MARLENE

di Alessia Tagliabue

Sono nato nel 1948, in un piccolo paesino sperduto nella Baviera, e sono stato battezzato Maximilian Meier, ma per tutti fui sempre Max.

Nel 1949 venne al mondo la piccola Marlene, mia sorella, una minuscola bambolina dai capelli ricci e neri. Non ricordo nulla di allora, ero troppo piccolo e so solo quello che dicono le vecchie foto. Dicono che le istantanee mentono, ma non è vero. All’epoca Marlene era dolce e non parlava. Non sarebbe successo mai più.

Mia sorella crebbe con me e i miei amici. Aveva i capelli tagliati cortissimi, la pelle cotta dal sole e le labbra rotte da botte e pugni volati fra di noi. Si arrampicava sulle rocce e faceva il bagno nello stagno in mutande come tutti gli altri. Sputava più lontano di tutti ed era la più brava a raccontare barzellette.

Aveva un anno in meno di me e di tutti gli altri, ma venne sempre considerata una nostra pari.

Avevamo undici mesi di differenza e tutti dicevano che sembravamo gemelli. Eravamo entrambi bravi a scuola ma Marlene era molto più intelligente di me, studiava con passione e aveva una lingue tagliente e saccente. Quando mio padre le vietò la scuola al compiere dei dieci anni perché femmina lei frequentò le lezioni per tre mesi di nascosto, prima che lui se ne accorgesse. Fu l’unica volta che venne picchiata, e continuò comunque a farsi dare lezioni da me, o a leggere libri di nascosto.

Se qualcuno dei miei amici la prendeva in giro lei ribatteva che lo studio sarebbe stato ripagato.

Nostro padre era un sarto ed ex combattente della Seconda Guerra Mondiale, mentre mia madre era una donna ferma, decisa e conservatrice. Soffriva per la figlia che andava con i ragazzi allo stagno, ma finché fu una bambina soffocò la cosa.

Quando compii quindici anni, e Marlene quattordici, i nostri genitori decisero di tentare fortuna a Berlino. Io piansi al pensiero di dover lasciare tutto, ma Marlene fece un fagotto delle sue cose e non salutò nessuno. Se ne andò senza rimpianti, pronta per il suo futuro.

Arrivati a Berlino Marlene iniziò a farsi crescere i capelli e a indossare le gonne, mia madre trovò lavoro presso una nobile berlinese, mio padre aprì un negozio di sartoria e io mi iscrissi al Ginnasio.

Marlene frequentava lezioni di latino a casa, che pagava con un lavoretto presso la sartoria di mio padre, senza che i nostro genitori lo sapessero. Mio padre iniziò a guadagnare e ben presto assunse due dipendenti. Ora potevamo permetterci abiti migliori. I soldi che davano a me finivano in un barattolo di vetro sopra il mio letto, quelli di Marlene invece finivano spesi in libri.

Quando avevo sedici anni, e Marlene quindici, il nostro gioco preferito era la metropolitana.

Non esisteva un campionario di umanità in scatola migliore. Io mi sedevo su uno dei seggiolini centrali e lei si sdraiava sul seggiolino accanto al mio e appoggiava la testa sulle mie ginocchia.

Amavamo ipotizzare le vite della gente che ci passava accanto.

La donna dal cappello di pelo, l’uomo d’affari che fremeva perché le porte si aprissero in fretta e potesse correre alle sue carte e il bambino con il lecca lecca alla fragola che piangeva diventavano attori dell’enorme film della vita che si poteva vedere gratuitamente ma al quale pochi prestavano attenzione.

Immaginavamo per loro una vita che sicuramente non avevano ma che ci piaceva.

Lei preferiva le donne, le ragazze, le bambine. Le descriveva meglio. Io descrivevo chiunque, ma solo se mi colpiva. All’epoca credevo che solo se una persona all’impatto sembrava interessante poi lo era davvero.

Marlene invece no. Era una donna obiettiva, Marlene, lo è sempre stata. Io ero un sognatore di campagna, lei in breve tempo divenne una spietata donna di città.

A sedici anni iniziò a crescere. Nessuno l’avrebbe mai più invitata in una cricca di maschi senza badare alla sua femminilità.

Quando passavamo in bicicletta vicino al Muro, lei seduta sulla canna rossa della mia bici e io sul sellino, aggrottava le sopracciglia.

– Come staranno di là?

