riesce a percepire l’emozione estetica, che non solo è ciò che rende l’arte tale, ma è anche ciò che le dà tanta importanza. Essa è liberazione dal dolore della vita, dalle lotte, i conflitti, le continue mancanze e i bisogni che caratterizzano l’arido vero in cui noi, esseri umani, ci troviamo. Quando si è a contatto con l’arte si supera la realtà finita e si giunge in uno stato di piacere dato dalla consolazione che essa concede. In sostanza, come disse Nietzsche, abbiamo l’arte per non morire a causa della verità.

Elisa Belotti

Cominciavamo ad amare l’esistenza: ci hanno costretti a spararle contro

Non siamo più giovani, non aspiriamo più a prendere il mondo d’assalto. Siamo dei profughi, fuggiamo noi stessi, la nostra vita. Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo, l’esistenza: ci hanno costretti a spararle contro. La prima granata ci ha colpiti al cuore; esclusi ormai dall’attività, dal lavoro, dal progresso, non crediamo più a nulla. Crediamo alla guerra.

Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale

Estate 1914: ha inizio quello che calvinianamente si potrebbe chiamare l’inferno dei viventi o Prima Guerra Mondiale, una serie di conflitti che ha distrutto un’intera generazione.

Ogni soldato fu sottoposto ad un processo di massificazione e costretto a rinunciare a ciò che precedentemente era la sua vita. L’ideale di patria al quale si ispirarono soprattutto i volontari si trasformò in una rinuncia alla personalità rendendoli una colonna, non più individui distinti. Ciò ha consumato ognuno di loro, rendendogli impossibile ogni ritorno alla normalità. A questo riguardo Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale, scrive: nessuno crederebbe che in questo deserto sconvolto possano esistere ancora degli uomini: eppure lungo tutta la linea delle trincee spuntano elmetti d’acciaio.

In questa terra al di là dei confini, come recitano le canzoni popolari, si viveva a stretto contatto con la morte e non solo per le vittime di guerra massacrate dal fuoco incrociato delle mitragliatrici. Bisogna anche considerare i suicidi di coloro che, in prima linea, non volevano andare all’attacco e i plotoni d’esecuzione, che non colpivano solo i disertori e i soldati ritenuti colpevoli di particolari reati, ma anche uomini innocenti immolati per placare gli altri. Questo diffondeva un forte senso di impotenza, paura ma anche pesantezza, come testimonia Carlo Emilio Gadda nel Diario di guerra e prigionia. Egli, con un linguaggio fortemente antiretorico, dipinge un’atmosfera di abulia intellettuale: la miseria, l’inutilità, il grigio squallore, la bestialità degli argomenti, invogliano un povero diavolo a diventar imbecille perché la ragione non gli serve a nulla.

Morte, insonnia, forti e continui rumori, il tutto collabora a portare la vita dei soldati fuori dal tempo e dallo spazio. Ci sono solo due modi per essere meno infelici: accettare l’inferno fino a non poterlo più distinguere o trovare, in mezzo ad esso, ciò che non è inferno, farlo durare e dargli spazio. E questo è ciò che fece Ungaretti con le sue poesie di guerra.

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Ungaretti, Veglia

Elisa Belotti

Scrittura contro scrittura

7.01.2015 “Non sarebbe terribile se tutti fossero d’accordo su tutto?”, Charlie Brown.

 

Charlie_Brown_daccordo

Essere Charlie è dire che sì, sarebbe terribile. Essere Charlie significa difendere la libertà di stampa e di pensiero. Essere Charlie significa essere stati vittime (morali) dell’attentato del  7 gennaio 2015.

Hanno colpito la sede del settimanale (hebdomadaire) satirico “Charlie Hebdo”: Parigi, Francia, Europa, Libertà.

