Isola d’Elba: una gita scolastica all’insegna della natura

La nostra gita all’Isola d’Elba

 di Giorgio Bortolini 2D

 

Nei giorni 26, 27 e 28 aprile noi classi 2D, 2A, 3D e 3E siamo andati in gita scolastica all’isola d’Elba, in provincia di Livorno.

La mattina del 26 ci siamo svegliati tutti di buon’ora e ci siamo recati al pullman in partenza alla 6.40 dietro al nostro istituto. Durante il viaggio ci siamo fermati a pranzare in Autogrill e, alle 13 circa, nonostante qualche piccola difficoltà, siamo arrivati all’imbarco di Piombino. Abbiamo preso il traghetto e, dopo una quarantina di minuti di navigazione un po’ turbolenta a causa del mare mosso, siamo sbarcati a Portoferraio. Prima con un autobus e poi a piedi siamo andati al municipio di questa città, dove abbiamo incontrato le nostre guide. Dopo aver studiato insieme un po’ di geografia dell’isola ci siamo portati in cammino sul promontorio dell’Enfola. Qui ci siamo imbattuti nella vegetazione tipica della macchia mediterranea, della quale abbiamo potuto ammirare i colori dei suoi fiori (come quelli del cisto maschio) e i profumi delle piante aromatiche (ad esempi il mirto e il rosmarino). In seguito siamo entrati in due bunker della guerra.

Alla fine della giornata ci siamo recati in due hotel diversi (uno per le seconde e l’altro per le terze) per la cena. I nostri alberghi erano tra le località della Biodola e di Scaglieri. La serata si è conclusa nella famosa spiaggia della Biodola (conosciuta per la sabbia quasi bianca e il mare cristallino), dove abbiamo cantato tutti assieme in cerchio. Alla fine siamo andati a dormire molto stanchi, ma al contempo felici.

Il secondo giorno ci siamo recati a Capoliveri, dove abbiamo noleggiato delle mountain bike e abbiamo raggiunto la località di Calamita. Dopo questa escursione ci siamo rifocillati nella piazza centrale di Capoliveri. Verso le 14.30 siamo partiti in pullmino alla volta della miniera del Ginevro, la più famosa dell’isola. Qui abbiamo potuto avere un piccolo assaggio di quelle che erano le condizioni dei minatori che hanno lavorato qui. Mi è rimasto impresso il fatto che, nonostante qui si movimentassero tutti i giorni enormi quantità di magnetite, sia morta solo una persona, oltretutto per un errore suo di distrazione. La nostra guida si è dimostrata molto simpatica e siamo riusciti persino a insegnarle alcune parole nel nostro dialetto! Dopo cena abbiamo fatto un’uscita a Campo nell’Elba. È stata l’unica volta che abbiamo “beccato” l’acqua.

L’ultimo giorno è stato il più soleggiato dei tre. Abbiamo fatto un’uscita partendo dal nostro hotel alla Biodola, passando per Forno e viticcio e abbiamo finalmente potuto ammirare il mare per la prima volta sotto un cielo completamente azzurro. Siamo anche riusciti a scorgere in lontananza la Corsica! In seguito siamo tornati a Portoferraio per vedere le mura e il forte sopra la città. Infine abbiamo mangiato alla spiaggia di Portoferraio e, poi, ci siamo imbarcati sul traghetto alla volta di Piombino, dove, ripreso l’autobus, siamo ripartiti alla volta di casa. Dopo qualche piccolo inconveniente all’altezza di La Spezia e la cena in un Autogrill vicino Parma siamo arrivati verso mezzanotte a casa. È vero, eravamo stanchi morti, ma anche felici per la splendida gita. Colgo l’occasione per ringraziare i professori che ci hanno accompagnati.

POESIA E PIU’ MANI!!!!!!!!

I ragazzi della 2^F, indirizzo scienze umane, hanno provato a scrivere delle poesie a più mani!!!
Come si fa?
Si parte da una frase comune a tutti e ognuno, in un paio di minuti, scrive un’altra frase, una parola, un aggettivo, un verbo o qualsiasi cosi gli passi per la testa; poi copre la frase alla quale si è ispirato e lascia visibile solo quella scritta da lui in modo tale che il compagno successivo legga solo il pezzo prima del suo.
Alla fine si apre tutto il foglio e si legge tutta la poesia e il risultato…beh STRAORDINARIO!

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Sdraiati su un prato fiorito
    Che ci avvolge, l’aria dolce che ci sfiora
    Facendo muovere tutti i fiori che ci circondano
    E sento il cuore che batte piano
    Il respiro lento e profondo
    Che si sente fino al vicolo in fondo
    E la mia voce che ritorna
    Come un’onda
    Che ti travolge sbattendoti qua e là.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Nel cielo colmo di colori
    E un vento leggero batte su di me,
    mi accarezza dolcemente il viso che è solcato dalle lacrime,
    lacrime di gioia sono quelle sul mio viso
    contornato da un sorriso da psicopatico color bianco
    come una rosa e mille margherite
    che formano un cuore
    molto grande e di colore magnifico, dorato
    un dorato stupendo, degno di colei a cui lo regalai.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Così semplici ma magnifiche
    Così lucenti e brillanti, come diamanti.
    Era incredibile, un ambiente irraggiungibile
    Immaginavo già a dove mi avrebbe portato quella scala,
    e gli occhi si riempirono di meraviglia.
    Mi avrebbe portato in u posto pieno di gioia e felicità
    Dove non esistono preoccupazioni e pentimenti
    Quelle preoccupazioni che sono vissute ogni giorno
    Ma che bisogna affrontare se si vuole vivere
    E nella vita bisogna rischiare perché se non rischi non vivi.

 

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Con le lacrime agli occhi
    Che cadevano sulla nostra pelle
    Faceva molto freddo, credevo fosse inverno
    Un inverno molto rigido, tanto da gelare ogni cosa
    E addirittura le emozioni che si spensero poco a poco
    Come delle luci di natale private della corrente
    Luci spente, senza colore, ricoperte solamente da uno spesso strato di polvere
    Metteva tutto molta tristezza
    Mi sentivo triste io e non c’era rimedio
    Mi sentivo distrutta e allora mi addormentai.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Le stelle dorate nel cielo notturno e cupo
    Che sembravano lampeggiare con tutta quella luce
    Come un faro
    che mi faceva vedere la strada
    E mi mostrava limpidamente il cammino
    E la strada era lì davanti ai miei occhi e io dovevo solo seguirla
    Ma pensavo che non avrei potuto finirla
    La osservai a lungo e cercavo di capire perché fosse capitata a me
    Non riuscivo proprio a spiegarmi il motivo.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Con i miei fratelli
    Senza pensieri e paure
    Mi guardavo in torno e sorridevo
    Pensavo “è una notte stupenda”
    E nel frattempo immaginavo…
    E pensavo a come sarebbe stato mettermi un vestito pieno di luci rosa
    Come un albero di natale fuori a un cortile di una casa accogliente
    Che consola e trasmette quell’atmosfera natalizia unica.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle..
    Sotto questa immensa collina illuminata dalla luce della luna
    Una luna grande e bianca con dei tratti scuri
    Ci illuminava di un immenso chiarore
    Mentre stavamo fermi,in silenzio a fissarla
    Ci guardammo negli occhi
    Senza distogliere lo sguardo
    E senza fare un passo, ne un respiro…
    Il silenzio regnava e mi sentivo tranquillo così come
    Quando stavo sull’altalena al mare.

