27 gennaio. Un ricordo di liberazione, un ricordo di dolore.

 

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27 gennaio 1945, nel campo di concentramento di Auschwitz si respira libertà e speranza, ma gli occhi dei pochi sopravvissuti sono vuoti, un vuoto ricolmo di rabbia, dolore, rancore, sofferenza.

Sembrava un giorno come tanti, quel 27 gennaio 1945, l’ennesimo giorno di lavoro, di fatica, di morte, l’ennesimo tentativo di arrivare alla sera, l’ennesimo tentativo di non ascoltare l’assordante voce della coscienza che ti chiede urlando e piangendo se vale davvero la pena scegliere ogni giorno la sopravvivenza invece di una morte liberatoria. È l’unico pensiero della giornata; il resto è vuoto.
Del resto, un numero non dovrebbe pensare, dovrebbe solo lavorare, il lavoro rende liberi, Arbeit Macht Frei. Il massimo che potrebbe fare un numero è morire: di sete, di fame, di stanchezza, di dolore, di malattia, nelle camere a gas, fucilato, squartato. Ma non può permettersi di essere umano, un numero. Un numero non ci somiglia neanche, a un essere umano.

Poi una macchia scura all’orizzonte scombussola l’ordinario. Si avvicina sempre più. Un confuso silenzio. Da un’anima stanca e debole prorompe un urlo rauco: “Sono venuti a liberarci, siamo liberi, siamo liberi!”. Eccola, la speranza, una stilla di speranza in quella fiammata di morte.
Nel campo eravamo rimasti solo noi, i deboli, i malati. Gli altri se li sono portati via i nazisti. Probabilmente sono morti.
Le porte di Auschwitz si aprono, l’orrore si riversa nel mondo.
Come farete, ora, a guardarci negli occhi? Come pretendete di capire?
Siamo morti. Siamo morti perché eravamo ebrei. Eravamo innocenti, dottori, insegnanti, bambini, mogli, mariti, bibliotecari, umani, ma ebrei: la nostra unica colpa, la riposta sbagliata a una domanda ingiusta, ma dov’è, in fondo, la giustizia? Dov’è il bene? Cos’è il male?
Siamo sopravvissuti. Siamo sopravvissuti all’inferno. Come pensate che torneremo, ora, alla nostra vita di sempre? Non esiste più la nostra vita di sempre.
Arbeit Macht Frei.
Sono un numero. Sono solo. Non ho più nessuno. Sono tutti morti.
Sono tutti morti.

Dov’era il mondo, mentre milioni di ebrei venivano sterminati dalla follia? Dov’eravate, quando ci torturavano, quando ci squartavano, quando avremmo voluto solo vivere, quando avremmo voluto solo sentirci umani?
Un orrore commesso da un uomo, da una nazione, dall’umanità.
Un orrore che non può essere dimenticato, chi dimentica è complice. Un orrore che non possiamo permetterci di ripetere. “Vi comando queste parole, scolpitele nel vostro cuore”. Una richiesta, un dovere, un ordine impossibile da ignorare.

Almeno una volta all’anno, un giorno all’anno. Il 27 gennaio si ricorda. Il 27 gennaio si insegna. Un avvertimento al futuro. Parlate, informatevi, raccontate, leggete, descrivete, osservate, provate a mettervi nei loro panni e vivete con cuore puro e mente aperta. Vivete.
Nadiya Najim

