Intervista a Renzo Ongaro

La nostra classe, la II E dell’ITIS, ha invitato a un incontro per un’intervista Renzo Ongaro, un alunno di V D che l’anno scorso ha avuto un’esperienza semestrale di studio in Australia. Le domande che gli abbiamo posto (pensate, discusse e preparate in un lavoro di gruppo) si riferiscono alla totalità della sua esperienza: motivazioni, preparazione, vita scolastica e familiare, cultura locale, rientro in Italia…

Abbiamo registrato l’intervista, durante la quale a turno abbiamo posto le domande concordate tra noi; in seguito abbiamo sbobinato il file audio, abbiamo rielaborato il testo e l’abbiamo suddiviso in paragrafi.

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Domanda: Quali sono le motivazioni più importanti che ti hanno portato a compiere questa scelta e a intraprendere quest’esperienza?

Risposta: L’idea è nata nell’estate del 2013 quando ho trascorso un mese in Irlanda, sono tornato a casa e ho detto: “Mamma, voglio fare un viaggio, non per un mese, ma per trascorrere un anno all’estero”. Un mio amico era stato un anno in Thailandia con Intercultura, mi ha fatto conoscere l’associazione, mi sono iscritto e ho iniziato a fare gli esami di idoneità per poter partire, poiché ci sono vari test da superare.
D: Quindi è proprio grazie all’esperienza altrui che hai scoperto l’esistenza di questa possibilità, perché se uno non lo sa non ci pensa neanche, oppure non immagina come funzioni …

R: All’inizio neanche ci credevo! “Dai, facciamo l’esame”, mi son detto. Alla fine tutto è andato bene e ciò mi ha reso felice.

 

D: Come ti sei preparato?

R: Allora, Intercultura è un’associazione molto importante per questi viaggi, ha un training di preparazione molto specifico quindi bisogna partecipare a vari incontri, circa uno al mese, poi c’è un camp di tre giorni. I vari incontri si tengono a Milano e a Brescia: la preparazione è un po’ pesante però serve moltissimo.

D: Per quanti mesi?

R: Gli esami si iniziano a Settembre, e verso l’ inizio ottobre ci si iscrive, si continuano a fare esami psicoattitudinali, c’è poi l’esame di inglese, due colloqui e, se si vuole ospitare qualcuno anche la visita a casa. I test terminano intorno Natale. A gennaio/febbraio si sa se si è stati presi o meno, o se si è in riserva, e da qui fino alla partenza ci sono altri impegni; è un po’ noioso… però serve tantissimo. All’inizio dicevo “che scatole”, è un po’ sempre la stessa storia, ma in realtà quando sei lontano da casa non hai i tuoi che ti aiutano. Questi incontri ti danno le basi per risolvere i problemi e quindi sono essenziali.

D: E sui paesi di destinazione ti sei preparato in qualche modo?

R: Ti danno un pacco di duecento pagine sul paese di destinazione da studiare. La geografia australiana non è difficile. Bisogna studiare le città più importanti… Non si è obbligati, però avere una mezza idea di dove si è diretti è utile, e la cosa importante invece è conoscere le leggi, avere un’idea di quello che si può o non si può fare, è molto importante rispettare le leggi altrimenti si va in guai seri…

D: Immagino ci siano delle regole di comportamento interne ad Intercultura, giusto?

R: Tanti ragazzi, anche bresciani, sono rientrati in anticipo; ci sono varie regole, la prima ovviamente è rispettare le leggi del paese e non si può bere fino ai diciotto anni, in ogni caso se ti trovano ubriaco vieni rispedito immediatamente. Se si ruba si torna subito, inoltre non bisogna diventare papà! Non sono vietati rapporti ma devono essere protetti. Non si può fare l’autostop e neppure passare la notte da un amico senza l’autorizzazione della famiglia e della associazione, l’importante è avvisare perché la famiglia deve sempre sapere dove sei in quanto loro sono responsabili. Dopo aver compiuto diciotto anni in Australia sono divenuto autonomo, tuttavia non potevo guidare a causa delle restrizioni della mia assicurazione.