 

  • E fu così che ritornammo a riveder le stelle…
    Sotto uno splendido cielo
    Ad immaginare cosa sarebbe successo dopo
    Noi due soli con le mani che si sfioravano
    Guardavamo quel bellissimo cielo
    dove volavano colombe bianche,che panorama allegro!
    Un panorama tanto allegro da farmi ricordare i vecchi tempi
    Come quando andavo a giocare
    Con le mie amiche di scuola
    Le migliore mai esistite.

CAMPIONE DEL MONDO

di Alessia Tagliabue

 

Il Maracaña tace.

Il campo verde è accarezzato dalle scarpe da calcio gialle della punta verde oro.

I tedeschi corrono, cercano di fermarlo, ma è impossibile.

Un difensore entra in scivolata ma lui è sempre un passo avanti gli avversari.

Entra nell’area avversaria.

Il Maracaña si alza.

Il Brasile si ferma.

Televisori accesi, bocche spalancate.

Mancano pochi minuti e la finale della Coppa del Mondo è agli sgoccioli, ferma sull’1 a 1. E’ dura se si arriva ai supplementari con i tedeschi. Il Brasile è stanco.

La giovane punta è in area ormai.

Dribbla un avversario, ne scavalca un altro.

Il Maracaña è immobile.

Ora è solo davanti al portiere.

Tira.

Milioni di occhi seguono la palla che vola verso la porta.

Il tedesco si tuffa dalla parte giusta.

Le dita cercano di artigliare la palla, ma niente può fermarla.

– Goooooooool do Brazillllllll!!!!!

Il Maracaña esplode senza ritegno.

L’arbitro fischia la fine.

I tedeschi piangono.

Il Brasile esulta con le bandiere addosso, con il Brasile addosso.

A Saõ Paolo la gente corre per le strade, a Rio il Cristo si illumina di verde e oro.

Il ragazzo viene sollevato e portato in trionfo, la maglia gialla attaccata al petto, il 10 marchiato a fuoco sulla schiena.

Vittoria, vittoria, vitto…

 

– Josè?

Il ragazzino dai capelli neri si ferma in mezzo alla strada in ginocchio.

Apre gli occhi.

Una bambina dai denti bianchissimi lo guarda.

– Josè è pronta la cena.

Il viso impolverato di Josè Santos Cabrera si ferma a metà esultanza.

– Non ho fame Rosalba. Fila dentro.

Stava vincendo i Mondiali.

Chi è che ha fame quando ha vinto i Mondiali?

– Ma la mamma ha detto di entrare.

Ma la mamma non stava vincendo i Mondiali.

Josè si rialza, con le ginocchia scorticate e il viso lungo.

Un Mondiale non è cosa da poco.

Se ti perdi un’occasione poi è dura rivincere.

 

Josè era nato esattamente un anno prima che il Brasile vincesse il Mondiale in Corea.

L’aveva sempre ritenuto un buon segno.

Come nascere sotto una buona stella.

Solo che di buona stella Josè aveva ricevuto solo quella.

Era nato in una della città più belle del mondo, fra la Samba, il carnevale e il Maracaña.

Rio è un universo.

Ma devi nascerci dalla parte giusta.

Josè era nato nella parte caotica e colorata, nella parte povera e orgogliosa, nella parte dei palloni sgonfi e dei piedi nudi sulle scale strette, nella parte dei pugni e delle risse, nella parte delle baracche e delle partite guardate in venti seduti sul tappeto su uno schermo di trenta centimetri per venti, nella parte dei nasi rotti e delle gang, nella parte della droga.

Le Favelas.

Lì non hai scampo.

O scappi o entri nella droga o ti mangiano vivo.

Josè ne era sempre rimasto fuori.

Lui e i suoi due migliori amici, Pedro e Carlito.

Li chiamavano “quelli di Pitagora”, perché quando erano in campo facevano di quei triangoli che nessun teorema poteva spiegare.

In realtà il soprannome gliel’aveva dato il loro vecchio allenatore, Robinho.

Fosse stato per loro tre di certo Pitagora non sarebbe entrato in campo. Sarebbe rimasto in panchina.

Manco sapevano chi era Pitagora.

Robinho gli aveva spiegato il suo teorema seduti per terra, disegnando nella polvere.

Ma solo Pedro aveva capito un po’.

Carlito e Josè si erano guardati straniti.

– Eh?

– Insomma, per farla breve, secondo sto’ Pitagora la somma del quadrato dei due lati più piccoli è uguale al quadrato del lato grande. E’ come dire che voi tre insieme vi sommate l’uno all’altro.

Pedro aveva allargato le mani.

– E’ come dire che voi due nani messi uno sull’altro siete alti come me.

Josè aveva incrociato le braccia.

– O che voi due messi assieme siete bravi come me a giocare a calcio.

Robinho aveva scosso il capo sconsolato.

– Ci rinuncio.

Ma Pitagora era rimasto titolare in campo.

Fino ad un anno prima.

Carlito stava tornando a casa e si era trovato in una rissa fra due componenti delle gang più potenti della favela. A Rio quasi tutti compravano droga da loro. Era una cosa che si sapeva.

I due erano ubriachi fradici e avevano in mano due mitra.

Carlito stava scendendo le scalette per arrivare a casa sua, palleggiando con la sua vecchia palla sgonfia.

Faceva un dannato rumore quella palla se palleggiavi, Josè lo sapeva.

Magari non l’avrebbero sentito se non avesse palleggiato.

Ma non fu così.

Diciassette colpi d’arma da fuoco nello stomaco.

Non esistevano figure geometriche con solo due lati.

Pitagora finì in tribuna.

La madre di Pedro lo prese e lo trascinò a Saõ Paolo, dove trovò lavoro come domestica in una famiglia piena di soldi con la piscina fuori.

Una volta Pedro trovò miracolosamente i soldi per mandargli una lettera.

Dentro c’era scritta solo una frase in matita.