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Sommersi e i salvati

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di Giorgio Gabrieli

Ne i Sommersi e i salvati Levi decide d’approfondire con più accuratezza alcuni temi inerenti al campo di concentramento non particolarmente evidenziati in Se questo è un uomo: la memoria e la famosa legge “Homo Homini Lupus”.
Levi fa notare ancora una volta le atrocità del campo di sterminio sottolineando che, se nessun ebreo fosse sopravvissuto o avesse lasciato uno scritto, ecco perché bruciavano i loro cadaveri, nessuno avrebbe potuto riferirci in merito all’onda di morte e atrocità che investì l’est europeo , e non solo, in quegli anni. Tutto ciò mi riporta alla mente un antico e spesso dimenticato, o ritenuto sciocco, enigma. “Se una quercia cade nel bosco ma non vi è nessuno a sentirla, fa rumore?”. Ed è lo stesso quesito che Levi si sarà sicuramente posto un milione di volte. Se nessuno di noi sopravvivrà , la razza umana riuscirà a capire o a credere la verità dietro alla nostra scomparsa? “La storia è scritta dai vincitori”, “solo chi domina vive il resto diventa polvere”, “ricordiamo sempre il nome dei carnefici mai delle vittime”: queste sono tutte frasi che ho sentito dire nella mia vita e che continuano a balenarmi in testa. A quel punto, in quello stato, ti senti inutile. Un’esistenza effimera, priva di significato, futile. Un semplice +1 al contatore delle nascite dell’umanità. La tua vita non è stato nient’altro che un innumerevole serie di calcoli che alla fine si annullano fra di loro per arrivare allo zero. Con zero non parlo di morte, parlo di non esistenza. Se nessuno si ricorderà di noi che senso ha definire qualcuno morto? Alcuni morti vengono ricordati e in quel caso la loro vita non è uno zero. Un uomo comune potrebbe pensarla così, ma non Levi. Egli decide di lasciare una traccia, un indizio, una pista all’uomo. Da bravo “reporter” non solo ci descrive la potenza, la furia e la devastazione dello tsunami, ma ci dice anche come è possibile evitarlo in futuro: ricordando e non facendo gli stessi sbagli commessi in passato. L’importante è ricordare e fare memoria.
Il secondo concetto molto affascinante che dà il nome al libro, è la legge regolatrice del comportamento umano ( secondo Hobbes): “Homo Homini Lupus” (ogni uomo è lupo per un altro uomo). L’uomo ha una particolare tendenza autodistruttiva, (inteso a livello di specie) enormemente accentuato rispetto a qualsiasi altro essere vivente. Per sopravvivere o soddisfare i propri bisogni l’uomo non si fa scrupoli. Lo si può vedere nel comportamento dei tedeschi sterminatori, ma anche nei detenuti stessi. Per sopravvivere nel capo si rubava anche agli altri prigionieri, spesso più deboli. Sempre vigili e attenti, con un occhio si sorvegliava il proprio tozzo di pane, con un altro si guardava in giro se fosse possibile sgraffignarne un altro a qualcuno distratto. La morte di un “compagno” non viene vista come un lutto, bensì coma un’occasione , una chance in più di sopravvivenza. Bisogna sommergere qualcuno per salvarsi e rimanere a galla. La morte di qualcuno dà la vita ad altri, sembra il principio della termodinamica o dell’alchimia di qualche vecchio libro fantasy; purtroppo quella era la loro realtà. Ci si augura che non diventi, anzi ritorni, la nostra. Dante scriveva che non vi è dolore più grande che ricordarsi dei giorni felici nella miseria. Io mi chiedo invece come si sente qualcuno a rievocare i giorni tristi nella gioia. L’unica risposta che ho è che bisogna ricordare. Perché dopotutto un oggetto, una persona, una frase non viene dimenticata perché cessa d’esistere, ma cessa d’esistere perché viene dimenticata
Giorgio Gabrieli

27 Gennaio 2016, Frammenti di Memoria

 

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In occasione del 27 gennaio, Giornata della Memoria introdotta in Italia dalla legge 211/2000 e dedicata al ricordo delle vittime della Shoah e delle leggi razziali, l’Istituto C. Beretta ha proposto ai suoi studenti una serie di iniziative volte ad approfondire la conoscenza storica del periodo e nello stesso tempo a riflettere sul male presente dentro la storia, indagandone cause ed effetti. Una di queste iniziative è stato un incontro aperto a tutti  gli studenti dei tre plessi. Durante questo incontro gli studenti hanno avuto la possibilità di condividere le proprie esperienze legate al tema della Shoah. I ragazzi del Liceo hanno illustrato il proprio viaggio ad Auschwitz commentandolo con le proprie impressioni, mentre i ragazzi della 5° D del plesso Itis hanno proposto un’ Intervista impossibile a Primo Levi e uno parte della pièce teatrale realizzata lo scorso anno sullo sterminio della popolazione Rom. Durante questo momento di confronto sono state lette varie poesie e tra di esse ne abbiamo scelta una da proporvi:

Ci sono notti in cui piangi come un bambino, perché dici: Com’è possibile una cosa del genere? Ho fatto qualcosa di male a qualcuno? Che cosa ci posso fare se  sono rom? Che cosa ci possono fare i miei genitori se sono rom? Perché tutto ciò? Perché mi si vuol togliere la vita? Perché valgo meno del più piccolo insetto che viene calpestato? Ogni albero, ogni pianta ha diritto di vivere. Ogni animale. Esiste che protegge gli animali.  Chi protegge la vita di un uomo?

 

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Attualizzare il messaggio di Dante e Primo Levi , a cura di G. Applauso, VA Itis

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite proclamava la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per la prima volta nella storia dell’umanità, era stato prodotto un documento che riguardava tutte le persone del mondo, senza distinzioni. Per la prima volta veniva scritto che esistono diritti di cui ogni essere umano deve poter godere per la sola ragione di essere al mondo. Eppure la dichiarazione non è ancora tenuta in grande considerazione, perchè ancora troppo sconosciuta. Questa dichiarazione promuove il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali in ambito civile, politico, economico, sociale e culturale, con il solo limite rappresentato dai diritti, dalle libertà altrui e dal benessere comune.

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Questo documento storico molto importante è stato prodotto dagli Alleati sull’onda dell’indignazione per le atrocità commesse nella Seconda guerra mondiale da parte dei nazisti verso il popolo ebreo.  Shoah significa catastrofe ed è il termine con cui gli ebrei chiamarono lo sterminio hitleriano effettuato nei loro confronti. Esso sta ad indicare la tragedia di un popolo. Con l’avvento del nazismo e la sua dottrina razzista gli ebrei furono considerati, praticamente, non degni di vivere. Nel 1933, una data che ha segnato la storia che l’intera umanità non dimenticherà, ci fu la nomina a cancelliere di Adolf Hitler. Inizia così la dittatura che darà origine al Terzo Reich. Il programma di Hitler era fondato per gran parte su una dottrina contro gli ebrei che furono perseguitati fisicamente e illegalmente. Hitler sosteneva la supremazia assoluta della razza “ariana” alla quale attribuirà caratteri morfologici specifici. Inoltre sosteneva che gli ariani, la razza pura per eccellenza, erano destinati a costituire la classe dominante; gli altri a causa dell’incrocio delle razze, avevano perduto la purezza di sangue e non ne potevano fare parte. Per me è stato un grande manipolatore della storia e le sue idee erano dettate dal desiderio di vendetta e penso che chi dimentica gli errori del passato è condannato a ripeterli. Ritengo che non si possa sopravvivere a lungo in un regime che non permette a nessuno di esprimere le proprie idee e la propria libertà, quindi trovo molto giusto il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo il quale afferma che tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Quello che diceva Dante nel capitolo XXVI dell’Inferno: non dobbiamo agire come animali, ma come esseri umani. Oggi non si può non essere profondamente preoccupati e angosciati del fatto che i diritti umani sono massicciamente violati in tutto il mondo a causa della povertà, conflitti, terrorismo, violenza, pregiudizi e malgoverno.

 

IMMIGRATI                         illegale

 

Di fronte agli ostacoli che quotidianamente vediamo frapporsi alla diffusione dei diritti inderogabili,  spetta a ciascuno di noi contribuire affinché ogni persona possa godere pienamente dei propri diritti. Gli articoli 3, 18 e 19 della Dichiarazione universale dei diritti naturali dell’uomo parlano proprio di diritti di libertà, di religione, di opinioni, di pensiero, infatti secondo me la libertà racchiude proprio la condizione di chi agisce senza costrizione di qualsiasi genere. Oggi, per me, la situazione che non rispetta gli articoli della Dichiarazione universale è quella degli immigrati, infatti la miseria e la fame spingono queste persone a imbarcarsi su piccole barche e affrontare viaggi lunghissimi in mare per poi sbarcare sulle nostre coste. Essi cercano una vita migliore, un’integrazione nella società, ma tutto questo non è facile anche perché molti di questi sono clandestini e spesso le organizzazioni criminali sono le prime a ingaggiarli.