 

D: Cos’hai portato con te?

R: Allora, ho portato un libro per il viaggio, Memorie di una geisha, regalatomi da una mia amica prima di partire; me lo sono divorato durante il viaggio e mi è stato utile per placare l’ansia.

D: Dunque i libri ti hanno aiutato a tenere sotto controllo l’ansia?

R: Non è una cosa che succede spesso però si! In questo caso è servito. Non c’era un oggetto particolare, avevo chiesto a tutti i miei amici di regalarmi qualcosa di significativo, nulla di importante. Qualcuno mi ha dato un braccialetto, altri un quaderno o un piccolo diario, comunque qualcosa che mi ricordasse loro, perché gli amici mancano molto… avevo chiesto un oggetto simbolico.

D: Hai viaggiato da solo o con qualcuno? L’aeroporto ha dei controlli davvero così rigidi come si vede in tv?

R: Tutte le partenze in Italia con Intercultura avvengono da Roma e tutti gli studenti partecipanti vi si ritrovano nell’arco di due settimane. Intercultura ha affittato solo per noi un albergo dove la mattina della partenza abbiamo fatto un meeting per la preparazione, poi ci si divide in gruppi secondo i paesi di destinazione. Per l’Australia siamo partiti in undici ragazzi più uno chaperon: un ragazzo che ci accompagnava. Nei vari aeroporti era impossibile perderci, poiché avevamo una maglia gialla con scritto “Intercultura” in grande e in più avevamo un cartellino identificativo, sul quale erano scritti: numero di emergenza, nome, paese di destinazione… Abbiamo fatto scalo a Dubai e poi siamo arrivati a Sidney dopo ventitré ore di volo: eravamo tutti stremati! In più per adattarsi al nuovo fuso orario occorrono almeno tre giorni!

D: Ma l’aeroporto di Dubai è veramente così enorme?

R: Sì, tuttavia è molto più facile orientarsi che a Malpensa, grande un decimo rispetto a quello di Dubai che è molto più tranquillo. Tutto è scritto in inglese e in arabo, lo spazio è gestito e progettato in maniera tale da essere molto facile da percorrere, è talmente lussuoso da sembrare un albergo, non un aeroporto. Anche l’aeroporto di Sidney è molto bello, vicino alla città. Siamo arrivati stanchi morti. All’area doganale ci siamo trovati una coda che sarà durata almeno due ore, e questo solo per arrivare al primo step in cui si consegna il foglio dove sono elencate alcune tipologie di oggetti che non si possono far entrare nel paese, come ad esempio legno e farina… c’era una lista lunga almeno due fogli di merci proibite come i cibi. E ovviamente i miei compagni di gruppo cosa avevano fatto? Avevano portato formaggio e vino in omaggio alla famiglia che li avrebbe ospitati. Anch’io avrei voluto farlo, però sul fascicolo c’era l’elenco degli oggetti proibiti. Allora ho portato dei prodotti di profumeria “made in Italy”; ma anch’io avrei preferito portare un vino della Franciacorta.

 

D: Com’è essere immersi in una lingua straniera e quali sono state le prime impressioni all’arrivo?