L’abbiamo sempre detto che a Saõ Paolo non sanno giocare a calcio.

Carioca fino alla fine.

I soldi per rispondergli invece Josè non li trovò.

Sennò gli avrebbe anche risposto.

Che ci vuoi fare? A Saõ Paolo non c’è mica Pitagora!

Ma Pitagora era morto insieme a Carlito.

Josè giocava a calcio da solo adesso.

Tutti dicevano che era una punta straordinaria.

Ma da solo, senza i tuoi due lati, a che serve essere una punta?

Pedro era difensore.

Carlito centrocampista.

Una punta solitaria senza difesa e centrocampo non fa nulla.

Poi, una sera, aveva trovato la madre in lacrime seduta al tavolo.

– Ti piacerebbe andare a Saõ Paolo? O a Brasilia?

Josè aveva scosso la testa e la madre era andata a dormire.

Perché non gli aveva chiesto il motivo della domanda?

Perché il destino è crudele, come subire un gol in zona Cesarini.

 

Qualche giorno dopo Josè stava palleggiando fuori da casa sua.

– Ehi ometto!

Josè si era girato e si era trovato davanti Diego.

Diego era uno dei ragazzi che ti agganciavano per entrare nel mondo della droga, era una cosa risaputa.

Le madri non potevano dire ai figli “non rispondere a Diego quando ti parla”, ma era una regola inscritta nella natura. Non ti devono dire di non toccare il fuoco sennò ti bruci.

Lo sai che ti bruci.

Lo sai.

Diego sorrise.

– Bel palleggio.

Josè fece spallucce.

– Grazie.

– Che fai dopo la scuola?

Che domanda innocente.

– Gioco a calcio.

– E?

– Gioco a calcio.

– Poca roba per un ometto. Quanti anni hai?

– Quattordici.

– A quattordici anni sai che facevo io?

Josè deglutì.

Non voleva neppure saperlo.

Diego era un ammasso di muscoli, abbronzatura, un orecchino argentato ad un orecchio, un tatuaggio a forma di cobra sul braccio e un cappellino nero di traverso sui capelli castani.

Un misto fra un bulldozer e un fotomodello.

Tutte le ragazze dicevano che Diego era un gran bel ragazzo.

– Peccato che…

Peccato che fosse anche uno degli esseri più spregevoli di Rio de Janeiro.

Josè continuò a palleggiare.

– Non ti annoi così?

Josè fece spallucce, stringendosi addosso la maglietta gialla di Neymar.

– Gioco a calcio.

La risposta giusta ad ogni problema della vita.

Gioco a calcio.

Ma da quel giorno giocare a calcio non  fu più l’unica attività del suo pomeriggio.

 

Le strade di Rio erano troppo grandi quando scappavi.

Josè iniziava lo scatto dalla scuola e finiva a casa.

Lo faceva per allenarsi.

Anche i calciatori fanno così.

Loro però rincorrono la palla, non sono rincorsi.

Giocare a calcio divenne un modo per scacciare l’ansia.

Diego gli aveva detto che poteva essergli utile in qualche modo.

– Ti farò sapere.

Josè aveva sentito il terrore come una pallonata nei denti.

Una volta, mentre giocava con Pedro e Carlito, Pedro gliel’aveva tirata davvero una pallonata nei denti.

Josè aveva fatto un volo contro il muro dietro di lui.

Sangue rosso fra i denti bianchi.

– Cavolo Pedro!

– Scusa, scusa, scusa, scusa…

– E smettila di dirgli scusa! Fa più male nello stomaco.

Già Carlito.

Se ne sarebbe accorto bene neanche due mesi dopo.

Fa male nello stomaco.

Male da morire.

Fra un palleggio e l’altro, mentre scappava per le strade della città più travolgente del mondo, Josè pensava.

Pensava che fosse per questo che i calciatori in Brasile erano forti.

Iniziano per necessità.

Corrono per scappare dalla droga e palleggiano per scacciare l’ansia.

Poi vanno in campo e sono i migliori.

Ma gli inizi non li augurano mica a nessuno.

Forse ai tedeschi, pensava Josè.

Forse ai tedeschi.

 

 

Mamma se ne accorse.

Ovviamente.

Rosalba, sua sorella, quella alta un metro e una cicca sputata, con i capelli ricci neri e gli occhi furbetti, se ne era accorta ancora prima.

Ma non diceva nulla.

Osservava i palleggi frenetici del fratello, così poco tecnici e così disperati, e non capiva perché crescendo si diventasse così strani.

Ma la mamma lo sapeva, perché si diventasse così strani.

Una sera, quando papà era già tornato a casa dal lavoro e stava guardando il Fluminense giocare, sua madre gli stoppò la palla in uno dei suoi innumerevoli palleggi frenetici.

– Stop.

– Che vuoi?

– Non rispondere così a tua madre.

– Ma papà, mi stoppa la palla.

– Perché sei snervante.

– E’ così tutto il giorno, caro.

I suoi genitori lo fissarono.

Josè cercò di nascondersi nelle pieghe gialle della sua maglietta di Neymar.

– Mi alleno.

– E poi corre sempre.

Rosalba, muori.

– Corre?

– Da scuola a casa. Come un pazzo.

– Mi alleno. Tra un po’ ci sono le selezioni mamma.

Sua madre si sedette.

– Perché corri?

Brutto inizio di partita.

Iniziamo a concentrarci sulla difesa.

– Penso che sia giusto per un aspiratore calciatore come me tenersi in forma.

– Aspiratore?

– Aspira… nte. Aspirante.

Okay. Bella parata Julio Cesar.

– E perché palleggi sempre come un nevrotico?

– Non sono un nevrotico!

– Sì invece.

– Mamma, papà, poi ieri passava Diego e lui si è nascosto.

Ri-muori Rosalba.

Ahia.

I tedeschi attaccano ancora.

– Diego?

– Rosalba a letto.

Fu la sera più lunga della sua vita.

Arrivarono ai supplementari.

Poi ai rigori.

Josè non capì se avesse vinto o se avesse perso.

Diciamo che fu una bella partita.

 

Non c’è un modo di scappare.

Ma i suoi ci provarono.

Lavoravano.

Senza sosta.

Volevano i soldi per un biglietto per Saõ Paolo.

– Sei contento?

Un carioca non è mai contento di finire a Saõ Paolo.

Ma c’era Pedro.

E comunque è sempre Brasile.

Non pochi campioni di calcio sono di Saõ Paolo.

– Sì mamma. Sono contento.

Ma era chiaro che non potevano mandarlo dalla madre di Pedro senza neppure un soldo.

Così lavoravano sempre di più.

Ma in Brasile le promesse non si dimenticano.

Diego tornò un pomeriggio, mentre Josè dribblava innumerevoli avversari.