Un’altra situazione spiacevole è quella del femminicidio: troppe donne subiscono violenza e in alcuni casi trovano la morte. Qualcosa è stato fatto negli ultimi tempi come la nascita dei centri anti-violenza. Con il femminicidio si tenta di far passare un messaggio che uccidere una donna significa essere padrone del suo corpo, della sua vita e della sua libertà, proprio quello che si tutela negli articoli della Dichiarazione e tra i nuovi obiettivi che si impone l’ONU.

Attualizzare il messaggio di Dante e Primo Levi . A cura di M.Mutti, VA Itis

                  HUMAN RIGHTS                               non giudichi
                                                                                                                                                                         
 Il 10 dicembre 1948 viene firmata a New York la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo in seguito agli scandali avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale. I Lager nazisti furono liberati sul terminare del conflitto portando alla luce le atrocità compiute dall’esercito tedesco nei confronti del popolo ebraico. Queste raccapriccianti scoperte sensibilizzarono molto la legislazione dell’epoca che ritenne necessaria la stipulazione di questa Dichiarazione sviluppata su trenta articoli riguardanti soprattutto la tutela dei diritti, della vita e della libertà di un individuo. Il primo articolo dice:” Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” L’articolo uno ritrae per certi versi il pensiero dantesco veramente attuale: “fatti non foste per vivere come bruti” nel quale viene sottolineato il fatto l’uomo non è una bestia in quanto la sua finalità risiede nella crescita culturale, nello studio e nella ricerca. In questo articolo si rispecchiano tutti gli altri ventinove dove vengono approfondite le diverse sfaccettature dei tre elementi tutelati già indicati. Oggi, a circa settant’anni dalla firma del trattato, molti dei diritti fondamentali vengono violati e dimenticati lasciando trasparire il vero lato malvagio dell’essere umano.  Basti pensare alla povertà che ancora è presente in tutto il mondo, persone che guadagnano meno di un dollaro al giorno e non possono permettersi un tetto sopra la testa e altre che, nonostante il progresso tecnologico e le innovazioni scientifiche, muoiono di fame. Così lo stato che dovrebbe salvaguardare la loro esistenza, vìola l’articolo 3: il diritto alla vita. Oltre a questa situazione gravissima si osservi anche la mancanza della libertà di pensiero e di religione, soprattutto in molti stati orientali dove certe libertà sono considerate eresia e la dignità umana viene calpestata. In questi paesi ideali sbagliati di odio e discriminazione vengono innestati alle nuove generazioni creando un circolo vizioso di ignoranza dal quale è difficile uscirne che di conseguenza rende impossibile il rispetto reciproco e la pace fra tutti i popoli della Terra. Un altro fatto che rattristisce molto in quanto persistente, anche nei paesi occidentali sviluppati, è la violenza, soprattutto sulle donne che durante la storia sono sempre state un gradino sotto il sesso maschile e sfortunatamente in alcuni casi un senso di superiorità riaffiora e porta quest’ultimo a compiere atti indicibili che violano il diritto alla sicurezza.

Nonostante tutto in certe situazioni i diritti umani riescono ad essere rispettati come per esempio alla recente manifestazione denominata Gay Pride durante la quale hanno sfilato un numero immenso di omosessuali a discapito della discriminazione che domina in Europa contro di loro. Quindi la mentalità che serve al mondo per poter diventare un posto migliore, come ci è stato dimostrato da quest’ultimo episodio, è più o meno presente in tutti noi ma l’umanità pur avendo la capacità di cambiare e migliorare la propria esistenza, non riesce a distaccarsi quanto basta da ciò che veramente la comanda: il denaro. I capitali sono sparsi nel mondo in maniera decisamente sbilanciata con nazioni al limite della sopravvivenza e nazioni che vanno molto oltre lo spreco. Questo attaccamento al guadagno contribuisce ad aumentare il menefreghismo della popolazione ricca nei confronti di quella povera creando una disparità immensa tra stati più sviluppati che contano di più e pensano agli affari propri e stati molto meno “fortunati” sfruttati da quelli più potenti. Si continua ad analizzare e studiare la situazione mondiale ma forse è arrivato il momento di mettere in pratica i valori che vengono insegnati nella dichiarazione dei diritti dell’uomo.