R: La prima impressione è stata tristissima perché le stagioni sono al contrario nell’emisfero australe. Mi ha accolto la mia prima famiglia ospitante. Siamo usciti dalle porte automatiche: pioveva e faceva freddo, sembrava di essere a San Colombano, non a Sidney, era freddissimo! Mi sono detto : “aiuto, dove sono finito! Dov’è il sole, dov’è il mare?!”, perché appunto era inverno. Sono arrivato a casa, ho salutato e conosciuto tutti, sono entrato in camera e ho dormito dalle due di pomeriggio fino mezzogiorno della mattina dopo. Ho dovuto dormire tutta la giornata per adattarmi al cambio di fuso orario. Per quanto riguarda la li lingua, io sono stato fortunato rispetto ad altri in quanto in Australia si parla l’inglese e bene o male ho iniziato a studiarlo dalle elementari, in più avevo già fatto il viaggio in Irlanda; è stato difficile però nulla di impossibile e, con un po’ di forza di volontà, studiando tutti i pomeriggi si può riuscire benissimo. Se si parla sempre si arriva anche a pensare in inglese. In Irlanda mi era persino capitato di sognare in inglese ed è una cosa stranissima! Se si sogna e non si ricorda quello che si dice, tutto ciò che ci si ricorda è che si sogna in un’altra lingua, senza sapere tutte le parole per poter poi fare un discorso completo.
D: Com’era composta e caratterizzata la famiglia ospitante?

R: Purtroppo ho dovuto cambiare famiglia; la prima era composta da mamma, papà, un ragazzino di dodici anni, uno di quattordici e una ragazza sedicenne. Le cose non sono andate molto bene, quindi ho dovuto cambiare residenza in accordo con la famiglia. L’associazione non è però riuscita a trovarmi un’altra famiglia dove stare quindi ho iniziato a vivere con due famiglie contemporaneamente trascorrendo quattro giorni con una e i restanti tre con l’altra. È stato il periodo più complicato e difficile della mia esperienza, però sono contento sia successo visto che mi ha dato la possibilità di vivere diverse realtà.

D: E la seconda com’era composta?

R: Era composta sempre da mamma, papà e una figlia di 22 anni con la quale ho legato moltissimo. Mi portava fuori facendomi conoscere le sue amiche e facevamo sempre il bagno nell’oceano dato che la loro casa era sulla scogliera.

 

D: Com’era il cibo?

R: La carne era buonissima! Si facevano spesso i barbecue: mangiavo sempre questi hot dog fatti sulla griglia oppure gli hamburger. Anche il pesce era freschissimo, soprattutto il salmone della Tasmania. Tutto il resto risultava più o meno immangiabile! Ad esempio, la pasta la facevano cuocere 20 minuti. Anche la frutta era buonissima, lì ho conosciuto il mango e l’avocado: non c’è piatto che non contenga dell’avocado.

D: La pizza com’era?

R: Per il mio compleanno la mia famiglia mi ha portato in pizzeria ed è stato il compleanno più brutto della mia vita. La pizza era una “cosa” bruciata sotto, cruda in mezzo, con questi pomodori schifosi. Verso la fine, prima di ripartire, sono andato in una pizzeria italiana ed ho mangiato la pizza napoletana che in Italia non avevo mai assaggiato!

 

D: Dove abitavi? Cosa facevi dopo scuola?

R: Abitavo proprio a Sidney, leggermente a sud della città, all’ultima fermata della metropolitana, sulla costa. Era un’area molto bella chiamata Grays Point, e la scuola era più o meno a un’oretta di auto, più in centro città. Il posto era molto tranquillo. Le lezioni iniziavano alle 8:30, fino alle 8:45 c’era l’appello, mentre la fine delle lezioni dipendeva dalle giornate, comunque era tra le 14:00 e le 15:00. Mia mamma, facendo la professoressa, doveva partecipare ai meeting di circa un’ora e mezza tutti i giorni e tornavo a casa quando erano più o meno le 17:00. A volte andavo a studiare con i miei amici in biblioteca, poi raggiungevo mia mamma a scuola per tornare a casa. Altri giorni invece prendevo la metro, questa risultava però un po’ scomoda in quanto dovevo fare due cambi. Altre volte andavo a fare un giro in città e poi mia mamma mi veniva a prendere.

 

D: Come ti sei integrato? Hai avuto qualche nostalgia?