Said e Chérif Kouachi hanno ucciso in nome della loro fede religiosa, sentendosi offesi dalle caricature che il settimanale francese pubblicava contro il dogmatismo e il fanatismo islamico. Georges Wolinski, Stéphane Charbonnier, Jean Cabut, Bernard Verlhac, Philippe Honoré, Mustapha Ourrad, Elsa Cayat, Bernard Maris, Michel Renaud, Frederic Boisseau, Ahmed Merabet e Franck Brinsolaro sono morti in nome della libertà di opinione. Perché sarebbe terribile se tutti fossero d’accordo su tutto.

Eppure l’opinione pubblica è divisa. È divisa tra chi, sconcertato, si arma di matita, scende in piazza, crede fortemente nel diritto della libertà e tra chi invece ripone una parte della causa di questo male nella volgarità della satira di Charlie Hebdo, dichiarando che non offendere non è libertà.

Ma sostenere che la satira sia volgare, che offenda é come sostenere che Johnatan Swift abbia scritto di un gigante in cerca di avventure. È fermarsi alla lettera. La satira fa arrabbiare, la satira pone il dubbio attraverso il riso. “Noi ridiamo perché sappiamo di essere mortali. Il riso è una funzione fondamentale per criticare e per salvarsi dalla disperazione.” ha sostenuto Umberto Eco nella recente intervista di domenica 11 gennaio alla trasmissione “Che tempo che fa”. Le 12 vittime sapevano di essere mortali, sapevano di essere in pericolo di vita. Eppure hanno continuato a ridere. Questa è la satira, con tutta la sua forza, con i suoi messaggi crudi, che ti colpiscono come una schiaffo e ti risvegliano con la consapevolezza. Questa è la forza della scrittura di “Charlie Hebdo”, contro il dogmatismo, contro “il conflitto delle tre religioni del libro”, sempre citando Umberto Eco. Scrittura contro scrittura. La libera scrittura satirica contro la distruzione della cieca interpretazione delle scritture.

“Una guerra contro chi è contrario al proprio libro” quella di Said e Chérif. Ma a noi non va affatto bene che tutti siano d’accordo con il nostro pensiero. Noi siamo Charlie: è davvero una bella cosa che la gente sia diversa.

 

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-cd6b647c-b59a-4331-8162-e26de2245f0b.html

Francesca Fantini

La bellezza di un filo d’erba

Io credo che una foglia d’erba non sia meno di una giornata di lavoro delle stelle.

Walt Whitman, Il canto di me stesso

Foglie d'erba

Capita, a volte, di stupirsi della bellezza che si riesce a riscontrare nelle piccole cose, come quando si osserva un filo d’erba in una giornata di sole. Il colore brillante, la vita che si sente scorrere in esso, la complessità nella sua semplicità sono in grado di destare in noi una forte sensazione di meraviglia, che si espande con l’aprirsi del nostro sguardo all’intero giardino. Si nota così che è costellato da innumerevoli e minuscoli fili d’erba in grado di, come scrive Muriel Barbery, incastonare una gemma d’infinito. Ognuno racchiude in sé la possibilità di sperimentare quello che Kant chiama sublime matematico, generato dalla contemplazione di un frammento del mondo capace di stupire per la sua vastità, seppur indirizzata all’infinitamente piccolo. Esso ci rivela una porzione della natura umana.

Questo avviene tramite il passaggio dalla singola foglia d’erba, ritenuta un miracolo da W. Whitman, all’intero giardino, che fa pensare, per vastità, illimitatezza (ebbene sì, chi può tracciarne i contorni netti?) all’universo come cosmo regolare e ordinato o come proliferazione caotica. L’universo forse finito ma innumerabile, instabile nei suoi confini, che apre entro sé altri universi. Così lo vede Palomar, personaggio dell’omonimo romanzo di Italo Calvino, a seguito di una lunga contemplazione della natura che lo apre allo stupore e al riconoscere il filo d’erba e il cosmo parte della stessa totalità, e quindi riscontrabili l’uno nell’altro.