Attualizzare il messaggio di Dante e Primo Levi , a cura di P.Ghisla, VA Itis

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Un documento di fondamentale importanza nella vita umana è la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (DUDU), il quale esprime la moderna idea dei diritti umani, classificati come diritti radicati nella natura umana, che spettano all’uomo in quanto uomo. Non tutti i diritti sono uguali: vi è una gerarchia di diritti, tra i quali il diritto fondamentale è il diritto alla vita, poiché senza questo non esisterebbero gli altri diritti. La riflessione sui diritti umani ha subito una svolta nella metà del XX secolo, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale; punto di riferimento sono i processi di Norimberga, in cui vennero giudicati gli autori degli atroci crimini commessi dai gerarchi nazisti e dai loro collaboratori seguendo dottrine che distinguevano tra vite degne di essere vissute e vite non degne di essere vissute. Si parla di “crisi antropologica”; la bussola per uscire da questa crisi fu trovata nell’affermazione dell’uguale dignità di ogni essere umano e di qui troviamo la nascita della DUDU.

Tuttavia, sebbene stabilita l’uguaglianza di dignità per tutti gli esseri umani, ancora oggi riscontriamo situazioni che violano questo principio fondamentale.

Partiamo analizzando il primo articolo della DUDU: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” Questo implica che il semplice fatto di essere tutti esseri umani, considerati uguali sul piano della dignità e dei diritti, debba dare la spinta propulsiva perché ogni individuo si applichi per il bene dei propri “fratelli”. Ma oggi sembra essere un miraggio: ognuno è spinto dai propri interessi, soprattutto dalla voglia di apparire e dal desiderio di possedere; ognuno cerca di prevalere senza curarsi delle ripercussioni che questo potrebbe avere sugli altri individui; oggi siamo testimoni di vari crimini, di furti, di omicidi … sembra che il messaggio di uguaglianza di diritti non sia stato colto completamente. Il messaggio è presente anche nel “L’Inferno” di Dante:

“Fatti non foste a viver come bruti, ma a seguir virtute e canoscenza”; gli uomini devono seguire la propria ragione in modo tale da vivere nel rispetto del prossimo, senza comportarsi da selvaggi.

Un altro articolo che andiamo a prendere in considerazione è l’Articolo 3: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”.  La vita, ancora prima di presentarsi nell’elenco dei diritti fondamentali della persona, è un valore assoluto, perché incarna la dignità umana; la vita ed il rispetto per la vita sono il presupposto per la legalità. Il diritto alla vita è strettamente collegato al diritto alla libertà ed al diritto alla sicurezza: è una triade vitale, e come tale formata da tre elementi indivisibili. Il rispetto della vita comporta che si tuteli l’integrità dell’essere umano sempre più messa  repentaglio, ai giorni nostri, dalle biotecnologie; quando inizia la vita? Quando un essere umano può iniziare ad essere considerato tale? Il problema, oggi, è che lo stato embrionale dell’essere umano non viene universalmente riconosciuto come reale essere umano e, a causa di questo, vengono effettuati esperimenti sugli embrioni. Altri temi importanti a riguardo sono quelli dell’eutanasia e dell’aborto, in quanto sono in contraddizione con il principio di protezione e di rispetto della vita umana dal suo concepimento fino alla sua morte naturale.

Per concludere commentiamo due articoli strettamente collegati tra loro, l’Articolo 18 e l’Articolo19.