R: Integrarsi è stato facile perché gli australiani sono delle persone fantastiche e molto simpatiche. Mi hanno subito accolto, era un gruppo multietnico senza problemi quindi integrarsi è stato facilissimo. Sono curiosi del diverso, non impauriti come qui, avevano tanta curiosità nello scoprire una cultura nuova. All’inizio ho avuto un po’ di nostalgia per la famiglia ma successivamente è passata. Quello che mancava erano gli amici, io ho sempre avuto un gran rapporto con loro ed è stato un pochino difficile da superare.

 

D: Hai mai guardato nella tasca di un canguro? Sei mai stato abbracciato da un koala?

R: Di andare allo zoo non mi andava perché non li approvo. Preferisco andare in una riserva e vedere gli animali anche se sono lontani invece di andare a vedere un animale chiuso in una gabbia di pochi metri. Allo zoo non sono mai voluto andare, avrei dovuto fare due ore di macchina. Non ho mai guardato nella borsa di un canguro né abbracciato un koala, avrei voluto ma hanno tantissime malattie, ero tristissimo appena l’ho saputo.

D: Che animali avevi in casa?

R: Avevo un opossum. Sono ratti giganti, con un muso carino, un naso bianco che viene in fuori e termina con pallina nera sopra. Fanno proprio sorridere, sono bellissimi e somigliano per dimensioni alle pantegane, però hanno un muso carino e non sono pericolosi. Si trovavano anche i ratti nativi. Quelli sono carnivori e, se gli dai da mangiare, ti mordono anche il dito! Ho visto anche ragni: una vota, in macchina, nell’abbassare il parasole, è caduto un ragno enorme. Quando camminavo, utilizzavo una torcia perché fanno queste ragnatele giganti e quindi bisogna stare attenti!

 

D: Com’è la scuola?

R: È bellissima: è proprio organizzata in maniera fantastica. Il ragazzo sceglie il livello e le materie che vuole seguire. Io avevo scelto di seguire inglese, livello basso, poi matematica e chimica a livello alto. Il livello alto corrispondeva più o meno a quello italiano, forse leggermente più superficiale: la preparazione è quindi leggermente più bassa se un ragazzo svolge tutti i corsi ad alto livello. Però in questo modo non ci sono abbandoni scolastici. Non esistono né interrogazioni, né verifiche. È una gestione di tipo universitario, quindi ogni tre mesi circa c’è una sessione di esami. Questo, a mio parere, è molto bello perché si dà molta fiducia ai ragazzi, si abituano i ragazzi sin da piccoli ad essere autonomi! Le lezioni iniziano alle otto e mezza/nove e si svolgono cinque ore con una ricreazione di venti minuti e una pausa pranzo di un’ora. La scuola è vissuta dai ragazzi come una seconda casa. Ci sono evidentemente anche spazi e strutture che permettono di viverla così! Non si ha il computer a casa. I computer vengono dati a disposizione, si può stare a studiare. C’è la mensa, c’è tutto. Poi c’è il fatto che si è fieri di farne parte!

 

D: Quali sono le caratteristiche degli aborigeni?

R: In Australia si è tutti bene integrati, tutte le nazionalità lo sono. Gli unici problemi che sorgono sono appunto tra gli inglesi, vecchi colonizzatori, e gli aborigeni che rivendicano tutt’oggi l’Australia. Ci sono state, quando ero là, proteste; hanno bruciato la bandiera australiana perché dicono che riguarda ancora il tempo della colonizzazione ed è un insulto alle loro terre. Diciamo che l’Australia, io non lo sapevo finché non l’ho studiato, ha vissuto dei periodi tremendi fino agli anni Sessanta: i figli delle famiglie aborigene venivano strappati dalle famiglie, messi in orfanotrofio o messi con delle famiglie di inglesi o comunque di europei perché gli aborigeni erano considerati delle bestie cui si strappavano i bambini per poterli salvare. Io avevo un compagno di classe di cui il papà e i nonni erano stati presi e portati in una famiglia bianca. Ora i bianchi hanno chiesto scusa e a scuola ci si vede tutti uguali. Ora essere aborigeno è quasi una caratteristica positiva, però fino a vent’anni fa era una discriminante negativa, cioè non portava beneficio. Ancora oggi ci sono persone razziste, io ho visto due risse a scuola… un ragazzo bianco ha detto ad un aborigeno… non so bene cosa ma comunque lo ha insultato perché era aborigeno, e il ragazzo è scoppiato e gli ha tirato un pugno! Ora le cose vanno meglio, per la nostra generazione problemi con gli aborigeni ce ne sono pochi. Però già i genitori invece ne hanno molti…