Italiani, quel giorno.

Sognava una goleada.

Sentiva già calzettoni e scarpette sulla pelle, la carezza del campo verde, il suo respiro in accelerazione…

– Ometto.

Buio.

Buio pesto.

Josè annaspò.

Gli italiani segnarono.

E poi ancora.

E ancora.

E ancora.

Quando l’orgoglio brasiliano finì sotto le scarpe con i tacchetti che desiderava da una vita, Josè fissò Diego.

– Ti interessa qualche lavoretto? Sarai stufo di giocare a calcio, no?

– Non tanto. Stasera poi gioca il Brasile.

Lampo di denti bianchi su pelle caramello.

Come fai a sorridere davanti a Diego?

Josè lo fece.

Il Brasile intero lo fece.

– Vuoi dire che non t’interessa?

– No. Ma sai, oggi ho ancora tanti compiti. E la mamma poi si incavola con me, sai come sono le mamme!

Diego assottigliò gli occhi.

– Mi prendi in giro ometto?

– No Diego.

Sì Diego.

Ma me la faccio sotto allo stesso.

– Torno domani. Stessa ora. Stesso posto.

Condanna a morte.

Maracanazo folle.

Quando sua mamma lo venne a sapere gli accarezzò i capelli.

– Ti piace Parigi?

Sembrava troppo tanto a quella “Ti piace Saõ Paolo?”.

Ecco un’altra condanna a morte.

Eccone un’altra.

 

Quella sera Josè non poté vedere la partita.

E per una volta non ne fu abbattuto.

Suo padre lo portò all’aeroporto in bicicletta.

– Ma tu non vieni?

– Non posso. Sii forte.

Sii forte. Facile quando poi giri la bicicletta, vai a casa e guardi giocare il Brasile.

Facile.

– Il tuo aereo è quello.

Josè annuì.

Salutò papà come aveva salutato mamma e Rosalba.

Non capiva niente di quello che stava per succedere.

– Andrà tutto bene.

– Se vince il Brasile mamma, saprai che sarà davvero andato tutto bene.

Partita facile, contro il Costa Rica.

Mamma annuì.

Quando scavalcò la recinzione si voltò verso il papà che sollevò i pollici alzati.

Aveva un passaporto falso nella tasca e un pallone da calcio nella sacca, insieme ad un panino e alla foto della Seleҫao.

Fissò i loro volti sorridenti.

E’ bella Parigi?

Pensò che annuissero.

Sì, è bella Parigi.

Entrò nella pancia dell’aereo e si nascose dentro il vano delle ruote.

Alla partenza le ruote si sarebbero richiuse e lui sarebbe arrivato nella capitale francese.

Facile.

Quando l’aereo decollò suo padre era ancora lì, che lo fissava attraverso la recinzione.

Aveva ancora i pollici alzati.

Come se si fosse congelato.

Un’ altra condanna a morte.

 

Esattamente due ore dopo una nazione intera piangeva per la sconfitta della propria nazionale.

Il Brasile.

E mentre l’urlo della nazione si consumava ne salì un altro.

Quello di una madre.

Una madre che voleva solo un futuro migliore per il proprio figlio.

Solo un futuro migliore.

 

Nessuno, nella famiglia di Josè, sapeva a che altezza arrivano gli aerei.

Circa 11.000 metri.

A quell’altezza si raggiungono temperature attorno ai 50 o 60 gradi sottozero.

Quando a Parigi trovarono un ragazzo color caramello con le labbra blu, una foto della Seleҫao sul petto e un panino congelato accanto un pallone rotolò fuori e finì sui piedi di un giovane responsabile di volo.

Au revoir petit joueur de football.

Addio piccolo calciatore.

Quel giorno il Brasile non perse una partita.

Perse un piccolo grande uomo.

Uno di quelli che nascono una volta ogni tanto.

Come tutti i grandi campioni del resto.

Come tutti i grandi campioni.

Alessia Tagliabue

La cronaca della Disfida di matematica 2017

 

Il 3 Marzo 2017, presso la palestra di Folzano a Brescia, si è svolta la 13^ edizione della Disfida Matematica a squadre. La squadra del Liceo Moretti, composta dal capitano Luca Sosta (5A), da Federico Parma (4A), Ginevra Casati (4B), Simone Benetti (4D), Riccardo Ghidini (4D), Raffaele Bonsi (3A) e Alessandro Pelosi (3A), è riuscita a qualificarsi per la fase nazionale che si svolgerà a Cesenatico dal 4 al 7 Maggio. La gara della nostra squadra, a dire il vero poco avvincente nella prima parte, ha avuto un crescendo di adrenalina nella fase finale, quando, abilmente guidata dal suo capitano, la squadra ha consegnato le soluzioni corrette di ben cinque problemi in pochi minuti, riuscendo così a raggiungere l’ottava posizione della classifica e a guadagnarsi la qualificazione. Ma la sfida si è svolta anche sugli spalti, dove le rispettive tifoserie si davano battaglia per incitare i propri compagni e per commentare il bizzarro travestimento da Tartaglia del professor Marzocchi. Da sottolineare la cospicua presenza dei supporters del Moretti che nell’ultima mezz’ora si sono esaltati sostenendo la squadra per la cavalcata finale.

Auguriamo alla squadra una buona trasferta a Cesenatico, durante la quale ricordiamo che Luca parteciperà anche alla gara individuale, essendosi qualificato come sesto nella fase provinciale delle Olimpiadi della Matematica.

Da ultimo rivolgiamo un invito a tutti gli studenti del Liceo perché seguano le vicende dei nostri “eroi” e come noi si lascino convincere ad andare a fare il tifo alla Disfida Matematica il prossimo anno, non vi annoierete!

Alcuni supporters di 5A

Disfida di Matematica 2017

di Ginevra Casati

Anche quest’anno la squadra di matematici del nostro liceo si è qualificata alla Finale Nazionale Gara a Squadre di Matematica, che avrà luogo a Cesenatico dal  maggio 2017. Alla fine del l’avvincente Disfida di Brescia del 3 marzo, dopo una gara che ha messo a dura prova i nervi di chi dagli spalti sosteneva animosamente il Liceo Moretti , la squadra è riuscita a classificarsi all’ottavo posto, entrando nella rosa delle 11  qualificatesi per Cesenatico soltanto a gara praticamente ultimata, dando così prova di grande concentrazione, tenacia e agonismo.