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, da solo o con altri, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo mediante l’insegnamento, le pratiche religiose, il culto e l’osservanza dei riti.” (Articolo  18) . L’articolo pone in relazione tre libertà, che si riferiscono all’essere umano come corpo e spirito; infatti, al contrario di tutti gli altri diritti che possono essere distrutti da una fonte esterna (ad esempio l’alimentazione o l’assistenza), questihanno un’intrinseca forza di resistenza, possono sopravvivere. Di particolare rilievo è la libertà di religione; un problema attuale è il dibattito sui simboli religiosi nelle scuole e nei luoghi pubblici, ad esempio c’è chi vuole togliere i crocifissi dalle pareti motivando che nella scuola pubblica aumenta il numero di studenti di religione diversa dalla nostra; non bisognerebbe togliere, ma aggiungere, moltiplicare le radici delle grandi culture, a patto che tutte loro siano compatibili con il codice universale dei diritti umani. “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, compreso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e di cercare, ricevere e diffondere informazioni ed idee, attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.” (Articolo 19) . Così come ogni individuo dovrebbe essere  libero di professare il proprio credo, così dovrebbe essere libero di esprimere la propria opinione; ogni essere umano ha il diritto di diffondere e divulgare i propri convincimenti e le proprie informazioni, che permettono di spiegare e conoscere meglio la realtà. Tuttavia vi sono idee e opinioni che arricchiscono il patrimonio culturale, mentre altre sono da considerarsi dannose: alcune vengono diffuse allo scopo di coltivare “omologazione”, inquinamento di coscienze; sta all’ individuo giudicare e filtrare le idee che possono portare beneficio a se stesso ed alla comunità, perché, come citato dall’Articolo 1, ognuno è dotato di ragione e di coscienza e deve agire in spirito di fratellanza verso gli altri suoi simili.

Da Dante a Primo Levi nell’inferno del lager , a cura di F. Maranta , VA itis

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Primo Levi fu un importante scrittore italiano, che riuscì a sopravvivere all’esperienza dei lager, portandoci così la testimonianza, scritta sotto forma di libri, di cosa gli sia accaduto. Questi campi, che fossero di sterminio o di lavoro, portavano tutte le persone allo sfinimento, sia fisico, per colpa della tanta mole di lavoro che effettuavano o del poco cibo che potevano mangiare, sia psicologico. La fatica che dovevano sopportare aveva, infatti, conseguenze anche nella testa delle persone, che venivano distrutte mentalmente.

Primo Levi in “Se questo è un uomo” descrive in un capitolo anche questo aspetto del lager, in “Il canto di Ulisse” egli racconta di aver tradotto a Pikolo, un suo amico, parte del ventiseiesimo canto dell’inferno. Secondo lui questo canto riguardava tutti gli uomini che erano rinchiusi in un lager, come loro due. Le poche strofe che Levi si ricorda possono essere benissimo messe a confronto con la vita che stavano svolgendo. Tra tutte spicca la terzina che recita:<<Considerate la vostrasemenza: Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.>>. Levi recita questa strofa a Pikolo per condividere con lui i messaggi che si trovano all’interno di essa, fondamentali, secondo Primo, nella loro situazione. Uno degli obiettivi dei lager era quello di “curare” coloro che erano all’interno di esso, eliminando la loro semenza (l’origine) e la loro cultura trattandoli infatti da bruti. Vivendo in questo modo infatti la gente finiva per perdersi fino a non ritrovare più se stessa. Per fortuna però in alcuni momenti la conoscenza e la virtù resistevano anche nei lager, ad esempio nel percorso verso la mensa, è proprio in questo momento che Levi parla del canto scritto da Dante a Pikolo. Questo racconto in più colpisce perché Primo non solo fa capire all’amico quanto sia importante non dimenticare chi siamo o da dove veniamo e, soprattutto, in cosa crediamo, ma lo capisce lui stesso. Levi infatti, traducendo le varie strofe a Pikolo riporta a galla ricordi molto lontani di quando era a casa, a Torino, o di quando ammirava le montagne sul treno di ritorno da Milano. Il capitolo, che aveva inizio con l’incontro tra Pikolo e Primo, terminava con la distribuzione della zuppa in mensa, dopo di essa gli uomini avrebbero dovuto tornare al lavoro, e perciò il piccolo momento di pausa e di conoscenza finiva, per far sì che gli uomini tornassero al lavoro da bruti. In definitiva il messaggio che Primo Levi vuole comunicare è principalmente questo: non importa in che situazione siamo o cosa siamo costretti a fare, bisogna ricordare per sempre chi siamo e in cosa crediamo, per ostacolare chi vuole eliminare la nostra cultura e il nostro essere interiore.