D: Perché magari i figli poi si frequentano…

R: Sì, si frequentano e ora ci sono molti ragazzi misti; io davvero non lo sapevo. Ci sono delle zone dell’entroterra in cui gli aborigeni vivono ancora come ai tempi… vivono in queste tende particolari, dipinte, indossano un indumento strano, si dipingono la faccia; sono molto scuri, loro, e quindi i colori risaltano bene. Hanno strumenti musicali propri – poi magari anche in strada te ne trovi alcuni che si pitturano la faccia di scuro per sembrare aborigeni, e suonano per prendere soldi, soprattutto vicino al teatro! La loro è stata una storia molto triste. Quello che rivendicano è il cambio di bandiera e a quanto pare si potrebbe arrivare a questo in un futuro non molto lontano. Loro vogliono la loro nera e rossa con in mezzo un cerchio giallo. Rappresenta: con il nero il loro colore, con il rosso la terra, con il giallo il sole.

 

D: Ci sono aspetti dell’Australia migliori di qui?

R: Allora, bisogna capire il concetto che è diverso. Diverso non vuol dire meglio o peggio, semplicemente diverso. Io personalmente mi sono innamorato dell’Australia e dello stile di vita, per tutto. Quindi, la mia intenzione sarebbe quella di tornare. Aspetti migliori… sicuramente posso dire che ce ne sono, hanno un concetto di politica che è molto diverso dal nostro e questo mi ha colpito molto. La politica è gestita in maniera che anche i ragazzini ne hanno rispetto, non si hanno la diffidenza o il disprezzo che esistono qui. Per esempio a volte accendendo Facebook leggo insulti pesanti e anche gratuiti; è così, non se ne può fare a meno di scrivere stupidate sulla politica… però là allo stesso tempo i politici non potrebbero mai fare delle dichiarazioni come in Italia, perché si dovrebbero dimettere! Cioè… non esiste che un politico faccia una battuta sugli ebrei, sugli omosessuali o sui neri. Fai una battuta così? Ti devi dimettere! E dopo, nessuno ha più rispetto di te… Quando ero a Sidney c’è stato un politico italiano che ha fatto una copertina di un giornale seminudo e le foto sono arrivate là… ho detto: “Ma che fanno questi?” Mi hanno ancora detto: “Ah, è italiano? Pizza pasta e mafia …” (ride) .. Ho detto no dai, vi prego non dite così! (ride)

 

D: Ti manca l’Australia?

R: Tanto! Il rientro è stato difficile! Ho avuto anche una mezza crisi di panico perché non capivo più dov’ero! Là mi svegliavo, avevo il mio giardino, il mare… qui mi sono svegliato – e non in camera mia, perché ho cambiato camera siccome sto ospitando una ragazza turca per uno scambio di studio -, non ho realizzato dov’ero e sono andato in panico. Mi manca tanto! Sento più o meno tutti i giorni mia sorella e mia mamma australiana (ancora la chiamo mamma).

 

D: Tempo di riadattamento?

R: Adesso va meglio, ma un mese tutto! Per ritornare a pensare come delle persone normali ci vuole un mese. E’ stato più difficile tornare che partire! Quando mi chiedono: “Allora, ma come hai trovato il coraggio di partire?”, io dico: “ Guarda, il coraggio di partire lo si trova. Il problema è poi tornare!”. Se avete possibilità, viaggiate e fate esperienze! Anche perché voi siete ancora in tempo a farlo! Io purtroppo essendo in quinta ho potuto fare solo sei mesi, ma voi che siete in seconda se vi iscrivete il prossimo settembre, in terza, fate gli esami e per la quarta potete partire! Vi fate un anno in giro per il mondo…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La banda d’istituto

“Secondo me è una bella idea. Non ne abbiamo mai avuta una, almeno da quando faccio il liceo.”