Una tale visione della totalità porta alla rivalutazione della posizione dell’uomo al suo interno. Esso diviene parte consapevole, autocosciente e questo da un significato diverso alla sua vita ed ai processi a cui è sottoposto. È tutto qui ciò che l’uomo può dedurre dall’esperienza del sublime, ma questo basta a cambiarlo, può permettergli di dire: Ogni mattino mi sveglio con un’esplosione in testa. È la consapevolezza che esplode: quella di vivere e quella di essere un pupazzo pieno di vita in questa assurda, fiabesca avventura. Chi siamo noi […]? Puoi darmela tu, una risposta? Noi veniamo da una manciata di polvere di stelle. Ma che significa? E così inizia a risvegliarsi, a comprendere che, come sostiene Jostein Gaarder, non capita tutti i giorni di scoprire di essere l’abitante in carne ed ossa di un pianeta perso come una piccola isola nel mezzo dell’universo sconfinato e ad uscire da quella che sarebbe stata la vita in un mondo cieco come un giardino segreto.

Anselm Kiefer, Fallen Stars

Anselm Kiefer, Fallen Stars

Elisa Belotti

Banane? Roba da capitalisti!

Nella sovietica DDR (ex Repubblica Democratica Tedesca) le banane erano un lusso per pochi. Questa è solo una delle tante assurdità che facevano parte della vita quotidiana degli abitanti della Germania Est, come ha ben raccontato lo scrittore tedesco Renatus Deckert.

9.11.1989- 9.11.2014. Venticinque anni dalla caduta del Muro di Berlino.La classe 5^C linguistico del Liceo “F. Moretti” ha portato alla memoria quell’indimenticabile notte grazie all’incontro con lo scrittore tedesco Remuro-di-berlino-caduta-picconatenatus Deckert, autore del libro “Die Nacht, in der die Mauer fiel.” (letteralmente, “La notte nella quale cadde il Muro.”). L’incontro (un’ intervista all’autore totalmente svoltasi in lingua tedesca) è avvenuto in data 11 novembre 2014 presso l’aula magna del Liceo “Copernico” di Brescia.

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Renatus Deckert

 

Essere nati nel 1996 significa aver sentito parlare del Muro, in famiglia, a scuola. Essere nati nel 1996 significa doversi sforzare a capire e immaginare cosa significasse una città divisa fisicamente da un muro, un popolo diviso in due, un mondo diviso in due. È grazie a testimonianze come quelle di Herr Deckert che è possibile avvicinarsi a capire l’assurdità dell’esistenza di due Germanie, la Repubblica Federale Tedesca (Bundesrepublik Deutschland) e la contraddittoria, paradossale Repubblica Democratica Tedesca (Deutsche Demokratische Republik).

Renatus Deckert ha vissuto 12 anni dalla parte sbagliata del muro, nella DDR, Germania Est, nella città di Dresda. Ciò che più mi ha colpita è stato il racconto della vita di tutti i giorni. Sono state proprio le piccolezze che Herr Deckert descriveva con un tono di voce attonito come se egli stesso si chiedesse: “Ma, cavolo, era veramente così?” che mi hanno dato una chiara idea dell’assurdo mondo BRD-DDR.

Se indossavi dei jeans non eri visto di buon occhio. Se avessi indossato dei jeans e fossi stato una persona in vista probabilmente la STASI, l’organizzazione di spionaggio nella ex DDR, sarebbe entrata nella tua vita. I jeans erano infatti uno dei simboli del capitalismo. La mattina niente pane e Nutella nella Germania dell’ Est. Era vietata, al suo posto si consumava la Nudossi poiché la Nutella era un noto marchio italiano. Italia=capitalismo. A tavola non si beveva la Coca-Cola ma la Vita-Cola. Figuriamoci, direttamente dagli United States of America un concentrato gassato di caffeina e capitalismo! Un altro esempio è quello delle banane, un frutto esotico rarissimo nelle città della ex DDR. Era possibile trovarlo solo a Berlino Est ed i prezzi erano così elevati che pochi se lo potevano permettere. A quei tempi si era diffusa una barzelletta sulle banane e sulla DDR: perché le banane sono così storte? Perché devono scavalcare il Muro prima di arrivare nella DDR. Penso che l’intento di Herr Deckert nel raccontare questo aneddoto non fosse certo quello di farci ridere bensì quello di farci capire in che situazione pazzesca, tragi-comica si trovava. Il controllo dei cittadini della Germania dell’Est veniva esercitato in ogni campo, anche nelle piccole sciocchezze della vita quotidiana. Il Muro li isolava fisicamente e mentalmente. Vivere a Dresda, e in qualsiasi città lontana dal confine con l’ovest, era veramente come vivere fuori dal mondo, nella Tal der Ahnungslosen (traducibile pressappoco con Valle della Disinformazione). Era possibile guardare un solo canale televisivo mentre chi viveva più verso ovest riusciva a sintonizzarsi anche sull’ emittente televisiva della BRD, la ARD, il cui acronimo veniva ironicamente reinventato con Außer Raum Dresden (Fuori dalla portata di Dresda).