 

Da Dante a Primo Levi nell’inferno del lager , a cura di C.Ghidinelli , VA Itis

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Con il superamento dell’esame di chimica, si apre l’XI capitolo del libro “se questo è un uomo” chiamato “il canto di Ulisse”. In questo capitolo Levi si ritrova a raschiare una vecchia cisterna insieme ai suoi compagni del Kommando, un lavoro di lusso per i prigionieri del Lager. Presto però Levi viene chiamato da Jean, il Pikolo del Kommando, colui che svolgeva i compiti di fattorino-scritturale. Jean comunica a Levi che da quel giorno sarebbe stato il suo aiutante nelle corvée quotidiane del rancio. Era un lavoro faticoso, ma comportava una gradevole camminata di andata senza carico, e l’occasione sempre desiderabile di avvicinarsi alle cucine.
Già da una settimana Levi e Pikolo erano diventati amici, ma raramente avevano la possibilità di parlarsi, se non con un saluto di sfuggita. Questa poteva, invece, essere una grande possibilità per confrontarsi, ragionare, ma anche solo per parlare delle loro case, di Strasburgo e di Torino, delle letture, degli studi. Ormai quasi vicini alle cucine, Levi inizia a pensare a Dante, alla Divina Commedia, soffermandosi al canto di Ulisse. Questo pensiero provoca in Levi una strana sensazione, ma vede come Pikolo sia attento, voglioso di capire, e allora comincia, lento e accurato a narrare e tradurre i versi di Dante.
Fra i vari versi che Levi riesce a ricordare, è importante fermarsi un attimo sulla terzina che dice:

“Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza”

Levi narrando il canto di Ulisse si ritrova come protagonista insieme a Pikolo e a tutti gli altri uomini del Lager. Questo canto, ma soprattutto questa terzina, riguarda tutti gli uomini in travaglio, e soprattutto loro due che osano ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle. Il messaggio che Levi ci vuole dare è un messaggio molto forte, perché Levi, vivendo nel Lager e guardandosi attorno riconosce di non essere più un uomo, ma una bestia, il cui unico scopo è la sopravvivenza. Infatti ciò distingue l’uomo dalla bestia è che l’uomo è in grado di ragionare e arricchirsi di conoscenza. Diversificarsi dalle bestie è appunto ciò che Levi cerca di fare e di insegnare a Pikolo per non lasciarsi andare e vivere come una bestia, ma preservare quei valori umani che ti aiutano a continuare. Io credo che se Levi sia riuscito a sopravvivere a questo inferno che è il Lager, è dovuto oltre che a una grande dose di fortuna, a questa capacità di continuare a vivere da vero uomo, nonostante il Lager sia un luogo costruito appositamente per la riduzione al minimo dei valori umani.
Levi nonostante tutto quello che ha passato riesce a raccontare anche nei più piccoli dettagli le vicende della sua tragica storia. E’ anche grazie a lui se noi oggi possiamo renderci conto di ciò che l’uomo è stato in grado di fare. Pensando a Levi mi viene anche in mente Ungaretti che in condizioni simili, costretto a vivere in una trincea tra il fango e il freddo, senza cibo, punta alla sopravvivenza, senza ridursi ad una bestia, ma scrivendo lettere piene d’amore, come scrive nella poesia Veglia . “

 

GIORNATA DELLA MEMORIA 2016: Da Dante a P. Levi nell’inferno del lager

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All’interno del romanzo Se questo è un uomo Levi ricorda alcuni versi del XXVI canto dell’Inferno di Dante. Levi non è un letterato di professione e si trova in una condizione di spoliazione di sé e della propria cultura, ma qualcosa di profondamente radicato nella sua umanità, un’eco lontana si manifesta al suo pensiero: “Il canto di Ulisse………..Chi è Dante. Che cosa è La Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Commedia. Ecco attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca:

Considerata la vostra semenza
Fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Come se anch’io lo sentissi per la prima volta, come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Forse, nonostante la traduzione scialba e il commento frettoloso e pedestre ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle”.