“È stata una cosa diversa e divertente rispetto alla solita e banale assemblea prima delle vacanze di Natale!”

“Energica, dinamica, in una parola: coinvolgente!”

“Di gran qualità nonostante il nostro piccolo istituto.”

“ Maulucci sotto ai banchi.”

“È ciò di cui avevamo bisogno: è un divertimento per chi suona e un piacere per chi ascolta.”

“Progetto nuovo e ben riuscito, soddisfazione per i musicisti stessi, per gli ascoltatori e per l’Istituto, ulteriore conferma dello spirito culturale e musicale dei giovani della Valle!”
“La prossima volta vogliamo la Marcia di Radetzky!!!”

“Questo concerto era tutt’altro che uno sconcerto [????]”

 

 

Stiamo parlando della grande novità dell’anno scolastico 2014-2015: la banda dell’Istituto Beretta.

Un gruppo di aspiranti musicisti, tutti alunni frequentanti IPSIA Zanardelli, ITIS Beretta o Liceo Moretti, sotto la direzione del Professor Michele Maulucci. Tutti ragazzi che suonano nelle bande dei loro paesi. Ebbene sì, nelle bande della Val Trompia ci sono anche dei ragazzi. Perché suonare è divertente e diverte.

Il concerto d’esordio si è tenuto il 9 novembre, presso i Capannoncini del Parco del Mella, in occasione dei festeggiamenti del 25 anniversario della caduta del Muro di Berlino.

Sabato 20 dicembre, ultimo giorno prima delle vacanze di Natale, la banda ha avuto l’occasione di esibirsi di fronte ai propri compagni di scuola e professori. Il concerto, una serie di famosi brani natalizi, è riuscito a coinvolgere il pubblico. Il programma prevedeva anche un piccolo omaggio al grande Giuseppe Verdi: un estratto dall’opera “Aida” che ha visto protagonisti i nostri trombettisti.

La banda è ancora piccola ma la voglia di suonare e divertirsi è tanta! L’augurio è che il progetto vada avanti negli anni perché possa valorizzare la musica e, soprattutto, l’impegno di questi studenti.

Aspettiamo chi non si è ancora fatto avanti!

 

P.S. Cari Profe, un voto in più a tutti i bandisti. Siamo troppo belli e bravi!

 

 

Intervista al Prof. Roberto Pollione

Tra le novità intraprese dal “Campus” sono presenti le interviste ai docenti dei tre plessi. L’obiettivo di queste interviste è proprio quello di conoscere meglio i nostri insegnanti e dare spazio ai pareri di chi è coinvolto nella vita scolastica. Roberto Pollione, docente dell’ITIS Beretta, è stato il primo a essere coinvolto in questa iniziativa, dedicandoci le sue idee riguardanti l’istruzione, le problematiche della nostra scuola, e i suoi interessi personali.

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Il Prof. Roberto Pollione

“Campus” è il nostro nuovo progetto per dare spazio ai pensieri e alle esigenze degli alunni, qual è la sua opinione al riguardo? 

Personalmente ritengo che sia un’ottima idea, ben vengano queste forme di collaborazione anche tra studenti e scuola  per dare spazio alle richieste, alle esigenze o alle problematiche degli studenti, purché siano razionali e riguardino l’ambito scolastico.

Secondo lei è possibile comprendere i problemi della scuola attraverso l’opinione degli studenti?

Si, è possibile. Chiaramente le opinioni degli studenti devono essere oggettive o vanno filtrate in qualche modo per cercare di rilevare la problematica effettiva.