Insomma, quella Repubblica Democratica di democratico aveva bene poco. Non era il mondo a colori che le foto dei sussidiari dei bambini della Germania Est illustravano, contrapponendole alle foto in bianco e nero della Repubblica Federale Tedesca. In realtà quest’ultima era il sogno a colori della maggior parte dei tedeschi al di là dal muro. 

 

Franz è il mio nome, Edoardo Bennato
La libertà si vendeva in forma di documenti per West Berlin

È in noi che i paesaggi hanno paesaggio

Nel periodo che va dal 5 aprile al 31 agosto si è tenuta al Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, la mostra curata da Gerardo Mosquera, Perduti nel Paesaggio. Il tema non viene analizzato come genere artistico, ma in relazione al rapporto tra uomo e ambiente nella nostra epoca. Il progetto include le opere di una sessantina di artisti provenienti da diversi paesi del mondo, dal Sud America all’estremo Oriente, e prendono in esame la propensione umana ad appropriarsi del territorio partendo dal significato della parola paesaggio, cioè porzione di spazio come appare a chi la guarda e quindi dipendente dallo sguardo di chi osserva.

Vagliando la mostra secondo l’estetica schilliana, ci si rende conto che l’ambizione a controllare il mondo attorno a noi è la perfetta sintesi tra le categorie da lui proposte. L’individuo si sente estraneo rispetto all’ambiente, quindi sentimentale, per cui se ne appropria e sviluppa una sensazione di appartenenza, divenendo ingenuo. È il senso di alienazione che comunque prevale, lasciando raramente spazio ad armonia e consonanza. E allora viene da chiedersi Si può essere davvero perduti nel paesaggio?

Con il romantico l’arte diventa frutto di una scissione e ricca di simboli. In quest’ottica si possono allora comprendere La ciudad vista desde la mesa de casa, realizzata da Carlos Garaicoa che ripropone lo skyline di New York rappresentato con oggetti di cristallo, Anarchitekton, video di Jordi Colomer che vede un attore trasportare per le vie di varie città uno stendardo raffigurante gli edifici delle metropoli stesse e l’opera di Michael Wolf, Architecture of Density. Quest’ultima esprime esattamente ciò che Schiller sosteneva dicendo il mondo è perfetto ovunque, salvo quando l’uomo arriva con i propri tormenti.

L’ingenuo, però, persiste in prodotti artistici come Landscape as an attitude e We are all made of stars, rispettivamente di Luis Camnitzer e di Glenda Leon, che esprimono il rapporto tra vastità ed individualità proiettando la sensibilità dell’individuo nel paesaggio e rendendolo cosmo. Sempre legata a questa categoria si nota SNM1A85H, realizzata da Bae Bien. Essa mostra la natura non come oggetto passivo, ma come ente autonomo e vivo di cui l’uomo è parte. È però Vandy Rattana con la serie Bomb Pond che manifesta meglio l’ingenuo e la potenzialità che rappresenta. Essa consiste in fotografie di ciò che resta di un campo di guerra in Vietnam. Le distese verdi sono costellate da laghi formatisi nei crateri causati dall’esplosione delle bombe. Divenuto simbolo di speranza, mostra come sia possibile risolvere la scissione con la natura e ritornare ad essere un’unità con esso.