Io tacevo. Non mi importava, come avrebbe potuto? Era il 1965 e vivevamo nella Berlino Ovest che gli americani avevano strappato dalla sua metà. Noi stavamo bene, loro forse no. Non mi interessava assolutamente che cosa succedesse di là, come vivessero o chi fossero quei miei concittadini fantasma.

Non potevo andarci e non dovevo pensarci. Eppure Marlene, ovviamente, moriva dalla voglia di scoprire

quella strana città al rovescio. Me la immaginavo arrivare a “Berlino dell’altra parte” e urlare a tutti le sue idee, i suoi sogni, la sua voglia di libertà. Poteva far crollare il Muro con le sue parole.

Scoprii che aveva iniziato a fumare, ma quando glielo rinfacciai lei alzò gli occhi al cielo.

– Siamo a Berlino Max. Non siamo più in Baviera dove le donne stanno rinchiuse in casa a sfornare figli. Qua le donne sono indipendenti e fanno ciò che vogliono.

In fondo era vero, le donne di Berlino parevano un’altra specie rispetto alle chiuse donnone con le quali avevo condiviso l’infanzia.

Marlene si iscrisse ad un corso di greco e andava in biblioteca ogni giorno. Ormai i nostri genitori sapevano che continuava la sua istruzione e che fumava come un turco.

Capii che mia sorella sarebbe diventata irrimediabilmente diversa da me, ma era pur sempre la ragazzina che pareva la mia gemella quando eravamo piccoli e continuavo a parteggiare per lei, per quanto mi fosse possibile.

Io finii il Ginnasio e mi iscrissi a Legge. Lei contestò la mia scelta con fare acceso e polemico, dicendo che gli avvocati erano ottusi e facevano gli interessi dei potenti e che sarei diventato schiavo del governo. Non la ascoltai e la lasciai sfogare.

Io divenni alto e magro e lei smise di crescere. A diciassette anni si tagliò i capelli corti e se li arricciò.

Mio padre si ammalò e iniziò a diventare intrattabile. Quando poi Marlene si alzò durante la cena e annunciò che voleva iscriversi all’università di giornalismo esplose. Scagliò lontano il piatto e sembrò che volesse davvero picchiarla questa volta. Mia madre si lanciò contro di lui per trattenerlo. Marlene, da bravo animale di scena qual era diventata, sorrise al suo pubblico e si ritirò in camera.

Continuai a dare esami e a studiare, sperando che Marlene cambiasse idea per il bene della nostra famiglia e sapendo allo stesso tempo che non sarebbe successo. Ormai era una macchina da guerra, sapeva quello che voleva e l’avrebbe raggiunto.

Mio padre peggiorò lentamente, diventando insopportabile. Urlava, mangiava poco e vomitava ogni cosa. Mia madre iniziò a dimagrire e a piangere sempre più spesso. Marlene non aiutava mai in casa, non cucinava nulla e non le importava più niente, tranne me, talvolta.

A volte le chiedevo se voleva fare un giro e lei saliva sulla mia bicicletta, come facevamo sempre prima. Giravamo per Berlino e lei mi raccontava dei suoi esami, dei suoi corsi. Diceva che voleva diventare una giornalista famosa e fare luce su tutta la verità. Un giorno mi fissò a lungo.

– Come facevamo in metro io e te, ricordi?

Io risi.

– Sei sempre stata una donna con le idee chiare, lo sai? Fin da quando eravamo piccoli giù in Baviera.

Marlene fece spallucce.

– Abbiamo una vita sola Max. Se non siamo sicuri di quello che vogliamo è come non vivere neanche quella.

Me la ricorderò per sempre in quel momento. Indossava una gonna beige a ruota e una giacchetta dello stesso colore.  Gli occhi erano limpidi, decisi, fermi. Occhi da donna.

– Io farò luce su tutto. Su tutto.

Frenai.

– Quello che c’è dall’altra parte del Muro non ci dovrebbe interessare.

Lei serrò le labbra.

– Diventerai un bravo avvocato. Chiuso e ottuso. La testa piena di carte, di regole e di polvere.

Scese dalla bicicletta e si allontanò a piedi, scomparendo nella folla.

Quattro giorni dopo mio padre morì. Il funerale fu penoso, c’eravamo solo io, mia madre e qualche vicino di casa. Marlene entrò a metà funzione e si mise in fondo alla chiesa a braccia conserte.

Non tornò a casa per tre sere dopo quel giorno e quando lo fece non si degnò di parlare con nessuno e si chiuse in camera sua come se non fosse successo nulla.