Tutto ciò a  coronamento di un percorso di preparazione altrettanto avvincente che, come ogni anno scolastico, inizia ad ottobre  e   viene portato avanti non solo dai 7 componenti della prima squadra, ma anche da tutti quegli studenti del Liceo Moretti  che amano cimentarsi in sfide matematiche di alto livello. Gli incontri periodici di preparazione sono per noi studenti amanti della combinatoria, della geometria, dell’algebra e della teoria dei numeri  imperdibile  occasione per apprendere i  trucchi della matematica e per appassionarci al problem solving, ma anche per condividere l’esperienza di sentirci parte di una squadra, e di imparare a lavorare in sintonia tra di noi, valorizzando le nostre specifiche potenzialità e sostenendoci reciprocamente nelle nostre manchevolezze.

Invitiamo quindi ad entrare a far parte della nostra squadra, capitanata da Luca Sosta e sostenuta e guidata dalla prof.ssa Laura Maccari,  tutti coloro che volessero provare a vivere con noi un’esperienza così bella e stimolante.

MARLENE

di Alessia Tagliabue

Sono nato nel 1948, in un piccolo paesino sperduto nella Baviera, e sono stato battezzato Maximilian Meier, ma per tutti fui sempre Max.

Nel 1949 venne al mondo la piccola Marlene, mia sorella, una minuscola bambolina dai capelli ricci e neri. Non ricordo nulla di allora, ero troppo piccolo e so solo quello che dicono le vecchie foto. Dicono che le istantanee mentono, ma non è vero. All’epoca Marlene era dolce e non parlava. Non sarebbe successo mai più.

Mia sorella crebbe con me e i miei amici. Aveva i capelli tagliati cortissimi, la pelle cotta dal sole e le labbra rotte da botte e pugni volati fra di noi. Si arrampicava sulle rocce e faceva il bagno nello stagno in mutande come tutti gli altri. Sputava più lontano di tutti ed era la più brava a raccontare barzellette.

Aveva un anno in meno di me e di tutti gli altri, ma venne sempre considerata una nostra pari.

Avevamo undici mesi di differenza e tutti dicevano che sembravamo gemelli. Eravamo entrambi bravi a scuola ma Marlene era molto più intelligente di me, studiava con passione e aveva una lingue tagliente e saccente. Quando mio padre le vietò la scuola al compiere dei dieci anni perché femmina lei frequentò le lezioni per tre mesi di nascosto, prima che lui se ne accorgesse. Fu l’unica volta che venne picchiata, e continuò comunque a farsi dare lezioni da me, o a leggere libri di nascosto.

Se qualcuno dei miei amici la prendeva in giro lei ribatteva che lo studio sarebbe stato ripagato.

Nostro padre era un sarto ed ex combattente della Seconda Guerra Mondiale, mentre mia madre era una donna ferma, decisa e conservatrice. Soffriva per la figlia che andava con i ragazzi allo stagno, ma finché fu una bambina soffocò la cosa.

Quando compii quindici anni, e Marlene quattordici, i nostri genitori decisero di tentare fortuna a Berlino. Io piansi al pensiero di dover lasciare tutto, ma Marlene fece un fagotto delle sue cose e non salutò nessuno. Se ne andò senza rimpianti, pronta per il suo futuro.

Arrivati a Berlino Marlene iniziò a farsi crescere i capelli e a indossare le gonne, mia madre trovò lavoro presso una nobile berlinese, mio padre aprì un negozio di sartoria e io mi iscrissi al Ginnasio.

Marlene frequentava lezioni di latino a casa, che pagava con un lavoretto presso la sartoria di mio padre, senza che i nostro genitori lo sapessero. Mio padre iniziò a guadagnare e ben presto assunse due dipendenti. Ora potevamo permetterci abiti migliori. I soldi che davano a me finivano in un barattolo di vetro sopra il mio letto, quelli di Marlene invece finivano spesi in libri.

Quando avevo sedici anni, e Marlene quindici, il nostro gioco preferito era la metropolitana.

Non esisteva un campionario di umanità in scatola migliore. Io mi sedevo su uno dei seggiolini centrali e lei si sdraiava sul seggiolino accanto al mio e appoggiava la testa sulle mie ginocchia.

Amavamo ipotizzare le vite della gente che ci passava accanto.

La donna dal cappello di pelo, l’uomo d’affari che fremeva perché le porte si aprissero in fretta e potesse correre alle sue carte e il bambino con il lecca lecca alla fragola che piangeva diventavano attori dell’enorme film della vita che si poteva vedere gratuitamente ma al quale pochi prestavano attenzione.

Immaginavamo per loro una vita che sicuramente non avevano ma che ci piaceva.

Lei preferiva le donne, le ragazze, le bambine. Le descriveva meglio. Io descrivevo chiunque, ma solo se mi colpiva. All’epoca credevo che solo se una persona all’impatto sembrava interessante poi lo era davvero.

Marlene invece no. Era una donna obiettiva, Marlene, lo è sempre stata. Io ero un sognatore di campagna, lei in breve tempo divenne una spietata donna di città.

A sedici anni iniziò a crescere. Nessuno l’avrebbe mai più invitata in una cricca di maschi senza badare alla sua femminilità.

Quando passavamo in bicicletta vicino al Muro, lei seduta sulla canna rossa della mia bici e io sul sellino, aggrottava le sopracciglia.

– Come staranno di là?

Io tacevo. Non mi importava, come avrebbe potuto? Era il 1965 e vivevamo nella Berlino Ovest che gli americani avevano strappato dalla sua metà. Noi stavamo bene, loro forse no. Non mi interessava assolutamente che cosa succedesse di là, come vivessero o chi fossero quei miei concittadini fantasma.

Non potevo andarci e non dovevo pensarci. Eppure Marlene, ovviamente, moriva dalla voglia di scoprire

quella strana città al rovescio. Me la immaginavo arrivare a “Berlino dell’altra parte” e urlare a tutti le sue idee, i suoi sogni, la sua voglia di libertà. Poteva far crollare il Muro con le sue parole.

Scoprii che aveva iniziato a fumare, ma quando glielo rinfacciai lei alzò gli occhi al cielo.

– Siamo a Berlino Max. Non siamo più in Baviera dove le donne stanno rinchiuse in casa a sfornare figli. Qua le donne sono indipendenti e fanno ciò che vogliono.

In fondo era vero, le donne di Berlino parevano un’altra specie rispetto alle chiuse donnone con le quali avevo condiviso l’infanzia.

Marlene si iscrisse ad un corso di greco e andava in biblioteca ogni giorno. Ormai i nostri genitori sapevano che continuava la sua istruzione e che fumava come un turco.

Capii che mia sorella sarebbe diventata irrimediabilmente diversa da me, ma era pur sempre la ragazzina che pareva la mia gemella quando eravamo piccoli e continuavo a parteggiare per lei, per quanto mi fosse possibile.