Nonostante la forte presenza di ciò che è romantico, l’ingenuo cerca costantemente di emergere, anche se riesce solo per pochi istanti, ma è proprio in quelli che si riesce ad essere perduti nel paesaggio. Sono quei momenti in cui interno ed esterno si uniscono, in cui l’individuo che guarda la totalità capisce di essere parte di essa, e questa è la sensazione che si ha di fronte alla Prima mappa completa dell’universo, che ha aperto la mostra.

Prima mappa completa dell'universo

Prima mappa completa dell’universo

Elisa Belotti

Art in Nature, The Art of Art

L’arte del Novecento era strettamente legata alle aree metropolitane fino a che il Futurismo cercò di dare un nuovo assetto alla geografia artistica del periodo. Il risultato che si è ottenuto nel corso degli anni è lo sviluppo di nuovi luoghi di esposizione, dislocati nelle campagne o nelle periferie cittadine, associato ad un innovativo modo di vedere il paesaggio naturale. Essa diventa area produttiva di ricerca e di sperimentazione. In questo contesto si sviluppa l’Art in Nature, una corrente che non vede alcun tipo di separazione tra comunicazione artistica e coinvolgimento nell’habitat ambientale. Le opere vengono realizzate solo con elementi naturali, come sassi, tronchi e foglie, in modo da essere completamente ecosostenibili e una volta esposte, sono lasciate al degrado, permettendo il loro inserimento nel ciclo vitale della natura. Esse perdono ogni senso al di fuori del particolare contesto ambientale e favoriscono lo sviluppo di un nuovo tipo di linguaggio, attivo sia sul piano simbolico che su quello sociale.

Questi prodotto artistici offrono un’occasione per rivolgere lo sguardo alle radici che legano l’uomo al mondo naturale permettendo una partecipazione attiva e un’espansione creativa tramite la sua capacità di contemplazione. A contatto con opere di questo tipo l’uomo diventa consapevole del suo essere partecipe di una realtà naturale che va oltre l’abilità tecnica e lo sviluppo tecnologico.

Si capisce quindi che l’Art in Nature è una totale svolta. Uno spazio, occasione, possibilità di sperimentazione e crescita creativa, dove è possibile essere spettatori attivi di questa corrente è Arte Sella. Sarebbe riduttivo chiamarlo museo, è più una manifestazione internazionale di arte contemporanea. Nata nel 1986, si svolge nei prati e nei boschi della Val di Sella, nel comune di Borgo Val Sugana in provincia di Trento. È stato qui delineato un percorso, chiamato ARTENATURA lungo il quale è possibile ammirare un’ampia serie di prodotti artistici ecosostenibili.

Buona parte delle opere è focalizzata sul tentativo di dare un nuovo punto di vista all’osservatore. Bob Verschueren, artista belga che ha installato sculture nella zona nel corso degli ultimi due anni, sostiene che modificare i parametri della nostra percezione ha sempre rappresentato […] un modo di rinfrescare lo sguardo nonché il pensiero. L’uomo ha sempre avuto il desiderio e l’ambizione di classificare le cose, di nominarle e comprenderle. Ciò conduce spesso ad inchiodare lo sguardo dopo aver riconosciuto l’oggetto guardato. Di conseguenza noi passiamo ogni giorno davanti agli elementi della natura senza più vederli. Installazioni come Pietre e Bosco geometrico, rispettivamente realizzate da F. Lelong e U. Twellmann, cercano di risvegliare lo spettatore dal lento torpore in cui esso stesso si è posto, mostrandogli il dinamismo di cui è intrisa la natura e di cui lui fa parte, rivelandogli un’idea primordiale di vita, a cui si può assistere al cospetto de Il nido di Sella, di Roger Rigorth. Vagando per il percorso si acquista così la consapevolezza dell’appartenenza dell’individuo al mondo circostante e della possibilità di cooperazione tra i due.