Pubblichiamo la raccolta di saggi elaborati degli alunni della classe 5 A ITIS coordinati dalla prof.ssa Silvia Luscia che intende far riflettere sul valore della virtute e canoscenza per Pikolo e Levi, sottoposti a una condizione di bruti in cui la semenza è calpestata.

 

Da Dante a Primo Levi nell’inferno del Lager , a cura di D.Lecci VA Itis

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Levi cerca di insegnare qualche nozione di italiano a Pikolo e subito gli viene in mente Dante, come un riferimento, con il canto di Ulisse. Ulisse, tornato dalle sue avventure, decide di intraprenderne un’ultima: una spedizione oltre le colonne d’Ercole alla ricerca della montagna del purgatorio. Trascinerà con se i suoi compagni di avventure, conducendoli così però alla morte. Primo ricorda questo canto poiché per lui è importante e ha un grande valore. Fatica a ricordarlo tutto, ha diverse lacune e pezzi mancanti. Una terzina però ricorda precisamente:

“Considerate la vostra semenza

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza”.

Questa terzina racchiude per Primo tutto il valore e il significato del canto. Esprime il concetto principale nel quale egli si vede rispecchiato.

Questi tre versi assumono un valore particolarmente attuale per Primo e anche per Pikolo, perché all’interno del Lager si vive in un certo senso come “bruti” e la “semenza” umana è calpestata. Pure virtù e conoscenza sono allontanate dalla necessità di sopravvivenza.

Anche il naufragio di Ulisse, voluto da un Dio che  egli aveva sfidato andando con la sua nave oltre le colonne d’Ercole, è visto come un’analogia, poiché ricorda il destino dei prigionieri per essersi opposti al regime nazista europeo, e soprattutto il destino degli ebrei. Gli ebrei erano infatti odiati e temuti dal nazismo per via della loro acutezza intellettuale, la quale in qualche modo li accomuna ad Ulisse e che viene vista con timore dai tedeschi

Oltre a ciò, l’impresa di Ulisse viene vista come un tentativo di staccarsi della tradizione e andare oltre i limiti. Lo stesso secondo Levi devono fare i detenuti come lui e Pikolo, provare a sollevarsi al di sopra della condizione disumana del Lager, ricordando l’opera di Dante, attraverso l’uso della memoria.

Cercare di ricordare la Divina Commedia significa quindi cercare di continuare ad essere uomini.

Ancora una volta il canto aiuta Levi a riflettere: “Considerate la vostra semenza”.

La semenza: é forse la consapevolezza che il Lager è stato voluto dalla stessa specie in grado di raggiungere elevati livelli di arte, letteratura e cultura.

“Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza”. In sintesi questi due versi racchiudono il significato della vita dell’uomo: cercare sempre di sollevarsi ed elevarsi per migliorare ed avanzare.

Viste poi le condizioni di vita in cui Levi si trova assieme agli altri detenuti, si vede come ricordare diventi una sorta di strumento di salvezza. Ricordando in questo caso Dante ma comunque tutto ciò che mantiene legati a ciò che è intelletto, si riesce a mantenere la lucidità mentale. Levi stesso dice che rinuncerebbe alla zuppa giornaliera per poter ricordare perfettamente i passi del canto. Poiché la zuppa è necessaria per sopravvivere come esseri umani, ma ricordando si mantiene vivo il pensiero, che ci permette di essere uomini.

La memoria è quindi vista come mezzo di salvezza dai tedeschi che nei Lager, con una vita allo stremo, cercano di annientare l’astuzia e l’intelletto dei detenuti.