Io finii il Ginnasio e mi iscrissi a Legge. Lei contestò la mia scelta con fare acceso e polemico, dicendo che gli avvocati erano ottusi e facevano gli interessi dei potenti e che sarei diventato schiavo del governo. Non la ascoltai e la lasciai sfogare.

Io divenni alto e magro e lei smise di crescere. A diciassette anni si tagliò i capelli corti e se li arricciò.

Mio padre si ammalò e iniziò a diventare intrattabile. Quando poi Marlene si alzò durante la cena e annunciò che voleva iscriversi all’università di giornalismo esplose. Scagliò lontano il piatto e sembrò che volesse davvero picchiarla questa volta. Mia madre si lanciò contro di lui per trattenerlo. Marlene, da bravo animale di scena qual era diventata, sorrise al suo pubblico e si ritirò in camera.

Continuai a dare esami e a studiare, sperando che Marlene cambiasse idea per il bene della nostra famiglia e sapendo allo stesso tempo che non sarebbe successo. Ormai era una macchina da guerra, sapeva quello che voleva e l’avrebbe raggiunto.

Mio padre peggiorò lentamente, diventando insopportabile. Urlava, mangiava poco e vomitava ogni cosa. Mia madre iniziò a dimagrire e a piangere sempre più spesso. Marlene non aiutava mai in casa, non cucinava nulla e non le importava più niente, tranne me, talvolta.

A volte le chiedevo se voleva fare un giro e lei saliva sulla mia bicicletta, come facevamo sempre prima. Giravamo per Berlino e lei mi raccontava dei suoi esami, dei suoi corsi. Diceva che voleva diventare una giornalista famosa e fare luce su tutta la verità. Un giorno mi fissò a lungo.

– Come facevamo in metro io e te, ricordi?

Io risi.

– Sei sempre stata una donna con le idee chiare, lo sai? Fin da quando eravamo piccoli giù in Baviera.

Marlene fece spallucce.

– Abbiamo una vita sola Max. Se non siamo sicuri di quello che vogliamo è come non vivere neanche quella.

Me la ricorderò per sempre in quel momento. Indossava una gonna beige a ruota e una giacchetta dello stesso colore.  Gli occhi erano limpidi, decisi, fermi. Occhi da donna.

– Io farò luce su tutto. Su tutto.

Frenai.

– Quello che c’è dall’altra parte del Muro non ci dovrebbe interessare.

Lei serrò le labbra.

– Diventerai un bravo avvocato. Chiuso e ottuso. La testa piena di carte, di regole e di polvere.

Scese dalla bicicletta e si allontanò a piedi, scomparendo nella folla.

Quattro giorni dopo mio padre morì. Il funerale fu penoso, c’eravamo solo io, mia madre e qualche vicino di casa. Marlene entrò a metà funzione e si mise in fondo alla chiesa a braccia conserte.

Non tornò a casa per tre sere dopo quel giorno e quando lo fece non si degnò di parlare con nessuno e si chiuse in camera sua come se non fosse successo nulla.

Divenne sempre più chiusa. Entrava in casa solo per dormire. Mangiava fuori, studiava fuori e viveva fuori. A volte andavo all’università per cercare di parlarle, ma era sempre in compagnia di ragazze in pantaloni e capelli corti e ragazzi in camicia sbottonata.

Quando la incrociavo per caso in città aveva sempre un libro sottobraccio, una sigaretta nell’altra mano e un paio di pantaloni addosso. I suoi amici quando mi incontravano non mi salutavano, ma può essere che Marlene non avesse detto loro chi ero. Me lo sarei aspettato.

Intanto io da qualche mese uscivo con una ragazza, Suzy.

Era bionda, con gli occhi azzurri, dolce e rideva spesso. Non aveva particolari aspirazioni, voleva

solo sposarsi e avere figli e nel mentre lavorava qualche ora in un caffè. A Marlene non sarebbe

piaciuta mai e forse era per questo che all’inizio uscii con lei. Ma del resto Marlene mi aveva tradito e

rinnegato. Ora toccava a me farlo.

Una sera Marlene entrò in camera mia e si sedette a gambe incrociate sul letto. Indossava un paio di pantaloni color crema e una camicetta attillata e puzzava di fumo. Ormai aveva ventuno anni e io ventidue.

– Io vado dall’altra parte.

La fissai come se fosse pazza.

– Ma cosa dici? Noi siamo liberi. Perché vai dai rossi?

– Non lo puoi sapere se noi siamo liberi. E i rossi magari sono meglio di noi!

La presi per le braccia e la feci alzare.

– La gente muore a passare da quella parte del Muro. Lo sai quanti ci hanno lasciato la pelle. Perché vuoi farlo? Cosa vuoi dimostrare? Cosa?

– Non sta a te decidere. So come andare di là. Voglio la verità Max.

Le diedi uno schiaffo secco.

– Sei una bambina. Una bambina viziata che gioca a fare l’adulta.

Non mi chiese di andare con lei e non so cosa le avrei risposto se l’avesse fatto.

Uscì dalla stanza e se ne andò.

Era il 26 aprile 1970.

Non la vidi mai più.

 

Mia madre morì tre anni dopo la fuga di Marlene.

Io mi laureai e sposai Suzy.

Mi diede tre figli, Alex, Timo e Daniel.

Divenni un avvocato di successo.

 

Diciannove anni dopo, il  9 novembre 1989, mio figlio entrò in cucina urlando che il Muro cadeva. Mia moglie mi guardò. Gli altri miei due figli si alzarono dal divano e corsero fuori. Io e Suzy li seguimmo.

Fuori la gente correva, urlava e piangeva, si baciava, si abbracciava e rideva felice. Io lasciai la mano di mia moglie. Ogni donna dai capelli corti mi faceva battere il cuore un po’ più forte. Ogni sigaretta che si accendeva mi faceva girare.

Marlene Kristine Meier non c’era.

Mia moglie mi ritrovò e mi strinse la mano.

 

Non so se Marlene passò dall’altra parte del muro.

Il suo nome non compare nei registri della gente uccisa nel tentativo di andare all’est e neanche quello dei suoi amici, ma potrebbero aver avuto un documento falso.

Quando fu possibile andai nell’altra Berlino a cercarla. Per quanto scavassi nei rottami e implorassi persone a ricordarsi almeno un suo particolare non trovai mai niente.

Era semplicemente sparita nel nulla.

 

Potrebbe anche essere ancora viva, consumata dalle sigarette e dalla voglia di vivere, seduta ad una vecchia scrivania della Berlino che stava dall’altra parte dello specchio. Magari non ha fatto la giornalista o si è fatta crescere i capelli, oppure è ancora la stessa, solo con i capelli bianchi. Potrebbe essere diventata un’astronauta o aver sposato un pezzo grosso dei comunisti.