Dinnanzi alla maestosità di Tu sei qui non si può non pensare alle parole di Walt Whitman: la risposta è che tu sei qui,/che la vita esiste e l’identità,/che il potente spettacolo continui,/e che tu puoi contribuire con un verso. Con ciò il poeta dell’uomo in cerca di identità ci indica la strada da seguire per capire chi è l’individuo, percorso che porta alla meraviglia e alla partecipazione del singolo alla complessità del mondo circostante.

Tutto questo può avvenire solo se esistono equilibrio e armonia con l’ambiente. L’uomo deve convivere e colloquiare con la natura. L’opera che meglio rappresenta questo concetto è Alveare, di D. Salvalai, già di per se simbolo di coesistenza, diventa contenitore di incontri e di cooperazione. Esso però non è l’unico rifugio situato sul percorso. Sono molte le installazioni di questo tipo e vanno da quelle di Aneas Wilder a quelle di Anton Schaller. Quella che è, però, più manifesto della fusione tra dimensione umana e naturale è Villaggio vegetale, di Luc Schuiten, modello di risposta relativo alla costruzione di città sostenibili, che dovranno sorgere in un mondo incapace di contare sulle risorse di cui ci serviamo oggi.

Elisa Belotti

In bilico tra la vita e il sogno

“La vita non si permette mai di essere verità, è quello che è. È come noi la vediamo che ne fa verità o falsità”. Roberto Vecchioni, America, Americhe, conferenza del 25 sett 2014, Brescia

Schopenhauer definisce la realtà, il mondo, come rappresentazioni del soggetto conoscente: l’oggetto esiste solo in rapporto al soggetto che ne fa una determinata rappresentazione (rende la vita “verità o falsità”).
La realtà diventa tale per noi nel momento in cui noi ci verifichiamo con essa e, questo rapporto, avviene attraverso la nostra immaginazione e attraverso i nostri sogni. Realtà e immaginazione collaborano. Entrambe sono vere, esistono ed è inesatto affermare che l’una escluda l’altra: siamo in grado di sopravvivere nella pesantezza della vita solo grazie alle nostre illusioni, idee, sogni, leggerezze che fanno saltare il confine vita-sogno, realtà-immaginazione tanto che le due si intrecciano, si confondono.

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Marc Chagall, “Le luci del matrimonio”, 1945 Sotto il lampadario di candele, il pittore Chagall e la sua amata, Bella, troppo pallida per appartenere a questa realtà. Infatti Bella morì nel 1944.

Siamo nel XVI secolo. La realtà dice che la Terra è al centro dell’universo ma l’intuizione di Nikolaj Kopernik dice che la Terra gira intorno al Sole. L’immaginazione vince.

Siamo in una notte di mezza estate, in un credibile intreccio di fatti e magie, caratteri reali e fantastici: ogni volta che un personaggio shakespeariano abbandona la veglia per il sonno, la trama cresce e si sviluppa nutrendosi dei sogni.

Siamo in Polonia, alla corte di Re Basilio, tra i versi de “La vida es sueño” di Pedro Calderón de la Barca. Re Basilio ordina che il figlio, Segismundo, venga rinchiuso in una torre per evitare che diventi un tiranno, come l’oracolo aveva profetizzato. Segismundo viene poi messo alla prova e portato, sotto l’effetto di un sonnifero, a palazzo dove si comporterà ferocemente, assecondando la profezia. A causa di tale comportamento, viene nuovamente rinchiuso nella torre ma il principe è fermamente convinto che l’accaduto sia stato solamente un sogno. Una volta liberato dalla sua condizione di prigionia, sale al trono e, ricordandosi del “sogno”, diventa modello di sovrano saggio e leale.

Segismundo confonde la vita vissuta con un sogno ma crede fermamente in quest’ultimo tanto da assumerlo come lezione di vita. Un sogno lezione di vita. Perché “toda la vida es sueño y los sueños, sueños son!”.

 

 

Segismundo:Sueña el rico en su riqueza

que más cuidados le ofrece,

sueña el pobre que padece

su miseria y su pobreza;

sueña el que a medrar empieza,

sueña el que afana y pretende,

sueña el que agravia y ofende,

y en el mundo, en conclusión,

todos sueñan lo que son,

aunque ninguno lo entiende.