Cosa migliorerebbe del sistema scolastico italiano?

Io sono di estrazione aziendale, nel senso che prima di cominciare a insegnare ho lavorato molti anni in azienda, quindi mi piacerebbe che la scuola avesse un’impronta di tipo aziendale e con più meritocrazia. Nelle aziende, chi vale  fa carriera, riveste ruoli sempre più importanti ed è anche gratificato economicamente. Questo purtroppo nella scuola statale non succede, perchè per contratto tutti i docenti percepiscono lo stesso stipendio. L’unica cosa che varia è l’anzianità, ma non mi sembra un merito. Comprendo quanto nella scuola possa essere difficile  valutare se un docente o un collaboratore scolastico meriti più di un altro, perchè non c’è la possibilità, come nelle aziende, di vedere i risultati in termini di profitto. Quindi è un discorso molto delicato e mi accorgo che sarebbe difficile da attuarsi, però forse ci vorrebbe  un’impronta di questo tipo proprio per stimolare le persone, stimolarle a fare meglio e a migliorarsi continuamente, altrimenti è inevitabile che qualcuno si adagi e pensi “tanto  lo stipendio lo prendo ugualmente, per cui faccio il minimo indispensabile”. Devo dire che, tornando al discorso dell’Itis Beretta, vedo la quasi totalità delle persone darsi molto da fare sia a livello di docenti che di personale tecnico e amministrativo. Personalmente ho sempre trovato molta disponibilità e voglia di fare; mi rammarico del fatto che questa disponibilità  non possa essere riconosciuta in altri modi al di là del semplice “grazie”.

Cosa ne pensa del trasferimento degli uffici nella sede Ipsia in via Matteotti?

Il trasferimento può avere il suo risvolto positivo e il suo risvolto negativo. Il risvolto negativo e’ che molti di noi (soprattutto i docenti) hanno un rapporto quotidiano con la segreteria, io per primo perché, seguendo diversi progetti, ho un continuo contatto con essa: è chiaro che il fatto che venga trasferita, seppure all’Ipsia che è nelle vicinanze,  mi causa un disagio. Ritengo che anche per alcuni ragazzi possa essere un problema, dato che nella ricreazione o negli orari consentiti hanno la necessità di recarsi in segreteria per chiedere informazioni. Non essendoci più una segreteria diventa tutto più complicato, anche se penso che comunque la scuola  si attivi per apportare altre procedure, ovvero che le richieste vengano trasmesse in maniera differente in modo da attutire questa mancanza. L’aspetto positivo è legato al fatto che quest’ anno abbiamo avuto un più alto numero di iscrizioni rispetto all’anno scorso e poichè abbiamo una  carenza di aule, è chiaro che lo spostamento ci permette di ricavare delle aule e magari sostituire quelle poche precarie  attuali. Quindi personalmente non sono né favorevole né contrario.

 

Pensa che il numero degli alunni crescerà ulteriormente l’anno prossimo?

Tenendo conto degli ultimi dati in possesso, all’ITIS avremo una classe prima in più rispetto a quest’anno scolastico; è chiaro che il numero totale degli alunni e, dunque, delle classi, è in forte crescita.  Secondo me è dovuto a due motivazioni: la prima è che, nei momenti di crisi economica, un genitore è più propenso a iscrivere il figlio a un Istituto Tecnico o Professionale. Questa è la carta vincente dell’ITIS: dopo 5 anni lo studente puo’ decidere se entrare nel mondo del lavoro, avendo in mano un diploma fortemente richiesto dalle aziende, o proseguire con gli studi, avendo un’ottima preparazione che consenta di affrontare con successo il mondo universitario. Quindi è chiaro che per le famiglie questa è una garanzia: infatti iscrivere un ragazzo ad una scuola che dopo 5 anni rilascia un titolo abilitante al mondo del lavoro può dare più sicurezza rispetto ad un’iscrizione a un liceo in cui lo studente dovrà proseguire gli studi presso l’università. Ritengo che il liceo sia un’ ottima scuola e che fornisca una vasta cultura, ma non fornisce la specializzazione richiesta dal mondo del lavoro e obbliga a frequentare l’ università per ottenere una specializzazione. L’altra motivazione è il prestigio del nostro istituto, per cui assistiamo a molti ragazzi che vengono all’ Itis Beretta non  solo dalla Val Trompia ma anche da Concesio, Bovezzo e Brescia: scelgono di iscriversi presso il nostro Istituto piuttosto che andare in città, perchè la nostra scuola gode di un’ottima immagine ed è un ambiante tranquillo dove non succedono episodi negativi eclatanti, salvo il normale andamento disciplinare dei ragazzi.