Ma spesso queste versioni fanno più male di immaginarla morta nel tentativo di andare dall’altra parte. Vorrebbe dire che non mi ha mai voluto cercare. Vorrebbe dire che mi ha tradito. Che ha tradito noi e quello che eravamo. Ma anche io l’avevo tradita, no?

No, perché se due esseri si tradiscono a vicenda la verità è che entrambi si amavano troppo per continuare ad andare avanti. Tradire qualcuno vuol dire temere di fargli troppo male se si continua così talvolta.

Fu così, con noi. Eravamo troppo diversi, tutto qui.

Non trovai mai più nessuno come lei.

Nessuno, come Marlene Kristine Meier.

Nessuno, come mia sorella.

Devastante. Sensuale. Forte. Bella. Agghiacciante. Dolce. Commovente.

Risultati immagini per immagini violenza sulle donne

di Nadiya Najim

Devastante. Sensuale. Forte. Bella. Agghiacciante. Dolce. Commovente.
Sono tanti gli aggettivi che potrei usare, ma questi sono quelli che meglio descrivono la
mia esperienza di attrice nel “Gelido prato”, laboratorio teatrale sulla violenza sulle donne
(seguito poi dall’esito che abbiamo replicato una decina di volte). Vivere questo progetto
dall’interno è stato unico e indimenticabile, che ha lasciato un segno indelebile sulla mia
formazione di giovane donna e attrice. Il nostro scopo era far aprire gli occhi a persone in
grado di cambiare la nostra realtà, quella realtà che nasconde violenza fisica, sessuale e
psicologica dietro a un sorriso rassicurante, occhi pieni di lacrime, fondotinta e cerotti. E
quelle persone sono proprio i giovani. Non era necessario che capissero tutti: se anche un
solo giovane avesse recepito il messaggio che volevamo trasmettere, ci saremmo sentiti
soddisfatti, ma il risultato è stato di gran lunga meglio del previsto e noi non possiamo che
gioirne. Avevamo l’arduo compito di raccontare storie di morte e violenza senza risultare
vittime bisognose di aiuto e compassione; dovevamo parlare di ferite letali con leggerezza,
dolcezza ed ironia, senza pressione, senza forzare. Dopotutto, è un argomento fragile, che
ha bisogno di essere trattato con la dovuta delicatezza. E tra parole, poesie, danze, gesti,
carezze, racconti, dati e petali di rose abbiamo raccontato di Marie, uccisa dal suo amante
per gelosia; siamo state Teresa, che con la faccia viola di pugni raccontava sorridente di
essere caduta dalle scale della cantinetta; eravamo Ivana, che attraverso la fredda
confessione del suo fidanzato Giovanni ha espresso il suo disappunto per essere stata
soffocata da un tovagliolo rosso a causa di una risposta non gradita; e in noi c’era quella
giovane commessa di intimo strozzata con delle mutandine di pura seta perché le piaceva
un po’ di violenza a letto, le piaceva sentirsi un po’ schiava e un po’ geisha, ma il compagno
non è riuscito a fermarsi; abbiamo parlato con la voce di Hamina, sgozzata dal padre
perché voleva cambiare una storia già scritta e sposare un uomo diverso da quello a cui era
destinata. Ma chi eravamo? Eravamo donne. Eravamo Vittoria, Elena, Alessia, Barbara,
Nadia, Adriana, Rossana. Ognuna con le proprio passioni, con la propria vita e con i propri
sogni, ma ci siamo prese il carico di denunciare una scomoda verità per un futuro meno
inquietante. Per un mondo dove le donne possono vestirsi come piace a loro, senza esser
poi incolpate di aver provocato il loro stupratore. Dove tutti possono dire la loro, senza
aver paura di una risposta troppo violenta. Dove ognuno può essere se stesso senza essere
giudicato. Un posto dove donne e uomini possono vivere sereni con i loro interessi, le loro
passioni, i loro sogni e le loro ambizioni. Senza paura che l’amore della tua vita si riveli un
mostro brutale e violento. E sarebbe più semplice se si potesse trovare il coraggio di
denunciare una situazione di violenza senza avere il terrore di essere uccisi.
E se ognuno di noi si impegnasse a prendersi carico di questa cruda verità, forse questo
non sarebbe più un mero sogno di poche persone fiduciose e speranzose, ma una realtà.

di Nadiya Najim

Gelido prato

donne

di Nadiya Najim

In data 8 ottobre 2016 si è tenuto uno spettacolo teatrale per gli studenti dell’Istituto
Beretta sulla violenza sulle donne, “Gelido prato”, finanziato dalla Civitas e messo in scena
dall’associazione culturale Treatro – terrediconfine. Lo spettacolo era l’esito di un
laboratorio della durata di quindici incontri, aperto a donne e uomini di maggiore età.
Basato sul libro Ferite a morte di Serena Dandini, lo spettacolo ha toccato tutte le
sfumature del tema “violenza sulle donne”, dalla violenza psicologica a quella fisica; un
ammonimento rivolto soprattutto ai giovani, gli adulti di domani, un’esortazione – o
meglio, la richiesta di aprire gli occhi su quella che è una realtà sempre attuale, una realtà
che non sempre si ha il coraggio di rivelare, nonostante aleggi tra di noi come un
fantasma letale, tra le mura di casa nostra e negli occhi vuoti di donne troppo spaventate
per fidarsi della nostra società.
Uno spettacolo crudo e diretto, che rivela dati e avvenimenti reali con un sottile filo
ironico necessario a far aprire gli occhi dallo sbigottimento e far correre brividi di
inquietudine, ma con la leggerezza.
Lo spettacolo si apre con una sfilata di donne, tutte diverse fra loro tra età e aspetto
fisico, intente a mostrare il loro lato migliore con sensualità e un po’ di civetteria, sotto gli
occhi scrutatori di due uomini che le valutano come merce in vendita. Una scena che
descrive con tocco ironico come vengono viste le donne nella società odierna, giudicate
superficialmente in base al loro aspetto fisico e alle loro capacità.
“Siamo donne. È il nostro destino. Non possiamo farci niente.” è il messaggio che emerge
nelle scene successive. Senza lasciar il tempo allo spettatore di riprendere fiato vengono
raccontati episodi di vergogna, dedizione, morte e amore da donne che non si capacitano
della brutalità e della violenza degli uomini che hanno amato con passione e da cui sono
state uccise. Padri, mariti, amanti, vicini di casa, tutti colpevoli di omicidio e omertà. Una
rapida successione di parole e gesti che scombussolano e catturano lo sguardo dello
spettatore, che diventa complice e partecipe.
Le donne non se lo aspettano. Forse se lo vanno a cercare, per come si vestono, per gli
uomini che si trovano, perché non si ribellano. Non se lo aspettano, avviene tutto così
all’improvviso, in un battito di ciglia, e l’uomo dolce e premuroso che le ha protette
diventa l’incubo da cui fuggire. “Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorte!”.
Decisioni sbagliate di uomini non del tutto consci delle loro azioni. Uomini che non sono
né “buoni” né “cattivi”. Giusto, sbagliato, bene e male, sono solo preconcetti che illudono,
ma non giustificano le nostre scelte, che spettano solamente a noi. Lacrime di rimorso
versate sui corpi freddi di donne che hanno amato con dolcezza e fragilità, fredde
confessioni di omicidio di uomini che con impassibilità hanno distrutto sogni e speranze.
Le donne non se lo aspettano. Loro perdonano, si illudono, sperano. Sono disposte a
sacrificare tutto per il loro uomo: la famiglia, gli amici, il lavoro, le passioni. Loro donano se
stesse, chiedendo in cambio di essere amate. Tentano di mascherare la violenza, non si
aspettano la morte. “Le donne sono forti, meno che con gli uomini.”
Ed è la loro dolce fragilità a raccontare le loro storie agghiaccianti, il loro amore e i loro
sogni. E le loro parole arrivano a chi è disposto ad ascoltare con l’animo sensibile e il
cuore aperto. “Fa che queste mie lacrime, questo pianto ti onori, questo vaso di latte,
questa cesta di fiori, e il tuo corpo non sia, vivo o morto, che rose”.