Yo sueño que estoy aquí

de estas cadenas cargado,

y soñé que en otro estado

más lisonjero me vi.

¿Qué es la vida? Un frenesí.

¿Qué es la vida? Una ilusión;

una sombra, una ficción

y el mayor bien es pequeño.

¡Que toda la vida es sueño

y los sueños, sueños son!

Pedro Calderón de la Barca, La vida es sueño

 

Sogna inquietoil ricco la ricchezza. Sogna il povero

la sua misera vita. Chi s’affanna,

involto nel diletto della carne,

nel sogno dei suoi sensi s’affatica.

Sogna chi vive negli agi consueti.

Sogna chi spera ansioso ed attende.

Sogna chi ferisce, umilia e offende.

Tutti nel mondo sognano la vita

che stanno vivendo, e non lo sanno.

Io sogno d’essere qui incatenato

e di vedermi sovrano ho sognato.

La vita è una follia, la vita è una finzione,

una grande illusione di ombre senza corpo.

E tutto il bene del mondo non vale un respiro,

perché la vita è un sogno

e i sogni sono sogni.

 

 

Roberto Vecchioni: Sogna ragazzo, sogna https://www.youtube.com/watch?v=mSfYme_TL48

Felix Mendelssohn: Sogno d’una notte di mezza estate, Ouverture https://www.youtube.com/watch?v=m0gHTNJVFtA

 

 

Immaturità e Giovinezza

Uno dei temi dell’undicesima edizione del Festival della Mente di Sarzana, in Liguria, sarà l’immaturità, trattata e definita da Francesco M. Cataluccio la malattia del mostro tempo. L’avvenimento in questione consiste in una condivisione di cultura, sapere e arte ad opera di scrittori, scienziati, ricercatori e artisti che narrano, senza toga né difese di ruolo, temi relativi alla propria disciplina per offrire agli ascoltatori nuovi modi di guardare una parte di mondo.

Cataluccio propone un percorso che va da Peter Pan a Harry Potter e che vede in essi gli estremi di quella che lui chiama epidemia di immaturità. Essa apre il Ventesimo secolo con la crisi della figura del padre e il ritrarre il mondo degli adulti come orribile e crudele. Si diffonde così l’idea che solo rimanendo giovani tutto funziona e che maturare e invecchiare significa solo perdere bellezza, senso e valori. Anche i regimi totalitari del Novecento fondarono il proprio ideale sul mito della fanciullezza perenne, vedendo nei giovani una garanzia e un investimento sicuri per ampliare la base del proprio consenso e considerando gli individui maturi un pericolo perché in grado di giudicare servendosi di una coscienza critica.

Il processo analizzato da Cataluccio termina con la figura di Harry Potter, un ragazzo che vuole crescere e prendere parte al mondo degli adulti, lasciandosi alle spalle l’immaturità dell’adolescenza. Questo personaggio compie un viaggio che lo avvicina alla realtà desiderata e alla maturità, ottenuta grazie ad un percorso di introspezione, che Peter Pan, comparso sulla scena letteraria prima dell’avvento della psicanalisi, non fa, ciò a testimonianza della grande impronta che gli studi freudiani hanno avuto sulla cultura del Novecento.

Il mito della giovinezza, base del pensiero del XX secolo, è il fondamento della visione della vita ordinaria e quotidiana come una continua avventura, fatta di rischi ed eroismi, simile alle vicende narrate da James M. Barrie, creatore di Peter Pan. Essa ha come scopo la ricostruzione della realtà ed è precisamente l’arte moderna ad avere il compito di destrutturare e ricomporre il mondo, per questo si apre alla sperimentazione. Il desiderio di vivere una vita di questo tipo permise di creare miti moderni, riformulare quelli antichi e guardare il mondo con occhi nuovi. Esso concesse a Calvino di scrivere le Città invisibili e a Yves Klein di esibire Le Vide.

Elisa Belotti