Divenne sempre più chiusa. Entrava in casa solo per dormire. Mangiava fuori, studiava fuori e viveva fuori. A volte andavo all’università per cercare di parlarle, ma era sempre in compagnia di ragazze in pantaloni e capelli corti e ragazzi in camicia sbottonata.

Quando la incrociavo per caso in città aveva sempre un libro sottobraccio, una sigaretta nell’altra mano e un paio di pantaloni addosso. I suoi amici quando mi incontravano non mi salutavano, ma può essere che Marlene non avesse detto loro chi ero. Me lo sarei aspettato.

Intanto io da qualche mese uscivo con una ragazza, Suzy.

Era bionda, con gli occhi azzurri, dolce e rideva spesso. Non aveva particolari aspirazioni, voleva

solo sposarsi e avere figli e nel mentre lavorava qualche ora in un caffè. A Marlene non sarebbe

piaciuta mai e forse era per questo che all’inizio uscii con lei. Ma del resto Marlene mi aveva tradito e

rinnegato. Ora toccava a me farlo.

Una sera Marlene entrò in camera mia e si sedette a gambe incrociate sul letto. Indossava un paio di pantaloni color crema e una camicetta attillata e puzzava di fumo. Ormai aveva ventuno anni e io ventidue.

– Io vado dall’altra parte.

La fissai come se fosse pazza.

– Ma cosa dici? Noi siamo liberi. Perché vai dai rossi?

– Non lo puoi sapere se noi siamo liberi. E i rossi magari sono meglio di noi!

La presi per le braccia e la feci alzare.

– La gente muore a passare da quella parte del Muro. Lo sai quanti ci hanno lasciato la pelle. Perché vuoi farlo? Cosa vuoi dimostrare? Cosa?

– Non sta a te decidere. So come andare di là. Voglio la verità Max.

Le diedi uno schiaffo secco.

– Sei una bambina. Una bambina viziata che gioca a fare l’adulta.

Non mi chiese di andare con lei e non so cosa le avrei risposto se l’avesse fatto.

Uscì dalla stanza e se ne andò.

Era il 26 aprile 1970.

Non la vidi mai più.

 

Mia madre morì tre anni dopo la fuga di Marlene.

Io mi laureai e sposai Suzy.

Mi diede tre figli, Alex, Timo e Daniel.

Divenni un avvocato di successo.

 

Diciannove anni dopo, il  9 novembre 1989, mio figlio entrò in cucina urlando che il Muro cadeva. Mia moglie mi guardò. Gli altri miei due figli si alzarono dal divano e corsero fuori. Io e Suzy li seguimmo.

Fuori la gente correva, urlava e piangeva, si baciava, si abbracciava e rideva felice. Io lasciai la mano di mia moglie. Ogni donna dai capelli corti mi faceva battere il cuore un po’ più forte. Ogni sigaretta che si accendeva mi faceva girare.

Marlene Kristine Meier non c’era.

Mia moglie mi ritrovò e mi strinse la mano.

 

Non so se Marlene passò dall’altra parte del muro.

Il suo nome non compare nei registri della gente uccisa nel tentativo di andare all’est e neanche quello dei suoi amici, ma potrebbero aver avuto un documento falso.

Quando fu possibile andai nell’altra Berlino a cercarla. Per quanto scavassi nei rottami e implorassi persone a ricordarsi almeno un suo particolare non trovai mai niente.

Era semplicemente sparita nel nulla.

 

Potrebbe anche essere ancora viva, consumata dalle sigarette e dalla voglia di vivere, seduta ad una vecchia scrivania della Berlino che stava dall’altra parte dello specchio. Magari non ha fatto la giornalista o si è fatta crescere i capelli, oppure è ancora la stessa, solo con i capelli bianchi. Potrebbe essere diventata un’astronauta o aver sposato un pezzo grosso dei comunisti.

Ma spesso queste versioni fanno più male di immaginarla morta nel tentativo di andare dall’altra parte. Vorrebbe dire che non mi ha mai voluto cercare. Vorrebbe dire che mi ha tradito. Che ha tradito noi e quello che eravamo. Ma anche io l’avevo tradita, no?

No, perché se due esseri si tradiscono a vicenda la verità è che entrambi si amavano troppo per continuare ad andare avanti. Tradire qualcuno vuol dire temere di fargli troppo male se si continua così talvolta.

Fu così, con noi. Eravamo troppo diversi, tutto qui.

Non trovai mai più nessuno come lei.

Nessuno, come Marlene Kristine Meier.

Nessuno, come mia sorella.

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