di Nadiya Najim

Women never stop

In occasione del 25 Novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la 4^D  dell’ITIS Beretta  è stata impegnata all’interno dell’Istituto in una campagna di  sensibilizzazione su questo tema.

La classe ha scelto di coinvolgere  alcuni studenti  dell’ITIS  proponendo   una lezione  per mettere in luce quanto questo  tema sia  attuale e purtroppo ancora molto diffuso. Infatti ancora oggi in Italia troppe   sono le vittime del femminicidio e della  violenza domestica.

Durante la lezione, gestita interamente  dagli studenti di quarta,  è stato mostrato  un video  molto delicato di  una ragazza che denunciava la violenza subita da parte del padre. Si è poi passati ad una presentazione sulle “spose  bambine” ,  vittime di violenze da parte del marito o del padre, sottolineando che  i paesi più colpiti sono i paesi poco sviluppati dove le bambine non hanno accesso all’istruzione . Si è poi parlato della violenza in Italia fornendo dei  dati statistici. Tre testimonianze, molto commoventi, di donne che hanno subito violenze e che hanno avuto il coraggio e la forza di denunciare i loro aggressori hanno concluso la lezione.

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Bravi i ragazzi della 4D per come hanno gestito la lezione e brave anche le  classi che hanno partecipato dimostrando tutto il loro interesse!

Claudia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mondo vuoto, mondo nuovo

di Giorgio Gabrieli

Il 21 ottobre 2015 è una data particolare e unica nel suo genere. Non è a causa di qualche regola matematica o astronomica. è semplicemente la data in cui ‘Martin McFly’ protagonista de “Ritorno al futuro”, arriva con la sua macchina del tempo. Il 2015 immaginato in questo film è incredibilmente diverso dal nostro. E non mi riferisco alle tavole-volanti, no; ciò che è diverso sono le persone. “ la nostra è una società altamente ‘permeabile’ oltre che liquida, diceva Daniele Marini in un articolo del passato Febbraio, perché l’uso (e talvolta l’abuso) dei nuovi strumenti di comunicazione travalica i confini delle sfere di vita, li penetra rendendoli labili”. Oggigiorno avere uno smartphone o comunque un cellulare sembra essere d’obbligo. È un metodo facile e veloce per rintracciarsi, o perdersi, quando il navigatore o le cartine virtuali di google-maps vanno in tilt. Siamo così abituati a vivere con il nostro cellulare che ci sembra impossibile farne a meno. Lo usiamo ovunque e comunque: a scuola, al lavoro, con amici, al primo appuntamento, a teatro, per strada, al secondo appuntamento, alle fiere, in ospedale, al cimitero e se ci va bene ed la/il nostra/o fidanzata/o è paziente riusciamo ad arrivare anche al ristorante del terzo appuntamento con il cellulare in mano. Il cellulare, o comunque la tecnologia in generale, era la promessa della vita comoda, facile e senza lavoro della metà del secolo scorso. I primi computer, come il ‘commodore-64’ (con il suo indimenticabile slogan: “E ora che lo hai, guarda che ci fai!”) ce li ricordiamo tutti vero? Tutte le pubblicità dei vecchi telefoni e altri strumenti tecnologici avevano lo stesso filo conduttore: unire l’uomo in una società più solidale e rendergli la vita comoda. Sarei ora curioso di sapere quanti dei lettori di questo articolo usano piattaforme sociali o sono costretti ad aggiornare continuamente la pagina della posta elettronica per vedere se il collega carino del cubicolo accanto ha risposto alla nostra mail ed è quindi disponibile per prendere un caffè in compagnia. Ovviamente non possiamo chiederglielo a voce perché rischieremmo di non avere argomenti di conversazione: ormai abbiamo parlato insieme di tutto in una qualsivoglia chat elettronica. Ottimo esempio di libertà dal lavoro e vita facile non trovate? ‘ Ci sentiamo soli, ma fino a non molti anni fa era sempre così, perché eravamo sempre senza campo, e non è solo questione di parlare’( Maurizio Ferraris, Dove sei? Ontologia del telefonino, Bompiani, Milano 2005). La tecnologia come ogni altra invenzione dell’uomo , non ha alcun difetto: è il suo utilizzatore che andrebbe ‘aggiornato’, o comunque dovrebbe iniziare ad avere un pensiero più critico. L’ esempio del ragazzo che per un intera cena romantica (o non) guarda il telefono è uno su un milione. Eppure tutti siamo , o siamo in potenza , quel ragazzo. Andando avanti con questo ritmo ci troveremo in una società in cui i neonati avranno prima il numero di telefono piuttosto che il nome. Una società in cui i racconti dell’orrore iniziano con: “ Mi persi nel bosco, la torcia era scarica ed ero senza wi-fi”. Una società in cui saremo tutti collegati ma divisi allo stesso tempo.  Una società che nessuno scrittore di fantascienza potrebbe immaginare (non c’è alcuna teoria di Orwell o Bradbury che tenga). Il mondo è diventato vuoto. Siamo tutti attaccati a dei fili invisibili comandati da un burattinaio folle, ma che noi conosciamo molto bene anche se ci rifiutiamo d’ammetterlo. Un burattinaio che potremmo vedere riflesso sulla fredda rigida parete di uno specchio. Noi con il cellulare in mano intenti a fotografarci.

Giorgio Gabrieli