Si occupa di altro all’interno della scuola?
Io seguo l’orientamento in ingresso e in uscita,  quindi curo tutti i rapporti con le scuole medie per far conoscere ai loro studenti e genitori la nostra scuola, oltre a far conoscere il mondo universitario ai nostri studenti che intendono proseguire gli studi. Mantengo inoltre  i contatti con aziende che cercano ragazzi da assumere, in quanto seguo gli stage per i ragazzi di quarta e quinta elettronica. Durante lo stage, per una settimana, i ragazzi vengono introdotti nelle aziende ad assistere all’attività lavorativa,per conoscere meglio il mondo del lavoro. In tal modo un ragazzo può farsi un’idea più precisa se proseguire gli studi o decidere di entrare nel mondo del lavoro dopo il diploma. Oltre a ciò seguo un progetto chiamato “Fixo”, istituito dalla Regione Lombardia: una sorta di “database” nel quale tutti i diplomati vengono inseriti con il loro profilo e dal quale le aziende potranno attingere informazioni e nominativi. scegliendo i profili che più interessano loro. Tengo inoltre lezioni di inglese  tecnico ad alcune classi dell’Istituto, in modo che i ragazzi si abituino a utilizzare l’inglese in ambito lavorativo.

Cosa ne pensa dei rapporti tra i tre plessi?

 Si tratta di un discorso piuttosto vasto. Certamente il punto di forza dei 3 plessi sta nell’essere un unico istituto in quanto la presidenza è in comune, ma ci sono esigenze diverse.  Io vedo molto più vicini l’ITIS e l’Ipsia per il fatto che sono due scuole tecniche e condividono le stesse necessità, come i contatti con le aziende. Poi personalmente  non ho nessuna difficoltà a rapportarmi con il mondo del liceo, ma mi accorgo che è un ambiente più distaccato e diverso dal nostro. L’importante è coesistere in armonia e cercare di fare del nostro meglio per andare avanti e crescere insieme.

E’ soddisfatto del suo rapporto con gli studenti e gli altri professori? 

Personalmente si. Io abito a Brescia. Sono tanti anni che vengo a Gardone e per il momento non ho alcuna intenzione di chiedere il trasferimento in una scuola di Brescia, pr0prio perchè ho trovato in questa scuola un ottimo ambiente in cui dare il mio contributo.

 

Quali sono i suoi interessi personali?

 Sono uno sportivo, pratico karate da quarant’anni per cui insegno in palestra e questa è la mia attività alternativa che mi assorbe molto tempo. Per questo motivo quando i genitori mi dicono che lo sport sottrae tempo allo studio , io cerco comunque di sollecitare la pratica dello sport da parte dei ragazzi, ovviamente lasciando il tempo necessario allo studio. Serve una valvola di sfogo  per l’equilibrio psico-fisico che è una cosa molto importante. Lo dico perchè io lo vivo quotidianamente e vedo che è una cosa positiva che si riversa anche nella vita di tutti i giorni e non solo nell’ambito sportivo. In particolare le arti marziali danno una formazione anche psicologica, aiutano la concentrazione, l’autocontrollo e la sicurezza; è una pratica che io consiglio, il cui unico il lato negativo è che non è un’attività ludica.